La parola ai poeti. Francesco De Girolamo

Il mio rapporto con la poesia ha inizio in età molto giovanile, durante gli anni scolastici. Ero uno studente molto attento alle non moltissime occasioni di conoscenza che la scuola, a quel tempo, offriva per venire a conoscenza della poesia contemporanea. E l’incontro con i versi di Ungaretti, di Quasimodo, di Montale, di Penna, per nominare solo alcuni di quelli che produsserro in me un’eco la cui profondità crebbe poi col tempo, quando cominciai a approfondire la conoscenza della loro scrittura autonomamente, fuori dalla scuola, con una voracità di lettura “forsennata”. In conseguenza di questa frequentazione assidua, da lettore, nacque il mio desiderio di emulazione. E cominciai a scrivere, avrò avuto allora sedici-diciassette anni, i miei primi testi, che naturalmente riflettevano il mio profondo amore per l’ermetismo, la sua poetica, la sua misura tanto essenziale, la sua forza espressiva così pregnante e scabra.
Poi, col tempo, da queste prime mosse, palesemente di emulazione epigonica, ebbe origine una mia scrittura più personale, che mi portò, via via, alla mia prima raccolta giovanile, Piccolo libro da guanciale,  permeato anche da una chiara suggestione crepuscolare, tanto apprezzato dai primi poeti cui lo offrii in timoroso dono, Gabriella Sobrino, Giovanni Giudici, Nelo Risi, Patrizia Cavalli: ricordi, intuibilmente, di una valenza immane.
Andando avanti nel mio percorso di lavoro di scrittura, mi avvicinai a un più “esteso” versificare, che produsse anche un riavvicinamento alla metrica tradizionale, nelle raccolte: La lingua degli angeli e La radice e l’ala, nelle quali si condensa e si delinea, forse, la sostanza più rilevante della mia personale scrittura poetica, così fieramente in controtendenza, per quegli anni, a detta di molti critici. Ed è proprio di questa più recente fase, che propongo tre poesie, per me molto emblematiche, della mia identità poetica. Le prime due, da La lingua degli angeli, la terza da La radice e l’ala.

Fammi giocare col fuoco

Fammi giocare col fuoco,
fammi fare il gran salto,
giù, dal punto più alto:
non mi accontento di poco.
Strappa via questa traccia
di maschera dal viso;
mostrami la mia faccia,
nuda, sul mio sorriso.
Fammi smentire gli alibi,
fammi perdere il treno;
fammi cambiare abiti,
fammi togliere il freno.
Prendi nelle tue mani
questo filo nascosto:
fa’ che quando mi chiami
io ti abbia già risposto.
Fammi crescere indietro
verso l’altro “me” vero:
oscurami il segreto,
confondimi il mistero.

(da
La lingua degli angeli – Edizioni del Leone, 1997)

Cammina e canta

Cammina e canta
e insegui molti amori
impossibili e fieri
e disvela misteri e nascondi
i tuoi sogni ai veleni del giorno
livido e freddo e uguale.
Troppe bocche senza ansia di fiamma
bisbigliano il coro dell’ombra
alla folla disabitata.
E tu, sii il seme di un’alba
remota, mai sorta;
appartieniti, proteggiti
dalla vita già morta
che incalza; sii il cucciolo inerme
della tua rinnegata eternità.

(da La lingua degli angeli – Edizioni del Leone, 1997)

Metamorfosi

Non è molto quel ramo dietro i vetri
per sapere che fuori impera il niente;
ma è tutto ciò che scorgi e che non vedi
che lo trasforma in una gemma ardente.

Che lo trasforma in una calda rosa
che accende il limitare dello sguardo
della sua sete indomita e operosa;
e ritrasfonde in musica il tuo pianto.

(da La radice e l’ala – Edizioni del Leone, 2000)

Francesco De Girolamo è nato a Taranto, ma vive da molti anni a Roma, dove, oltre che di poesia, si è occupato di teatro, avendo curato la regia di diversi spettacoli, tra cui: “Testa di Medusa” di Boris Vian; “Le sette maschere” ispirato a Kahlil Gibran (1992) ed “Il piacere di dirsi addio” da Jules Renard (1996). Ha pubblicato le raccolte poetiche: “Piccolo libro da guanciale” (Dalia Editrice, 1990), con introduzione di Gabriella Sobrino; “Bambocciate ” (Edizioni del Leone, 1995); “La lingua degli angeli” (Edizioni del Leone, 1997); “Nel nome dell’ombra” (Ibiskos Editrice, 1998), con una nota critica di Gino Scartaghiande; “La radice e l’ala” (Edizioni del Leone, 2000), con prefazione di Elio Pecora; “Fruscio d’assenza” – Haiku della quinta stagione – (Gazebo Libri, 2009); “Paradigma” (LietoColle, 2010), con introduzione di Giorgio Linguaglossa e “Luci segrete” (Haiku – Il ramo e la foglia edizioni, 2023), con postfazione di Carla De Bellis.E’ presente nelle antologie: “Poesia dell’esilio” (Arlem Edizioni, 1998), “Poesia degli anni ’90” (Edizioni Scettro del Re, 2000), “Haiku negli anni” (Empiria, 2005), “Calpestare l’oblio” (Cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana, Argo, 2010) , “Quanti di poesia” – Nelle forme la cifra nascosta di una scrittura straordinaria – a cura di Roberto Maggiani (Edizioni L’Arca Felice, 2011) e “Haiku in Italia” (Empiria, 2015).Suoi articoli letterari e recensioni sono stati pubblicati su: “Tempi Moderni”, “Le reti di Dedalus”, “La Mosca di Milano”, “Polimnia” e su diversi blog e siti specializzati di Poesia e Critica. Nel 1999 è stato scelto tra i rappresentanti della Poesia italiana alla “Fiera del libro” di Gerusalemme. Ha collaborato dal 1994 al 2000 con l’organizzazione di “Invito alla lettura” a Castel Sant’Angelo e nel 2006 con il “RomaPoesia – Festival della Parola”. Nel 2007 è stato Responsabile Territoriale per il Lazio del Sindacato Nazionale Scrittori.  Si sono occupate criticamente della sua opera, tra le altre, le riviste: “Poesia”, “Folium”, “Poiesis”, “La Recherche” e “Atelier”.

6 pensieri su “La parola ai poeti. Francesco De Girolamo

  1. Marcello Marciani

    Il primo testo, “Fammi giocare col fuoco”, è una deliziosa “canzone” in settenari (e qualche ottonario) rimati, mentre “Metamorfosi” è una doppia quartina di composti endecasillabi. Di Girolamo si serve di forme metriche chiuse per compattare con eleganza il tema a lui caro dello sprone morale, dell’augurio a superare limiti, convenzioni e maschere sociali per raggiungere una vera crescita interiore, per trovare un vitale “altro” in se stesso e in chi sappia scorgere una “gemma ardente” oltre la superficialità di un opaco vedere. Il tema della ricerca di autenticità viene ripreso in “Cammina e canta” con forme metriche libere e con un dettato di coinvolgente profondità: una sorta di viatico etico verso un “cucciolo” d’uomo esitante forse nelle scelte da affrontare, un inno alla vita da vivere appieno contro le “troppe bocche senza fiamma”, contro “i veleni del giorno / livido e freddo” e “la folla disabitata” della solitudine. E i versi finali sono d una lapidaria potenza.

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  2. Roberto Maggiani

    Con piacere ho letto questi versi, che non conoscevo, di Francesco De Girolamo, che invece conosco in altre scritture, sempre in versi; è piacevole trovare, nelle fasi giovanili di un poeta, ciò che poi andrà a costituire la sua poetica in età più matura. Già si intuisce la sua grande abilità nel comunicare, in pochi passaggi, ampie suggestioni; la sua passione per l’ermetismo si è trasfigurata nei sapienti haiku che leggiamo con piacere nella sua ultimissima raccolta “Luci segrete”.

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    1. Francesco De Girolamo

      Grazie infinite, caro Roberto, del tuo intervento, che trovo molto appropriato e calzante, in merito
      all’evoluzione della mia scrittura poetica.
      Un caro saluto.
      Francesco

  3. Francesco De Girolamo

    E grazie infinite al caro Fabrizio Centofanti, e al suo bellissimo blog, per questa preziosa opportunità di far conoscere meglio ai lettori il proprio lavoro di scrittura e le sue premesse.
    Un caro saluto.
    Francesco

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