Guido Michelone il suo ultimo e sesto libro, in ordine di tempo, per l’editrice Arcana, Il jazz e i mondi, è uno sguardo sul jazz oltre gli Stati Uniti, il Paese dove è nata questa musica?
Sì, ben oltre, è una ricerca per scoprire dove si annoda questa musica, il jazz, in tutti gli altri continenti. Tutti meno l’Europa, su cui uscirà presto un volume specifico, perché il nostro vecchio continente è ricchissimo di proposte interessanti, avendo una storia jazzistica autoctona lunga, talvolta, cent’anni. Tornando a Il jazz e i mondi, ho raccontato la storia del jazz in Messico, Canada, Argentina, Cuba, Nigeria, Sudafrica, Cina, India, Giappone, eccetera, spinto dalla curiosità di indagare cosa accade nelle città e nelle nazioni in Centro e Sud America, in Asia, in Africa, in Oceania, imbattendomi sempre in scoperte interessantissime.
Quindi, dopo Il jazz e i mondi, il prossimo, settimo volume sarà da lei dedicato al jazz in Europa?
Sì, l’ho già scritto, aggiungendo all’ultimo momento un capitolo sull’Ucraina, vista la situazione insostenibile, quasi come un segnale di incoraggiamento a una nazione invasa. Avrei voluto togliere, per protesta, il capitolo sulla Russia, ma non l’ho fatto perché la storia del jazz russo è a sua volta una sequela di proteste contro regimi ottusi come lo stalinismo. E, come per il Mondo intero, anche le singole nazioni europee offrono storie del jazz locale interessantissime.
Interessantissime come quelle raccontate nel precedente, quinto volime, Il jazz e gli animi? Ci dice di cosa parla?
Dei sei libri sul jazz che ho pubblicato per Arcana questo è fra tutti il volume più ‘classico’, più vicino o assimilabile alla tradizionale letteratura jazzistica, perché ciò che io ho chiamato ‘animi’ non sono altro che stili, tendenze, movimenti, scuole, linguaggi nella storia del jazz, dalle origini a oggi che, anziché essere narrati in senso cronologico, si snodano secondo uno svolgimento tematico, disposto poi in ordine alfabetico. Ho preferito la parola ‘animo’ perché dà meglio l’idea della visceralità di questa musica, così legata al corpo, al gesto, al momento, alla performance. E l’animo non è solo animo bebop, animo blues o animo free, è legato ai singoli strumenti o ad alcune etnie, quindi animo contrabbasso, animo sassofono, ma anche animo french o animo afrobritish…
A questo punto ci deve svelare come nascono questi suoi libri per Arcana, anche in merito al rapporto con la casa editrice.
Mi sono accorto, grosso modo partendo dal terzo dei sei volumi finora pubblicati, che si stavano autopresentando non solo in forma di collana, ma quasi come una sorta di enciclopedia in progress della cultura jazzistica. E dire che il tutto nasce quasi per caso, nel senso che, a metà degli anni Dieci, l’allora direttore del settore musicale di Arcana a Roma, il musicologo Vincenzo Martorella, mi chiese se volessi ripubblicare il mio Bibbidi Bobbidi Bù (il volume sui rapporti tra musica e cartoons, scritto assieme al cartoonist Giuseppe Valenzise per l’editore Castelvecchi, ora di difficile reperimento) perché Arcana aveva appena acquisito Castelvecchi. Risposi che non era così urgente: semmai sarebbe stato opportuno ristampare Il jazz-film perché i diritti con il precedente editore erano ormai scaduti e per me c’era l’urgenza di aggiornare un libro molto fortunato’, citato e usato un po’ ovunque, anche nelle università.
E il tutto inizia quindi con Il jazz-film?
Certo, ma fu un’impresa faticosa, perché alla fine il libro aumentò del doppio, rispetto all’edizione originale: quando lo scrissi, attorno al 1997, non c’erano Google o YouTube e i film erano di arduo reperimento. Vent’anni dopo la ricerca delle informazioni era garantita e mi divertii molto (anche se con qualche affanno) a colmare le lacune e a parlare dell’attualità video-cinematografica dell’ultimo ventennio. Si tratta comunque di un testo, Il jazz-film, che meriterebbe nuove edizioni e nuovi aggiornamenti ogni vent’anni, o essere distribuito in tre parti: la fiction, i documentari e le colonne sonore (a cui però non ho ancora lavorato). Sono contento, poi, che de Il jazz-film sia uscita anche un’edizione pocket, economica…
E da allora, per lei, è iniziata una nuova avventura…
Sì, un’avventura che ha preso consapevolezza di quest’idea di enciclopedia o work in progress con i due volumi centrali, il terzo e il quarto, Il jazz e le idee e Il jazz e le cose che sono in fondo speculari, perché avrei potuto farne un unico libro, ma sarebbe stato un tomo eccessivamente voluminoso. In entrambi discuto argomenti legati alla storia, alla politica, all’antropologia, all’estetica, alla religione, alla vita quotidiana, al tempo libero, come nessuno, credo, abbia mai fatto in maniera così sistematica e libera nello stesso tempo, giacché gli argomenti sono limitati, ma potrebbero essere infiniti.
Come mai, anche guardano ai libri prima e dopo a quelli sulle ‘idee’ e sulle ‘cose’ tematiche così eterogenee, su un argomento, il jazz, che a prima vista sembrerebbe solo l’espressione della cultura musicale degli afroamericani?
Eterogenee per due ragioni: innanzitutto perché il jazz si presta, da sempre, a contaminarsi con problematiche diverse; e secondariamente perché io non sono un musicologo strictu senso: preferisco definirmi uno storico, come pure un semiologo delle culture contemporanee, e non mi è difficile raccontare le relazioni tra il jazz e il fascismo, il jazz e il Natale, il jazz e le guerra, il jazz e la fotogenia, eccetera, come ho fatto ne Il jazz e le idee e Il jazz e le cose. Chi si occupa di jazz, per esempio, non dovrebbe solo discutere di scale, accordi, ritmi binari e assolo, ma dovrebbe sapere cos’era il new deal, chi sono Picasso, Stravinskij, Kerouac, a quali fedi appartengano gli afroamericani, e via dicendo.
A quale dei sei volumi è maggiormente legato? Forse a quello di cui non abbiamo ancora parlato?
Forse sì: non è un caso che abbiamo lasciato per ultimo il secondo volume, Il jazz e le arti, che venne pubblicato nel maggio 2019, ovvero quasi tre anni e mezzo dopo Il Jazz-film che risale al gennaio 2016: nel frattempo, si è verificato un cambio nella direzione editoriale, con l’avvento di Gianluca Testani, con il quale mi sono trovato in perfetta sintonia. Non so quali altri editori, oggigiorno, avrebbero pubblicato un testo come Il jazz e le arti: negli anni Settanta, magari, a occhi chiusi, ma oggi c’è solo Arcana a difendere la cultura di una certa musica…
Su quali basi avvenne il feeling tra lei e Testani?
Cito un dettaglio minimo: di solito, gli editori impongono la copertina del libro senza consultare l’autore ,con esiti spesso fuorvianti. Testani, invece, mi chiese subito se per Il jazz e le arti avessi qualche idea proprio per la copertina. Visto che nel libro si parla di pittura, proposi la serie dei Jazz Men di Giancarlo Cazzaniga e lui fu subito entusiasta dei quadri e dei disegni del compianto pittore monzese, del quale abbiano utilizzate finora, cinque immagini per altrettante copertine. E Gianluca, da allora in poi, poi ha sempre accettato volentieri le proposte editoriali.
A cominciare da Il jazz e le arti, giusto? Ma in cosa consiste?
Faccio una premessa: io amo gli incroci fra le diverse estetiche e le discipline espressive; ne Il jazz e le arti ho voluto parlare dei rapporti tra il jazz e la pittura, la fotografia, il fumetto, la televisione, il cinema, il teatro, la danza, eccetera, spesso da angolazioni specifiche; ho voluto mantenere anche un certo squilibrio fra le varie arti trattate e ciò perché non credo al concetto di testo completo, esauriente, definitivo, che nel jazz – arte in perenne espansione o continua metamorfosi – non si potrà mai raggiungere. Preferisco il non-finito michelangiolesco, insomma amo fornire degli spunti che magari il lettore vorrà approfondire con altri mezzi e, perché no, con altre letture (magari in altre lingue, visto che io di solito mi occupo di temi pochissimo dibattuti in Italia).
Per concludere: come fa a scrivere così tanti libri sul jazz in tempi relativamente brevi?
Questi nuovi cinque libri (Il jazz-film è un po’ un caso a sé) constano all’80% di materiale preesistente: i capitoli, di fatto, sono la rielaborazione di saggi e articoli, pubblicati in precedenza da quotidiani, mensili, riviste. Dato l’impegno che da sempre profondo nello scrivere per i periodici, mi sembrava uno spreco che i miei interventi durassero lo spazio di un mattino. Un libro si scrive per l’eternità, la vedo così: è qualcosa che dovrebbe rimanere a lungo come punto di riferimento. Di solito avviene con i classici, ma il discorso vale anche per la saggistica. Certe storie del jazz sono ancora oggi ristampate, segno che valgono ancora! E lo stesso spero avvenga con questi miei contributi.

