Un mondo nuovo (III)

di Roberto Plevano

Non c’è docente che rinunci a fare confronti fra il suo lavoro di qualche anno fa (la memoria ormai si stratifica; l’età media dei docenti italiani è la più alta d’Europa, più della metà hanno passato i 50 anni, siamo Matusalemme inchiodati alle cattedre, in intrepida sfida ai principi della buona pedagogia, e del buon senso) e quello che si arrangia a fare oggi. È vero che le condizioni, diciamo ambientali, del lavoro didattico sono peggiorate: agli stipendi mortificanti di sempre si sono aggiunti adempimenti burocratici, predisposizione di interminabile documentazione per casi particolari, rigida rendicontazione di attività e aggiornamenti, abusi e ottusità dei dirigenti, ma credo che sia lo stesso per molte categorie professionali.

Il confronto tuttavia è fatto a partire dal lavoro sul materiale umano da formare. Ecco che, anno dopo anno, i programmi si accorciano, si semplificano, gli apprendimenti si misurano su argomenti ridotti all’osso, mancano occasioni di approfondimento, quando invece i libri di testo aumentano di pagine (e peso e costi) e offrono una pletora di percorsi di ricerca e materiale digitale (secondo disposizione di legge) regolarmente ignorata per mancanza di tempo. Non ci sarebbe nulla di male (peso e costi a parte), ma l’effetto per così dire psicologico in chi apre il libro è che una buona parte di ciò che è lì contenuto, cioè offerto, sia, in fin dei conti, poco rilevante, dal momento che non si è oggetto di insegnamento e non viene chiesto. In breve, aumenta la distanza tra libro e studente.

Nella scuola si prova a valutare la capacità di organizzare i contenuti qua e là appresi, di strutturare convenientemente una mole di informazioni reperite in tempi e luoghi diversi e che stentano a formare un’esperienza conoscitiva compiuta e definita. La scuola è ormai l’unico luogo e tempo di socializzazione dei giovani; la forzata interruzione per COVID, quasi due anni (che in certe fasce d’età è una porzione significativa della vita) ha avuto per molti effetti traumatici non facilmente accertabili: crisi di panico, di ansia, sensazione di inadeguatezza, diffìcoltà a far fronte al normale carico di lavoro di un corso di studi. È come se ci sia bisogno e necessità di un’esperienza collettiva, ma non si riesca a dare a questa esperienza collettiva il suo senso essenziale di formazione e crescita delle personalità.

Non è facile, lavorando con libri, standoci dentro, afferrare tutte le implicazioni della loro eclisse. Il libro non è più il grande medium della comunicazione culturale da tre decenni ormai. Il mondo di ieri era il mondo di Gutemberg e Manuzio, appunto. Nel mondo di oggi è venuto meno ciò che nei libri abita: il logos, il discorso organizzato che guarda la realtà cogliendo articolazioni, omologie e differenze.

Quando è finito il mondo di ieri? Quando le cose hanno cominciato ad accadere con un’evidenza in un certo paradossale senso imperscrutabile, in modo sfacciato e insolente, ma impermeabile ai tentativi di analisi, elusive al pensiero? Pensare è pur sempre imporre un controllo, fare ordine in un universo. Il mondo nuovo è davanti a noi, intorno a noi, dentro di noi, ma non si rivela, rimane inconoscibile.

Forse il mondo nuovo è iniziato come Underworld, la massa immanente di rifiuti da cui Nick Shay, personaggio letterario protagonista del romanzo di Don DeLillo, trae reddito e occasioni di riflessione. Underworld, il mondo di sotto, dominio di Ade, stoccaggio di tutti i residui del tempo di guerra e del tempo di pace, di tutto quello che non serve più, che torna inesorabilmente alla superficie, trasfigurato.

Il mondo nuovo ha preso forma il giorno in cui il primo rifiuto di plastica è stato gettato via. Una comune bottiglia di acqua minerale in materia plastica (PET, polietilenetereftalato) non degrada significativamente prima di mille anni. In un anno si producono in Italia circa 10 miliardi di bottiglie di plastica, per un peso di 460000 tonnellate di PET, di cui si ricicla meno del 40%, il resto viene incenerito nei termovalorizzatori e nei cementifici, smaltito in discarica o disperso nell’ambiente. (fonte Greeenpeace)

I residui della massa antropogenica non sono percepiti nella comune esperienza umana, ma aumentano col tempo; tutto diventa alla fine residuo. Lo spazio dell’esperienza umana diminuisce, cade in pezzi quando lo squilibrio oltrepassa la soglia del non ritorno. Il mutamento si fa irreversibile.

(continua)

Un pensiero su “Un mondo nuovo (III)

  1. Riccardo Ferrazzi

    Roberto, l’analisi è perfetta, ma la prognosi è drammatica. Già fece scandalo, qualche anno fa, la notizia che quasi nessun candidato (su mille!) agli esami per l’ingresso in magistratura era stato approvato perché incapace di esprimersi in italiano. Ed erano tutti laureati in giurisprudenza! Ora: sarà anche colpa della digitalizzazione, della sparizione dei libri, dei programmi demenziali del MIUR, ma che cosa si può fare IN CONCRETO per uscire da questo vicolo cieco? Io, francamente, non lo so e sono arrivato al punto di pensare che non è più un problema che mi appassioni: ho 75 anni e fra non molto concluderò questa mia (inutile?) avventura terrena. Ma resta il fatto che non è giusto.

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