
Non c’è docente che rinunci a fare confronti fra il suo lavoro di qualche anno fa (la memoria ormai si stratifica; l’età media dei docenti italiani è la più alta d’Europa, più della metà hanno passato i 50 anni, siamo Matusalemme inchiodati alle cattedre, in intrepida sfida ai principi della buona pedagogia, e del buon senso) e quello che si arrangia a fare oggi. È vero che le condizioni, diciamo ambientali, del lavoro didattico sono peggiorate: agli stipendi mortificanti di sempre si sono aggiunti adempimenti burocratici, predisposizione di interminabile documentazione per casi particolari, rigida rendicontazione di attività e aggiornamenti, abusi e ottusità dei dirigenti, ma credo che sia lo stesso per molte categorie professionali.
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Certi giorni ho l’impressione di essere su un treno che corre rapido verso un ponte crollato. Si sa che ci vuole tempo e spazio per fermarlo, ma non si capisce bene chi è ai comandi, nessuno sa quale sia la leva del freno, ammettendo pure che ce ne sia una (non c’è, o non è stata finora trovata), tutti, o quasi tutti, pensano alle loro faccende personali e di famiglia, e che in qualche modo se la caveranno. Dopotutto, gli esseri umani attualmente viventi se la sono comunque cavata, fino a oggi, anzi, fino a ieri. Il treno accelera, le porte sono sbarrate.