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Mancando a se stesso. Il canto alla dissipazione di Francesco Forlani.

Di Livio Borriello

Che si può dire con le parole? Le parole possono dire ciò che siamo? Ciascuno di noi, in realtà riesce a dire qualcosa di ciò che è dicendo cose che non è, e lasciando quindi inespresso quel che era. La cosa si complica nel caso di Francesco Forlani, che sembra manifestare una certa renitenza ad essere qualcosa, o almeno qualcosa di fissato. Forlani è infatti un dissipatore, un dispositivo di dispendio che esiste in quanto si rilascia e sperpera nel mondo. Forlani si produce nel mancare a se stesso, è quella cosa che è dove prima sarebbe stato, e dove dopo era stato, perché non è mai quello che è appena stato e che sta or ora per essere. E’ una migrazione continua, un esiliarsi incessante, una sparizione perpetua, che come certi animali selvatici è identificabile solo dalle tracce del passaggio, borre, escrementi, carcasse delle vittime, impronte, ricordi annebbiati di chi l’ha visto, che però non sa dire bene se si trattava di un gatto, una pantera fuggita dal serraglio di un miliardario, lo yeti nemmeno tanto rasato, un’ipnagogia da sbronza, o il pezzo di un oggetto esploso che sarà poi ritrovato nei paraggi. E’ il nomade perfetto, il girovago e saltimbanco. Si firma spesso effeffe, e in questo senso l’ho chiamato talvolta l’effeffervescente. Con termine moderno, è il performativo, o il processuale, colui che si definisce in itinere. Continua a leggere