Riccardo Ferrazzi. Modus in rebus

di Roberto Plevano

Il nostro amico Fabrizio Centofanti ci ha tenuto a dire che Questo romanzo ha un’anima. Detto da chi di anime se ne intende, il giudizio segnala una qualità ormai rara nel panorama della narrativa italiana: l’autenticità che deriva dal saper mettere giù per iscritto, senza comodi trucchi, un quadro di vita, una forma, un tono – in una parola impegnativa, una voce – della variegata esperienza del mondo, di studio, lavoro, amicizie, del romanziere Ferrazzi, e di lì costruire un romanzo che parla onestamente al lettore, e, come direbbe Tiziano Scarpa, gli dice la verità. Ecco che l’atipico noir di Ferrazzi diventa esercizio di responsabilità intellettuale.

Inizia come un noir, Modus in rebus di Riccardo Ferrazzi (Morellini Editore, 2023), con la secchezza e la perentorietà delle tinte della meseta castigliana arroventata sotto un sole che cala giù come un maglio, inaridisce l’erba prima che cresca, una luce a cui è impossibile sottrarsi, e che, si scoprirà, è il contrappunto a una trama di oscuri misteri. In questo panorama viaggia, pensa, parla il protagonista, Vittorio Fabbri, un giovane professionista milanese che per lavoro da Madrid raggiunge Salamanca, città di antiche pietre e più antichi studi.

Qui Vittorio stringe amicizia con quattro studenti, che sembrano interessati più che altro alla vivace vita sociale di una città universitaria, tra i quali l’elusiva Maite, la donna che presto diventa il suo interesse d’amore. Si sa, le relazioni a vent’anni sono una complicata miscela di orgoglio e desiderio di abbandonarsi nelle braccia della persona amata; i rapporti tra Maite e Vittorio, Victor per gli amici castigliani, rimangono incerti e indeterminati, abbozzi, possibilità irrealizzate, rischio.

Il genere noir richiede un delitto, ed ecco, in una rara notte piovosa, ancora alle prime pagine, il cadavere di un controverso sacerdote, Don Agustin, riverso sul sagrato della cattedrale. Una banderilla conficcata nella schiena, la testa infilata in una grottesca maschera di toro.

Ferrazzi è un colto artigiano delle parole e degli intrecci, conosce la lezione di Federico García Lorca e i divertimenti Borges e Casares. Il suo noir in realtà mantiene alcuni elementi del genere, ma di esso trascende presto le categorie e rivela la natura letteraria al fondo di tante storie: la morte non è soltanto il termine finale dell’equazione della trama, è lo sfondo degli eventi, è l’Avversario (come il toro nell’arena, come l’Altro nella battaglia amorosa) che nel corso della vita gli esseri umani si trovano costantemente ad affrontare, ne siano consapevoli o no, e che dà il senso definitivo a tutto ciò che accade, ridisegna come fato (al quale gli antichi sapevano bene non si può sfuggire) il caos delle tante esistenze.

Nel racconto di Ferrazzi, la tauromachia, le indagini poliziesche, le attività e le ossessioni dei personaggi, le professioni, i paesaggi – non semplici cornici, ma complesse scenografie – diventano tappe del racconto dei vent’anni che Vittorio/Victor trascorre nel tentativo di dare un significato ai fatti, ai sentimenti, alle occasioni che sono rimaste come ferite aperte nella memoria, impossibili da chiudere, pronte a bruciare ancora. È un’educazione sentimentale al venir meno delle cose e alla ricerca del loro senso oltre ogni illusione.

Non si vive una vita e poi si muore: si vive e si muore contemporaneamente, ogni giorno. Mi sono reso conto di aver amato la vita e ho scoperto che la morte mi ama.

La prima parte del romanzo vede Vittorio aggirarsi a Salamanca e dintorni. Qui Ferrazzi usa due piani temporali: da un lato il primo giovanile soggiorno, in una Spagna uscita da poco dalla cupa dittatura franchista: l’incontro con i nuovi amici e Maite, intrighi che toccano forse questi amici, il coinvolgimento nelle indagini sull’omicidio del prete; dall’altro il ritorno a vent’anni di distanza, nel tentativo di riprendere i fili di un’esistenza che si è inceppata, come interrotta nelle strettoie tra un omicidio, l’amore non consumato, sospetti e insinuazioni sulla sua responsabilità. L’autore semina un indizio, non tanto a orientare il lettore nella trama – la trama, come si è detto, vale nel suo valore metaforico di un percorso di formazione mutato in un labirinto senza uscite –, bensì come una sorta di dichiarazione di poetica dell’opera: Vittorio ritorna più volte al museo del Prado davanti al Trionfo della morte di Bruegel, come attirato da un’immagine che lui non riesce a decifrare come destino (forse la prossimità è troppa): delle morti siamo in qualche modo, comunque, responsabili, se non colpevoli.

La seconda parte scambia la meseta assolata con le nebbie di Milano. Qui Vittorio, a vent’anni di distanza dal suo primo soggiorno a Salamanca, si è giocato la carriera di manager, ha cambiato vari mestierI, più per inerzia che altro finisce col fare il libraio.

Compare un’altra donna, Bianca, ambiguamente sovrapposta alla figura di Maite, anzi, forse è la medesima Maite in un’altra incarnazione. Nel gioco combinatorio di Modus in rebus – in cui anche il titolo, nota citazione da Orazio, più che indicare la necessità della misura in tutte le cose pare alludere alla futilità di cercare un senso univoco agli accadimenti –, l’elemento femminile trascende la dimensione dell’interesse amoroso.

Il romanzo cambia registro espressivo, pur rimanendo ancorato agli elementi del noir: ci sono altri morti, forse delitti, forse no, ma qui l’autore gioca – in modo metanarrativo – con i cliché del romanzo giallo: appunto, il delitto in una camera chiusa dall’interno. Si colgono echi di Fruttero e Lucentini, Bianciardi, Buzzati: una sconclusionata combriccola di poeti, letterati, animatori di blog letterari compone una litigiosa, autoreferenziale società che pare la caricatura (oh, se realistica!) di certo panorama culturale, con le sue invidie, i piccoli dispetti, l’amichettismo, l’afasia davanti alla tragedia vera.

Tragedia, o meglio damma amoroso, che viene adombrata nella terza parte del romanzo, in cui Ferrazzi gioca un po’ con le attese del lettore per negargli lo scioglimento che la convenzione della trama prevederebbe. E va bene così: siamo in tempi di crisi della narrativa, il romanzo baratta il pessimismo della letteratura del modernismo, la rabbia per la fine dell’unità narrativa della vita, con il tono, malinconico, dell’ironia, del sapere in una sola intuizione l’importanza e la futilità del desiderio.

Maite/Bianca è questa realtà evanescente e inafferrabile dei desideri, e insieme il finale della partita di tutti, alla termine delle storie: come dice di sé, misteriosamente, nel prologo del romanzo,

Ma pur di conoscere la verità Vittorio era disposto a qualunque rischio. Una volta di più, è tornato in Spagna per cercare la “sua” donna. E allora ho deciso: basta. Ho impresso una svolta al destino e gli ho collocato accanto l’ultima versione di me stessa.

2 pensieri su “Riccardo Ferrazzi. Modus in rebus

  1. hellomiticospank

    Non si vive una vita e poi si muore: si vive e si muore contemporaneamente, ogni giorno.

    Verissimo…..!!!!!

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  2. Riccardo Ferrazzi

    Grazie Roberto, per la tua analisi e per la scelta – importantissima – di includere l’immagine del Trionfo della Morte di Brueghel. In effetti, la vera protagonista del romanzo è lei, che parla in prima persona nelle due pagine iniziali. Vittorio, più che un protagonista (vorrebbe esserlo, lui!) è prigioniero in un labirinto, come tutti noi, che vorremmo l’impossibile e per accettare la realtà dobbiamo arrivare fino al limite estremo.

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