da Gradus ad, in Il nastro di Moebius
Lontananza da mia madre
Tu anche mi appari agli ultimi sogni
e il giorno per te s’inizia
con altro cielo.
Sul treno delle vacanze
cerco il tuo viso
e le nostre stature
il nostro respiro giovane
oltre i larici.
Mi ridico
per ritrovare la tua voce di allora
certi nomi di luoghi
che pronunciavi indicandoli al di qua della valle.
Amarti è questo, e piangere.
Altro non so. La pena
è certa
è il rimorso.
da Il male minore
Gli ireos gialli
I ragazzi partiti al mattino
di giugno quando l’aria sotto i platani
sembra dentro rinchiudere un’altra aria
i ragazzi partiti alla pesca
con un’unica lenza ma muniti
di un paniere ciascuno a bandoliera
in silenzio ora siedono sul filobus
avviato veloce al capolinea
e il sogno rifanno che Milano
abbia azzurre vallate oltre il Castello
dove saltino i pesci nei torrenti.
Sui prati rimane un po’ di nebbia
la tinca nella sua buca di fango
ricomincia a dormire. Mattiniera
la carpa perlustra attorno ai bordi
di un tranquillo canale e le rogge,
di prato in prato, di filare in filare,
arriveranno i ragazzi dove è fitta
la verzura dei fossi, dove gialli
sono i fiori degli ireos e come spade
le foglie tagliano fresche correnti
sotto l’ombra dei salici.
Senza risposta
Ti ha portata novembre. Quanti mesi
dell’anno durerà la dolceamara
vicenda di due sguardi, di due voci?
Se io avessi una leggenda tutta scritta
direi che questo tempo che ci sfiora
ci appartiene da sempre. Ma non sono
che un uomo tra mille e centomila
ma non sei
che una donna portata da novembre
e un mese dona e un altro saccheggia.
Sei una donna
che oggi tiene un naufrago impaziente
dimmi tu
sei scoglio
o continente?
da La seconda casa
Gli addii
potrebbe essere l’ultima volta che li vedo
mi dici dei tuoi compagni di classe
che ti hanno fatto far tardi
oggi che è finita la scuola
dovrei sgridarti e sto invece ad ammirare
i tuoi quaderni ben ordinati
(con qualche sbavatura d’inchiostro
di dita sudate di giochi di giugno)
in autunno andrai alle superiori
e questa tua bella scrittura un po’ tonda
potrebbe essere l’ultima volta che la vedo.
da L’ippopotamo in Il cerchio aperto
*
se mai ti ricorderò come una madonna senese
tu così bruna, poco ovale, assai illirica
sarà che a volte nel segreto degli occhi
passò una luce d’immensa dolcezza
e tanto bastò perché apparisse un ciel d’oro
di pietà, di letizia sulla selva dei tuoi capelli.
Grafologia di un addio
Questo azzurro di luglio senza te
è attraversato da troppi neri rondoni
che hanno un colore di antenne
e il taglio, il guizzo della tua scrittura.
Se va dal “caro” alla firma
dal cielo alla terra
dalla prima all’ultima riga
dai tetti alle nuvole.
Quando penso a mia madre
Nulla ho scritto di te quando sei andata
e poco ho scritto dopo, il lungo dopo.
Ritorni solo nei sogni di ogni notte
o, il giorno, a caso, nell’aria di via B.
dopo che è nevicato e si respira;
o in una luce pomeridiana di persiane socchiuse
e vi è il fruscìo di giornale di grande formato;
o in qualche nome di luogo che mi si ferma in gola.
Tutto qui? non accetto la morte mi si dice.
E’ vero, e non riapro i tuoi cassetti, non rileggo
le tue lettere. Che io sia
nient’altro che una pietra
un Giovannino heartless?
Quanto tempo mi resterà ancora per imparare
a sorridere e amare come te?
da L’ipotesi circense in In un cosmo qualunque
Senza bussola
Secondo Darwin avrei dovuto essere eliminato
secondo Malthus neppure essere nato
secondo Lombroso finirò comunque male
e non sto a dire di Marx, io, petit bourgeois
scappare, dunque, scappare
in avanti in dietro di fianco
(così nel quaranta quando tutti) ma
permangono personali perplessità
sono a est della mia ferita
o a sud della mia morte?
Soltanto segni?
I
Sul crocefisso che mi è apparso in sogno
un corpo d’ebano su una croce d’argento
non c’era INRI ma qualcosa come
SP e poi forse QR
a metà del risveglio vorrei credere
che l’iscrizione fosse invece SPES
Segni? Parole? Oppure res?
II
Prima che mi scendesse sopra gli occhi
un sonno dei più pesanti ricordi
ho visto, ho creduto di vedere
ma che cosa? non so. Quello che resta
è il tratteggio animato, un poco elettrico
di colori sottili, luminosi
come se si volesse cancellare
(da cancellum, barriera, anzi steccato)
quello che ho visto e ho dimenticato
III
Se quello che esiste è preverbale
luci linee colori senza nome
nient’altro che luce, linee e colori
come spiego Giovanni 1/1
In principio era il Verbo
(o il Cantabrico fiero del suo Word-world)?
da Nella terra di mezzo
Verso Santiago
Mi ritrovo negli spazi intermedi
su una strada di terra e cespugli
a perdita d’occhio verso i monti
non so se cantabrici o galleghi
mi ritrovo senza traccia di tappa
di sosta, di partenza, di arrivo
non incontro fonti né incroci
né querce in gruppo sull’altopiano
uno stento girasole selvatico
spunta da un campo di biada
non meno diverso da un segno
di ruota nel fango riarso
dalla polvere, da tutti gli sterpi
dalle grandi nuvole sopra di noi.
Mani
Mani che ti hanno accarezzato sopra la testa
mani di preti di zie di ortolani
mano del compagno di scuola
che scriveva in inchiostro verde
mani di Berta asciugate dal vento
se appendeva il bucato sopra i fili
larghe mani polacche
che spaccavano la legna nell’Arbeit Lager
mani e dita affusolate
degli amici indiani
mano scarnita
che prendi la penna per firmare
mano che arriva la sera
accarezzi la gatta più nera.
da Altre poesie inedite
Non sta scritto nemmeno negli apocrifi
che tu abbia mai riso né sorriso
si può solo intuire, ma è permesso?
dottrinalmente corretto?
forse te ne sto dando l’occasione
almeno per questo
ti prego di trovarmi, o lasciarti trovare
nei luoghi dell’assenza.
Biografia
Luciano Erba nasce a Milano il 18 settembre 1922; frequenta il Liceo ginnasio Manzoni, dove ha come insegnante Vittorio Sereni (solo per il primo anno di liceo). Nel ’40 si iscrive all’Università Cattolica (tra i suoi docenti Apollonio e Getto); nell’estate ’43 lavora come correttore di bozze al Corriere della Sera. Nell’autunno, non rispondendo alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale, attraverso la Valtellina sconfina in Svizzera, dove è internato in vari campi di lavoro (e la situazione di sfondo della Mia fatica e di altre poesie di Linea K). Nell’aprile del ’44 vince una borsa di studio e frequenta l’Università di Losanna per tre semestri, poi passa nel ’45 a Friburgo, dove segue i corsi di Gianfranco Contini, a cui aveva in precedenza inviato alcune poesie (il «G. C.» di Quadrilatero Sardegna è appunto il grande filologo). Dopo la Liberazione torna in Italia e lavora per due anni all’agenzia United Press. Nel ’47 si laurea con Mario Apollonio con una tesi su Lorenzo Magalotti; alla fine dell’anno va a Parigi come assistente di Lingua e letteratura italiana: in quell’occasione conosce Philippe Jaccotet (che tradurrà tempestivamente alcune delle poesie dell’amico su rivista, e che curerà un’edizione Francese dell’Ippopotamo, Paris, Verrdier, 1992, con traduzione di Bernard Simeone) e Georges Borgeaud. Tornato nuovamente in Italia nel ’50, frequenta il gruppo milanese del Blu bar in piazza Meda (Anceschi, Sereni, Antonielli, Sergio Solmi, Risi, Dorfles, Borlenghi, Chiara, Bo, Ferrata, Corti, Spagnoletti), lavorando come impiegato negli uffici della Banca Commerciale e come assistente volontario alla Cattolica (qualche anno più tardi, dopo un periodo di insegnamento secondario, diviene professore incaricato di Lingua e letteratura francese). Nel’51 pubblica intanto la sua prima raccolta di poesie, Linea K, presso l’editore Guanda. Della collaborazione con il circolo milanese saranno invece testimonianza i volumi Linea lombarda (a cura di L. Anceschi, Varese, Ed. Magenta, 1952) e Quarta generazione (a cura di P. Chiara e dello stesso Erba, Varese, E. Magenta 1954). Nel ’60 lo Specchio di Mondadori pubblica Il Male Minore , vincitore del Premio Cittadella, con una nota di Alfonso Gatto. Si sposa nel ’61, e dal ’63 al ’66 va negli Stati Uniti dapprima come Visiting Professor, poi come Associated Professor di Letteratura comparata. Ritorna in Italia e consegue la libera docenza in letteratura francese; dopo alcuni incarichi (Bari, Lecce, Trieste, Bologna), ottiene la cattedra di Letteratura Francese all’Università di Udine nel ’71. Escono intanto per sua cura l’edizione critica delle Lettere di Cyrano de Bergerac (Milano, all’Insegna del Pesce d’oro 1965; vedi ora la nuova ed. in C. de Bergerac, (Euvres complete vol. II, Paris, Champion, 2001), e i saggi Magia e invenzione: note e ricerche su Cyrano de Bergerac e altri autori del primo Seicento francese (Milano, all’Insegna del Pesce d’Oro, 1967; in nuova Vita e Pensiero, 2000) e Huysmans e la liturgia. E alcune note di letteratura francese contemporanea (Bari, Adriatica, 1971). Sono anni di pausa creativa, interrotta soltanto dal Prato più verde (1977). Nel 1980 pubblica Il nastro di Moebius, che ottiene il Premio Viareggio (nell’88 gli sarà assegnato il Bagutta per II tranviere metafisico, nell’89 il Montale-Librex per L’ippopotamo, nel ’95 il P.E.N. Club per L’ipotesi circense). Importante e pure l’attività di Erba traduttore, per la quale ricordiamo: C. Bryen, Poèmes et dessins. Jepeinsje, Milano, all’Insegna del Pesce d’Oro, 1959; B. Cendrars, Poesie, Milano, Nuova Accademia Ed., 1961; Fr. Ponge, Vita del testo, ( in collaborazione con P. Bigongiari, G. Ungaretti, J. Risset) Milano Mondadori, 1971; Topffer, Milano, Garzanti, 1973; Th.Gunn, Tratto, Milano, Guanda, 1979; infine Dei cristalli naturali e altri versi tradotti. Considerazioni ed esempi sulla traduzione del testo poetico, Milano, Guerini e Associati, 1991 (comprendente testi di Sponde, Saint-Amant, Rodenbach, Michaux, Frénaud, e ancora Cendrars Ponge, Gunn). Non va neppure dimenticata la parentesi narrativa – dagli esiti tuttavia notevoli – rappresentata dal volume di racconti Francoise (con una nota di L. Goffi, Brescia, il Farfengo, 1982). Nel frattempo l’attività di insegnamento universitario continuava a Padova, Verona (1973-1985), infine a Milano ( Cattolica, 1985-1997), città dove attualmente il poeta vive e lavora.
( Luciano Erba, Poesie 1951-2001, Oscar Mondadori )


ti prego di trovarmi, o lasciarti trovare
nei luoghi dell’assenza.
e anche di questo, grazie fabry
Grazie, Fabrizio, ottime le scelte di questa trasferta lombarda con Raboni e Erba: sin dalla lettura di “Risanamento” ho sentito un’aria di casa. O forse di casa ci sentiamo tutti con poesie come queste.
Sono d’accordo con Giorgio: con questa poesia chiunque si sente a casa, anch’io marchigiano che vivo un paesaggio totalmente diverso.
Ammetto che ho sempre avuto una predilezione per i lombardi: Erba, Sereni, Raboni (anche se quest’ultimo un pò meno).
Grazie anche da parte mia per questa gita poetica.
mdp
Elena, Giorgio, Marco, grazie.
presto arriverà Fortini, un altro grande, sulla stessa linea di sobrietà ed efficacia.
fabry
il corpo fisico di Luciano Erba c’ha lasciati, ma le sue Parole no: restano a noi, leggere, pietrose, delicate.
Tra un mese ricorrerò l’anniversario della dipartita di Erba. Lo conobbi quando ero ancora studente liceale, alla fine degli anni Settanta, e la mia prima pubblicazione (se così si piò chiamare) fu un’intervista a lui, uscita sul giornalino del liceo Beccaria di Milano.
Erba è stato una voce originale e riconoscibile nel dopoguerra italiano: rifiutò l’«engagement», quando sembrava che a questo fosse chiamato ogni poeta; rifiutò i luoghi comuni “progressisti” di allora. Cercò un rapporto onesto con le cose, col mondo.
arnaldo di benedetto