Piazzata
Se di colpo giù in piazza
in mezzo al chiasso
qualcuno alza la voce
e un’altra voce, più forte,
gliele ricanta, e si mettono a urlare
insulti e minacce, è come
se mi chiamassero per nome.
Si capisce ben poco, quasi niente
con gli alberi di mezzo, dal quinto piano,
ma io non chiedo al mio vicino
– anche lui sul balcone – perché lì sotto
si mangiano la faccia. Lo so bene
cosa li fa gridare. Lo riconosco
adesso, mentre mi prende
– anche me – per la gola, e mi tiene
qua sopra, senza fiato:
è grande, e non ha una ragione.
È che ognuno al mondo sta lì
con il suo ingombro osceno. Mento, guance,
e gli occhi in fuori, e in mezzo a quel testone
il naso a becco, dicono: così
e in nessun’altra maniera.
Ogni momento uno ti si para
davanti, ti fa vedere come,
ti fa vedere chi
bisogna essere.
Così ce ne andiamo in giro
nei bar, sui tram: ognuno un santo mistero
messo in piazza, un esempio
che nessuno può seguire.
È questo lo spettacolo sfacciato,
la scenata che sale fin quassù.
*
Viene il respiro degli ippocastani,
col buio. L’onda ci lascia.
Da una finestra illuminata
anch’io lancio il mio urlo
e mi ritiro.
***
Difficile non ritrovare l’umanità quotidiana, in questi versi, la dose di violenza, la tassa da pagare a qualche forza oscura che si annida nella storia. Il “santo mistero”, tuttavia, nasconde sempre un germoglio di speranza, per chi non si arrende al proprio assurdo.


L’inevitabile limite di essere umani.
anch’io lancio il mio urlo
Mi viene in mente l’urlo di Edward Munch.
Molto bella la tua lettura , che sa cogliere un lampo di speranza anche nel cielo più plumbeo.