
Un’idea molto tenace fa del libro un’estensione della personalità dell’autore, un’espressione autentica, in un certo modo veridica e definitiva, anche quando la finzione è massima, dell’essere stesso di chi scrive.
Io credo che un libro sia invece qualcosa di più di un’impresa individuale. Oltre all’autore, vi concorre una pluralità di attori, che trasformano un elaborato privato in libro, che è un fatto pubblico. Il vaglio di una casa editrice che abbia un qualche credito, la selezione, l’editing, i consigli, il blurb, la pubblicazione insomma, e poi il lancio, la trafila delle presentazioni, la promozione, le recensioni, i premi, costituiscono la prima dimensione sociale del libro. Seguono poi i lettori, che sono la vera ragion d’essere del libro. Per questo mi sono tenuto lontano dalla cosiddetta “editoria” a pagamento, anche se i casi possono essere vari e tanti e il confine tra un editore non a pagamento e uno che vende i suoi “servizi” non sempre è definito.
Frustrata dall’industria editoriale, Veronica Tomassini ha deciso di autopubblicare il suo romanzo, affidando il testo a uno stampatore e distribuendolo personalmente a chi ne fa richiesta direttamente all’autrice. Tomassini è una scrittrice che ha, per quanto posso giudicare, tutte le credenziali a posto: una storia di pubblicazioni alle spalle, premi letterari, riscontro di critica, di pubblico, riconoscimento presso la “società” letteraria nazionale, collaborazioni con testate nazionali. Mi auguro che le circostanze dell’”uscita” del suo testo non precludano l’attenzione che merita. Non si può tacere però la considerazione che alcuni mali che si imputano alle case editrici, spesso generalizzando in modo indebito – la scarsa attenzione verso opere non “etichettabili” e l’essere un mondo autoreferenziale che promuove libri e autori interni al circuito culturale e mediatico – rischiano paradossalmente di ingigantire se l’autore si affida unicamente ai suoi contatti e capacità di fare marketing di sé stesso. Per capirci: questo libro mi è arrivato in mano soltanto perché ho avuto qualche chiacchierata con Tomassini, che è parte della mia “bolla” di social media.
L’esistenza di quest’oggetto però pone diverse questioni, in primo luogo sulla necessità e rilevanza dell’industria editoriale. Non credo che sia desiderabile un mondo in cui le case editrici sono sostituite dal do it yourself e dall’iniziativa degli scrittori, anche se spesso le case editrici sono soltanto una tappa, nemmeno la più importante, nella circolazione della narrativa.
Ho deciso di leggere questo libro prima di tutto per stima verso l’autrice. Non mi pare che le esigenze di Tomassini siano autopromozione o vanità. I suoi lettori – che sono più di venticinque – fanno massa critica e hanno assicurato un primo riscontro di attenzione. Tomassini è nota come un’autrice sincera e onesta, e a pensarci bene, l’onestà è forse la prima qualità che si debba chiedere a un autore. La letteratura è artificio, certo, ma un buon autore risolve l’artificio senza trucchi o scorciatoie: un suo libro è frutto di fatica, serietà, sudore, perizia artigianale. Diamo credito al lettore di accorgersene.
Vodka siberiana. Lettere epiche e alticce non è un romanzo epistolare. Le lettere sono un lungo monologo, come un testo messo in scena, inviato a un tu che è la persona dell’autrice stessa a venticinque anni, arrangiato secondo un filo narrativo che preferisce l’avvicendarsi delle impressioni di una stagione sulle costrizioni di una trama. Non è autofiction, non biografia romanzata.
È vero, a venticinque anni la vita brucia, non si può costringere entro le meschinità di interni piccolo-borghesi di una città di provincia, con i riti, le ipocrisie, le grettezze delle anime morte. L’assolato esterno di un parcheggio apre la scena del dramma passato, mai chiuso. Il tu cui si parla è una giovane donna che si arrangia servendo ai tavoli “di un Club dall’aria decadente”, che molte cose non sa, ma sa che non saranno altri a decidere la sua vita.
La vita brucia di domande mai poste, di cieche ricerche. La giovane percorre le strade della sua cittadina alla ricerca di rifugi. La casa di un anziano professore di francese, un maestro difficile, consumato dall’attrito della vita, per cui i libri sono, se non salvezza, necessario ristoro. Nella casa vive, confinata a letto da un’indefinita disabilità, la “creaturina”, testimone e custode della commedia umana di visitatori sul palcoscenico della sua camera. I giardini pubblici, dove “il caos era vera perdizione”. Qui incontriamo una variopinta umanità di immigrati dai paesi dell’Est, reduci delle guerre balcaniche, relitti del crollo del sistema sovietico, polacchi disturbati, disfatte prostitute slave, ladri: per costoro “l’ubriachezza fu un sigillo”, la vita sobria un molesto ricordo, il degrado il solo presente. E pure la giovane trova qui accoglienza, e qualcosa che è un momento di puro amore.
Le lettere epiche e alticce sono un diario di tormenti giovanili e ostinati, timidezze e orgogli, raccontato con onestà e candore. Tomassini è lontanissima da sentenziosità, da condiscendenze sedimentate dal tempo che passa. Sospende il giudizio, la vita è immediata o non è: non è originaria, non è autentica, semmai soltanto riflessa, ma la riflessione viene poi, dalla narratrice in dialogo con il tu della sua giovinezza, che vede sé stessa dal tempo presente, ma questa distanza temporale non è distanza giudicante. È validazione di un’esperienza integrale, vale a dire ciò che deve essere la buona letteratura.
Ci si lascia trascinare dalla prosa di Tomassini, che è come una fiumara che sgorga improvvisa e travolge quel poco di precariamente stabile che un lettore oppone al testo. Come un aedo, Tomassini non può fare a meno di cantare la vita, tanto più vera nel dolore, negli interstizi, nella degradazione, ai margini della società, rispettabile soltanto per ipocrita convenzione. Il crollo delle società dell’Est mette a nudo la bancarotta morale dell’Occidente: la provincia siciliana, come ovunque, è un tessuto di antica perenne decadenza.
Vodka siberiana è percorso da un’ansia tutta femminile di pietà e impossibile redenzione per i suoi personaggi, perché nella realtà la redenzione può soltanto essere invocata attraverso la postura sacrificale dell’innocente. Sono tutti innocenti i personaggi che affollano le pagine, anche quando ex mercenari, ladri, traditori, perché il giudizio non è pronunciato. È innocente il narratore raddoppiato nel suo ego/tu passato: la scrittura di Tomassini s’incammina lungo la via crucis di una redenzione mancata. Gli ultimi sono gli ultimi e non saranno consolati. Estremo realismo e barocca ridondanza. Si affacciano generazioni di perdenti e maledetti, dai Miserabili all’ubriacone Marmeladov in Delitto e castigo, che ha uno sguardo lucido sulla realtà così come è: “bisogna bene che ci sia per ogni uomo almeno un posto in cui si abbia pietà di lui!”. “Proprio per questo bevo, perché in questo mio bere cerco compassione e sentimento… Bevo perché voglio soffrire il doppio!”, giù giù fino al Jean Genet di Nostra signora dei fiori.
La giovane non si unisce alla nebbia etilica di uomini e donne dei giardini, non ne ha bisogno, è empatica per carattere e per destino, è sincera, coem per una missione, fino all’estremo, all’autolesionismo. Altri si danno compulsivamente all’alcol per avere una paradossale lucidità disincantata e definitiva sul “segreto deposto all’origine di tutte le cose, del dolore, della grazia, degli errori, delle croci assegnate per ognuno, anzitempo. Per ognuno.”
Vodka siberiana. Lettere epiche e alticce. Tra i migliori romanzi (non) usciti nel disgraziato anno 2020.
