Certi giorni ho l’impressione di essere su un treno che corre rapido verso un ponte crollato. Si sa che ci vuole tempo e spazio per fermarlo, ma non si capisce bene chi è ai comandi, nessuno sa quale sia la leva del freno, ammettendo pure che ce ne sia una (non c’è, o non è stata finora trovata), tutti, o quasi tutti, pensano alle loro faccende personali e di famiglia, e che in qualche modo se la caveranno. Dopotutto, gli esseri umani attualmente viventi se la sono comunque cavata, fino a oggi, anzi, fino a ieri. Il treno accelera, le porte sono sbarrate.
(Fuor di metafora – e dàgli con gli stilemi della civiltà del libro, le convoluzioni del pensiero sono costrette da molti ceppi – il ponte crollato è il mondo di ieri, e il mondo di ieri, così esplorabile e disponibile alle umane necessità, se pure in modi e gradi diversi, potrebbe essere, di qui a poco, l’unico mondo che la specie umana ha abitato, prima di annientare sé stessa.)
Credo che ci sia un limite strutturale, antropologico, al livello di complessità al quale si può rivolgere piena attenzione, concepibile, rappresentabile. Oggi, semplicemente, il mondo è troppo complicato (in realtà lo è sempre stato, ma oggi è vitalmente necessario comprenderlo, più di ieri; d’altra parte è impossibile comprenderlo tutto insieme), fronteggiamo una magnitudine di problemi che richiedono capacità cognitive inedite, a partire dal punto da fare sulla nostra presenza sul pianeta: in cent’anni la popolazione mondiale è cresciuta da un miliardo a mezzo a sei e più, in una ventina d’anni un miliardo di esseri umani è uscita dall’indigenza assoluta, ma i mezzi di questo miglioramento sono stati e sono per lo più fattori di peggioramento ambientale e climatico, e continuamente generano squilibri, malattie mai viste prima, nuova povertà. Intanto, continuiamo a pensare come Kant e Hegel hanno insegnato, forse Heidegger, nato nel 1889, come Wittgenstein, inizia lentamente a essere senso comune presso gli intellettuali, ma siamo indietro.
Secondo calcoli recenti, la massa totale di prodotti dell’attività umana, manufatti e rifiuti, ha superato la massa di tutti gli organismi viventi sul pianeta (un secolo fa era meno di un ventesimo, è raddoppiata ogni vent’anni). La biomassa diminuisce, riducendo la biodiversità, la scomparsa irrimediabile di organismi che abitano il pianeta, degradando l’integrità del suolo e dell’acqua. La massa di rifiuti e manufatti (anthropogenic mass) equivale oggi a 1,1 teratonnellate (centodiecimila miliardi di tonnellate). In una settimana, per ciascun essere umano viene prodotta una quantità di materiale antropico superiore al peso del suo corpo; l’intera massa antropogenica della città di New York equivale alla biomassa di tutti i pesci del mondo. Nel 2040 la massa antropogenica umana (inclusi i rifiuti) supererà le 3 teratonnellate.
Sono numeri difficilmente immaginabili. Quali sono, e saranno, le conseguenze per il pianeta? Sappiamo misurare qualcosa, certamente non abbiamo un quadro sufficientemente completo. Cos’è insomma, come definire l’antropocene, che possiamo appena intuire, certamente non prevedere?
Piccolo sondaggio in una classe di liceo su letture e conoscenze letterarie degli studenti. Pare che nessuno abbia letto I tre moschettieri, o qualche altro grande romanzo classico della letteratura formativa (Dumas, Swift, Defoe, Verne, Kipling, London ecc.; alcuni hanno “visto i film”, sono sicuro che si ricordano gli spot e non gli spezzoni delle opere smembrate). Ci sono libri letti imposti dall’insegnante di Italiano (qualcosa di quello che si potrebbe con qualche approssimazione definire il canone letterario italiano di una quarantina di anni addietro, Calvino, e poi Rigoni Stern e Meneghello, dato che siamo in Veneto) ma queste letture sono assai lontane dalle esperienze di acculturazione quotidiana della generazione Z, i nati dopo la metà ’90 fino al primo decennio scorso. Per costoro i giornali non esistono proprio, il libro è un oggetto confinato alla scuola, tranne che per poche eccezioni, i flussi informativi che essi generalmente seguono sono regolati dalla rete e da alcuni social, Instagram soprattutto.
Scherzando, dico che non possono capire i loro docenti, perché gente come me (e alcuni adulti) non appartengono al loro mondo, ma alla civiltà del libro, che oggi è stata pressoché soppiantata da un’altra civiltà, con la debita eccezione di alcune aree protette: il sistema scolastico, le biblioteche, le Università (non tutte). Il discorso pubblico oggi procede per la grande parte come se l’universo librario non esistesse.
Cerco di spiegare le implicazioni della rivoluzione iniziata da Gutemberg e soprattutto da Aldo Manuzio. Il libro, inizio a pontificare, è il centro di un universo formativo che ha uno scopo: il riconoscimento, lo sviluppo, la promozione di ciò che è autenticamente umano nelle vite di tutti, coerentemente con le discipline coltivate dai dotti del ‘500: le humanae litterae. Il libro per secoli ha organizzato la mediazione di uomini e donne tra loro e con tutto ciò che è intorno a loro, chiamiamolo natura, ambiente, contesto, istituzioni, società. Il libro, insisto, è lo specchio con cui si può conoscere ciò di cui siamo fatti. E anche oggi, aggiungo, un tempo di identità e specchi frantumati, si può scorgere e riconoscere qualcosa nei frammenti sparsi a terra (dubito che la nobile tradizione culturale che mi fa pronunciare queste ultime parole – pensavo a Rilke e soprattutto a Musil, autore sconosciutissimo ai miei studenti, da me fervidamente letto nei miei diciotto anni, di cui custodivo sullo scaffale della libreria il libro, inopinatamente donato come la mia cosa più preziosa [e che cosa, se non un libro?] a un amore non dimenticato, entrambi [amore e libro] smarriti da allora nel tempo; forse qualcosa si è salvato [questo è pur sempre un parlar ahimè figurato] in un maldestro tentativo narrativo del donante dopo molti anni – sia colta da coloro che mi stanno di fronte).
Passano i dieci minuti corrispondenti all’attention span degli studenti che si affacciano al mondo di oggi, la soglia di attenzione che inesorabilmente si abbassa, manco ci fosse un timer, nelle lezioni appunto frontali.
Taccio, probabilmente sconfitto, ma chi lo sa? Forse qualcosa è penetrato in qualche cervello, attecchirà, produrrà frutto. Ma questa è un’immagine (altra metafora) desueta, tipica di qualcuno nato e cresciuto nel seno della civiltà del libro, aduso a vettori di comunicazione culturale unidirezionali, univoci.
Insegnare, a discutere il termine stando fedeli all’etimologia (Cortelazzo, Zolli. DELI: Dizionario Etimologico della Lingua Italiana) e non perderci nel vago, viene dal latino tardo delle glosse ai testi, e indica l’azione con cui si incide, si imprimono dei segni (nella mente), composto di in- (particella intensiva) e signare, nel senso di “mostrare”, “spiegare”. Questo processo di in-cisione nella mente in un certo senso la apre, la forma, la crea, letteralmente, attraverso la trasmissione di contenuti, che di fatto sono elaborazioni di altre menti. La mente dell’apprendente insomma viene incisa e al tempo stesso si forma e cresce grazie a un complesso dispositivo di esposizione a, e mimesi di, altre menti.
O, per lo meno, questo è stato l’insegnamento in seno alla civiltà del libro, nel mondo di ieri.
(continua)

Grazie Roberto: panorami inquietanti, che abitiamo chiedendoci continuamente che fare. Una buona indicazione, che qualcuno ha pensato di lasciarci, è quella di varcare la soglia della speranza