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Lirico terapia. Luciano Erba


Gli anni quaranta

Sembrava tutto possibile

lasciarsi dietro le curve

con un supremo colpo di freno

galoppare in piedi sulla sella

altre superbe cose

più nobili prospere cose

apparivano all’altezza degli occhi.

Ora gli anni volgono veloci

per cieli senza presagi

ti svegli da azzurre trapunte

in una stanza di mobili a specchiera

studi le coincidenze dei treni

passi una soglia fiorita di salvia rossa

leggi “Salve” sullo zerbino

poi esci in maniche di camicia

ad agitare l’insalata nel tovagliolo.

La linea della vita

deriva tace s’impunta

scavalca sfila

tra i pallidi monti degli dei.

Lo scarto tra speranze e realtà può essere minimo o massimo. Luciano Erba riesce a renderne, più che la quantità, la qualità, come sempre la poesia.

Lirico terapia. Luciano Erba, Abito a trenta metri dal suolo.

Abito a trenta metri dal suolo

Abito a trenta metri dal suolo 

in un casone di periferia 

con un terrazzo e doppi ascensori.

Questo era cielo, mi dico attraversato secoli fa 

forse da una fila di aironi 

con sotto tutta la falconeria 

dei Torriani, magari degli Erba

e bei cavalli in riva agli acquitrini.

Questo mio alloggio e altri alloggi

libri stoviglie inquilini

questo era azzurro, era spazio

luogo di nuvole e uccelli. 

L’aria è la stessa: è la stessa?

sopravvivere: vivere sopra?

Non so come mi sento agganciato

la sera ha tempo di farsi piú blu 

da un pallido re pescatore

o, di passaggio qui in alto, 

dal vero barone di Múnchausen.

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Ornithology 18. Erba, Ottaviani e Marcoaldi

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Grafologia di un addio

Questo azzurro di luglio senza te
è attraversato da troppi neri rondoni
che hanno un colore di antenne
e il taglio, il guizzo della tua scrittura.
Si va dal «caro» alla firma
dal cielo alla terra
dalla prima all’ultima riga
dai tetti alle nuvole.

Luciano ERBA, in L’ippopotamo
“Collezione di poesia”, Einaudi, Torino, 1989
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Luciano Erba 1922-2010

A tale told by an idiot… avrei voluto usare il verso di Shakespeare come sottotitolo per questa mia raccolta di poesie, completa o quasi: ma se lo usassi, oltre a non dire niente di nuovo, finirei per cadere nell’iper-limitativo, come vorrebbe la poetica di servizio di uno che non si è mai preso troppo sul serio; peggio ancora e all’opposto, rischierei di passare per presuntuoso, vista l’autorità della fonte. Al massimo, nei casi più fortunati, si dovrebbe poter entrare con le mie poesie nella terra di nessuno, o nella “terra di mezzo”, vedi il mio ultimo libro, sempre con la speranza che dietro il nulla si nasconda qualcosa. In realtà è il nulla stesso che gioca a nascondersi, altrimenti che nulla sarebbe? il nulla si nasconde, diceva infatti un mio verso clausola che ho sempre lasciato nel cassetto per certa sua intollerabile solennità e altrettanto intollerabile facilità a favorire l’arzigogolo, nel gusto di certe controversie teologiche. Continua a leggere

Luciano Erba

da Gradus ad, in Il nastro di Moebius

Lontananza da mia madre

Tu anche mi appari agli ultimi sogni
e il giorno per te s’inizia
con altro cielo.
Sul treno delle vacanze
cerco il tuo viso
e le nostre stature
il nostro respiro giovane
oltre i larici.
Mi ridico
per ritrovare la tua voce di allora
certi nomi di luoghi
che pronunciavi indicandoli al di qua della valle.
Amarti è questo, e piangere.
Altro non so. La pena
è certa
è il rimorso. Continua a leggere