di Roberto Plevano

“Carissimo padre,
di recente mi hai chiesto per qual motivo sostengo di aver paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti, in parte proprio per la paura che mi incuti, in parte perché motivare tale paura richiederebbe troppi dettagli per poterli esporre a voce con una certa coerenza.”
Nell’autunno del 2019 Franz Kafka inizia a redarre un testo nella forma di lettera al padre Hermann, commerciante di un certo successo in mercerie e articoli di moda. Il testo non arrivò mai al suo apparente destinatario; a leggerlo con attenzione sembra più un’articolazione dell’opera letteraria di Franz che un documento meramente autobiografico. Trattandosi di Kafka, è un’osservazione scontata, come lo sarebbe di molti autori la corrispondenza dei quali mai è mera faccenda privata, anzi entra a pieno titolo nel corpo della loro opera. L’opera tuttavia – è questa la cosa importante – non può davvero essere letta e interpretata a partire dai dati biografici. Le relazioni personali e sociali di cui si racconta, insomma, talvolta anche negli epistolari più privati, sono costruite più su fantasia e talento del narratore che sull’aderenza a un certo vissuto. Può capitare che rispetto al dato biografico – e soltanto rispetto ad esso – siano esagerazioni, omissioni, invenzioni, patenti menzogne. Memories that become monstrous lies, canta Nick Cave.
Considerazioni scontate. Tornano in mente scorrendo il blurb sulla copertina della riedizione del romanzo di Giacomo Sartoni Anatomia della battaglia, uscito già presso Sironi nel 2005 e riproposto coraggiosamente dopo vent’anni da Terrarossa Edizioni. C’è da dire che il tempo ha reso giustizia ad un’opera personale, originale, che non si può davvero incanalare nelle linee di tendenza della narrativa italiana del nuovo millennio; men che meno sulla quale usare l’etichetta tanto vaga di “autofiction” (credo che ci si riferisca a scrittori come Vassalli, Siti, Busi, Mari, Albinati, Lattanzi) in quarta di copertina. Anatomia della battaglia non è opera che possa essere compresa come una resa narrativa della vita vissuta dell’autore. È piuttosto un documento letterario che tenta di fare i conti con ambiti storici, geografici, politici, umani, che riguarda i trapassi generazionali, creato da un autore abituato ad abitare diverse terre di confine. I personaggi insomma “possono sembrare persone reali. Essi nascono invece nelle parole che si succedono una dopo l’altra e muoiono nelle parole”, come dice Sartori in chiusura, e la sola ratio che li governa ha da essere la logica del discorso narrativo.
Credo che poche letterature come quella mitteleuropea abbiano messa in scena la figura del padre come rappresentazione di un potere che attraversa casa, nazione, eredità culturale e politica. Padri dominanti, padri assenti, padri simbolici di autorità, identità, rispetto ai quali il conflitto generazionale, o l’acquiescenza, si intrecciano con i sussulti della Storia. Lotta o remissività, senso di appartenenza o desiderio di fuga, sembrano essere i soli atteggiamenti possibili davanti alla Legge del padre, incarnazione nel contesto familiare del paternalismo imperiale. Sono posture speculari e simmetriche, a partire dalle quali la conquista della vera indipendenza è problematica, difficile, e tuttavia inevitabile, come inevitabile sembra essere stata la lunga decadenza e la fine dell’ordine sociale e politico dell’Impero. Il padre letterario diventa quindi emblema di decadenza, disillusione, autoritarismo vuoto, o rinasce come archetipo psicanalitico e simbolico. Le generazioni di padri e figli in questa decadenza, come quelle raccontate da Joseph Roth ne La Marcia di Radetzky; i padri e il patriziato viennese di Hugo von Hofmannsthal ne Il cavaliere della rosa; il padre dell’uomo senza qualità Ulrich, avvocato e consulente della nobiltà feudale viennese, metafora del potere imperiale e di rigore professionale, che lo incita a trovare il suo posto nella buona società asburgica, finita negli anni in cui Musil scriveva il romanzo:
“Intanto il tempo passava, e Ulrich ricevette una lettera di suo padre.
‘Mio caro figliolo,
son trascorsi ormai quattro mesi senza che dai tuoi laconici scritti si possa dedurre che tu abbia compiuto il minimo passo avanti nella carriera o sia in procinto di compierlo.'”
I padri sono uomini “compiuti”, soddisfatti, socialmente realizzati, estroversi, ove i figli maschi spesso schivi, difficili, meditativi, soprattutto insicuri, incerti, privi di forza vitale, di prospettive, siano esse economiche, lavorative, o di formare a loro volta una famiglia. I padri sono qualcosa, i figli sono “niente”, individui in perpetua evasione.
Le lettere italiane ci danno dei padri figure piuttosto diverse. L’Italia post-unitaria sviluppa narrazioni del padre dentro famiglie borghesi o rurali. Il padre italiano è spesso un simbolo di autorità domestica e trasmissione di valori morali, più intimo e meno legato al potere politico. Alcune figure sono emblemi di autorevolezza legittimata da qualità morali che, sole, paiono sostenere l’intera fabbrica sociale dell’avvicendamento delle generazioni. Spesso – e coerentemente – queste figure non sono padri in senso biologico, la trasmissione dei valori riguarda le anime e non i corpi, materie opache. Si pensa a fra Cristoforo (il padre Cristoforo), a Federico Borromeo nei Promessi sposi, capaci di aprire le vie della Provvidenza, e anche a Mastro Geppetto, il cui desiderio di avere un figlio lo fa letteralmente demiurgo, dio artigiano, creatore, educatore, guida, pronto a sacrificare sé stesso e tutto per la salvezza del figliol prodigo. A costoro andrebbe aggiunto “la cara e buona immagine paterna “ del maestro di Dante Brunetto Latini, raffigurato dall’allievo in una vertiginosa ambivalenza di oltraggio e reverenza (è bene guardarsi dagli allievi eccessivamente dotati), pur ricordato con espressione di grande affetto: “ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, | la cara e buona immagine paterna | di voi quando nel mondo ad ora ad ora | m’insegnavate come l’uom s’etterna: | e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo | convien che ne la mia lingua si scerna”.
Altri padri invece segnano un’assenza e una perdita. Nei Malavoglia il dispositivo narrativo inizia con la morte in mare di Bastianazzo, padre vicario che vive all’ombra del patriarca, alla quale segue la catena di disgrazie che travolgono il resto della famiglia, nonno, vedova, cinque orfani. Mastro Misciu Bestia, padre di Rosso Malpelo, lavora bestialmente e muore in miniera, riversando sul figlio la sua eredità di fatica e sciagura. Il delitto che segna la poetica di Giovanni Pascoli è la violazione dell’ordine morale, la violenza che distrugge il “nido” familiare, e che fa della morte del padre una perdita dolorosa, perpetua, definitiva.
Numerosi i padri cattivi. Ancora in Manzoni, il padre di Gertrude (I promessi sposi, IX-X) è “un personaggio nero. Nerissimo. Il peggiore dei padri” (Giorgio Ficara). Un despota, “uno di «quelli che hanno sempre ragione»”, anaffettivo e manipolatore, che per ragioni patrimoniali condanna la figlia alla reclusione e a una vita lesionata. Un secolo dopo Gavino Ledda dipingerà il suo affrancamento dal padre padrone come una liberazione dalla schiavitù di ignoranza e brutale arretratezza. L’infame ne L’oro del mondo di Vassalli è stato un collaborazionista, e marito e padre abusivo. È vero tuttavia che da metà novecento in poi nelle lettere italiane si assiste a un predominio delle figure femminili, a una, se si può dire, diminuita necessità dell’immagine del padre, che continua però, anche in Italia, ad avere rilievo psicoanalitico, come ad esempio nel lavoro di Trevi La casa del mago.
A metà strada tra controllata o repressa suscettibilità mitteleuropea e viscerale realismo mediterraneo si staglia il padre di Zeno Cosini, un eroe borghese il cui essere misura di tutte le cose del suo mondo nuoce alla stessa esistenza del figlio, che non può ribellarsi se non in modo ambiguo, dubbioso, ambivalente, con distacco e ironica estraneità. Al padre non sembra sfuggire nulla delle tare del figlio, “una delle persone che più l’inquietavano a questo mondo”. La sentenza passa in giudicato nel suo gesto finale; il figlio non avrebbe più potuto provare la sua “innocenza”.
Questa pedante premessa può aiutare a mettere in prospettiva il romanzo di Giacomo Sartori. Sartori è un abitante di mondi contigui. Proviene da una famiglia italiana irredentista del Trentino asburgico, vera terra di confine dell’area italofona del Nord Italia, essendo com’è noto il Sud Tirolo, vale a dire Bolzano e provincia, area totalmente germanofona, fatta salva l’immigrazione italiana nel centro amministrativo a partire dal ventennio fascista. La cosiddetta identità italiana nel Trentino non può prescindere dalle catastrofi della prima metà del Novecento, il lungo fronte della Grande Guerra, di cui il territorio mostra ancora oggi le profonde cicatrici, la dittatura fascista, l’occupazione nazista dal 1943, che di fatto fu annessione diretta al Terzo Reich. Il secondo dopoguerra in Trentino fu soprattutto un periodo di silenzio, di omissioni, di diffusa deresponsabilizzazione delle classi dirigenti da tutte le colpe di un terribile passato, di sistematica elusione, di occultamento e cancellazione di fonti documentali: ogni studio notarile, i fondi di ogni parrocchia, delle diocesi, gli archivi di stato di Trento e Bolzano diventarono immensi e diffusi armadi della vergogna, tutt’oggi per lo più serrati.
Tra i molti personaggi di contorno del romanzo di Sartori, compare, come spuntato da un racconto di Bernhard, un vecchio notaio, sodale del nonno paterno del narratore, “quello del quale nessuno parla mai”, che in tempo di guerra fungeva da collegamento tra l’autorità politica della Repubblica Sociale nel Trentino e autorità militare nazista: il notaio è “un ometto con lo sguardo simpatico che mi prende subito tra le braccia come se fossi uno della famiglia” e disquisisce con competenza di musica jazz. Poi, come a non dare troppa importanza alla cosa, confida di aver fatto parte della Decima MAS, la cui terribile fama nei rastrellamenti e uccisioni di partigiani e civili è, a suo parere, “completamente ingiusta”, anzi, la Decima “era amata e rispettata dalla gente”; lui stesso aveva compiuto “diverse missioni di spionaggio per conto della Repubblica di Salò nei confronti dell’esercito del Reich”, “a suo modo s’è battuto anche lui contro i nazisti”. Quanto al nonno, coinvolto presumibilmente nella deportazione degli ebrei nei campi di sterminio, il gioviale notaio osserva che “era una persona estremamente cortese, che non alzava mai la voce, e cercava sempre di venire incontro agli altri”, ma conosciuta “solo di striscio”. Il quadro grottesco disegnato nella breve conversazione confonde il protagonista, gli pare che le chiacchiere siano state “solo un mezzo per infinocchiarmi”.
Tempo dopo il notaio si decide a consegnare il plico degli atti del processo che aveva visto il nonno imputato nel dopoguerra. Alla fine del racconto – che non si svolge in modo lineare, piuttosto riproduce gli andirivieni e i meandri della memoria – il narratore prende la decisione di chiudere l’enigma della vita e delle colpe del nonno paterno, di cui è ormai certo, gettando via il plico senza aprirlo. Nel cimitero di montagna che accoglie le tombe dei genitori, rigorosamente separate per appartenenza familiare, si consuma infine l’affrancamento da quell’“ingombrante segreto di famiglia”, per il quale il narratore comprende di essere anche lui responsabile,“una delle spiegazioni forse di alcune mie determinanti scelte”, e tuttavia “mi dicevo che per il momento dovevo provare a vivere”.
Il titolo Anatomia della battaglia in apparenza suggerisce un testo scientificamente oggettivo, di distacco analitico. L’anatomia è la disciplina che studia la forma e le strutture degli organismi viventi. La battaglia da anatomizzare è però in primo luogo l’organismo pulsante delle relazioni tra figlio e padre, e per germinazione il conflitto tra generazioni, il conflitto che è ogni relazione: la battaglia continua del commercio sociale, sostenuta per difendersi dagli attacchi, prendere copertura, o avanzare di un qualche metro, occupare un qualche avamposto, non si sa se decisivo o trascurabile, che per tutti è il difficile, rischioso, intimo diventare sé stessi.
Sotto la nitida prosa di Sartori prende forma quindi un testo che racconta un vissuto sofferto, la difficoltà di definire rapporti per loro natura ambivalenti, mutevoli, stratificati in modi poco coerenti, rispetto ai quali il titolo gioca in sottile antifrasi.
Il padre del narratore entra subito in scena, colto a fare una cosa molto stupida: immediatamente dopo l’esplosione della centrale di Chernobyl, in sfida al divieto pubblico di consumare ortaggi freschi, non rinuncia al suo piatto quotidiano di insalata presa dall’orto, proclamando di non credere alle “invenzioni dei politici”, e anzi ostentando la sua abitudine davanti agli ospiti e irridendo le loro paure, le stesse che avevano avuto durante la guerra, tutti “allievi di preti, impiegati statali con lo stipendio garantito… i pecoroni che da trent’anni votavano democristiano”. È un personaggio ribelle, caratterialmente in lotta contro il mondo (a cominciare dalla moglie e dal figlio), che con un padre fascista della prima ora, gerarca per molti anni in Alto Adige, e nella congiuntura storica degli anni Trenta e Quaranta, ha formato sé stesso nella guerra e nel fascismo avanguardista riesumato dalla RSI, nei miti dell’onore, della sfida, del disprezzo per i deboli, per chi la pensa diversamente, della bella morte, nel culto della disciplina, e da là non si è più mosso. Il suo fascismo è antropologico prima ancora che politico, fissato per sempre agli anni della giovinezza, ma non è fanatismo. Guido (nomen omen) è un uomo a suo modo capace, pieno di risorse, sa che il tempo dei suoi ideali è passato, ammesso che sia mai davvero esistito, che lui stesso vive nell’inattualità, ma per lui comprendere e accettare il mondo che ha intorno significa in qualche modo legittimarlo e tradire così la fedeltà al mondo di ieri che ha fatto di lui quello che è.
Attraverso l’alternanza di diversi piani temporali, il romanzo accompagna quest’uomo tutto di un pezzo attraverso la vecchiaia e la lenta e straziante agonia di una morte per cancro, presumibilmente causato proprio dalla compiaciuta trasgressione al divieto di consumare insalata fresca. Gli occhi del figlio seguono passo passo “la grinta titanica” con cui il padre affronta la malattia, e sono occhi spassionati, talora stranianti, che vedono nella lotta del padre contro la morte non soltanto il tratto di un carattere volitivo, ma l’atteggiamento di un’epoca verso la realtà; in definitiva come nota Sartori nella postfazione al libro, una “complessa articolazione tra elementi intimi e epocali”.
Sulla dialettica tra padre e figlio Sartori costruisce un romanzo privo di psicologismi, che non gira intorno a false soggettive verità, ma ripercorre un secolo di storia di una regione (l’irredentismo, l’italianizzazione forzata) e di un paese, un secolo di lunga interminata battaglia della guerra permanente che occupa gli esseri umani sul pianeta. Gli uomini amano la guerra, a volte sembra che sia la cosa che cercano di più, e se hanno combattuto apertamente con le armi se ne ricordano con rimpianto, esplicito o malcelato, per tutta la vita. Il Trentino. come altre terre, è un fronte in cui assistere via via agli schieramenti, agli attacchi, alle difese, alle sortite, allo stato degli avanzamenti, ma è sempre uno scenario confuso, nebbioso (nel dopoguerra reticente e rimosso), come confuse e ambigue sono le relazioni affettive e familiari che il narratore intreccia o desidera recidere, spesso conoscendo male i suoi stessi desideri, e senza avere la forza di andare fino in fondo.
Il narratore cresce, come tutti nel Trentino del dopoguerra, nella “forzata estromissione della guerra”.
“Nessuno parlava dei militari di Salò, che numericamente erano stati il doppio dei partigiani, nessuno menzionava il dilaniamento all’interno delle stesse famiglie, nessuno usava l’espressione guerra civile. Nessuno nominava gli ottomila ebrei trucidati e i quarantamila deportati politici”.
“Negli appartamenti nei quali mi capitava di andare la gente pensava a mangiare, a comprarsi una macchina più grossa, ad andare al mare o a sciare, non alla guerra. Non c’erano tracce della guerra, da loro. Nelle case degli altri si respirava un’atmosfera artefatta e diversa, che solo molto più tardi ho capito a cosa corrispondesse: alla pace. Una pace che era in realtà una forzata estromissione della guerra, ma non di meno una pace. In casa nostra invece per qualche ragione la guerra durava ancora.”
Per il padre la guerra è uno stato di natura, una condizione inevitabile; al figlio riserva lo sguardo che si dà ai bambini: “La differenza tra gli adulti e i bambini, nella mia infanzia, era che questi ultimi non avevano vissuto la guerra. Non avendo vissuto la guerra i bambini erano appunto dei bambini, e verosimilmente lo sarebbero restati tutta la vita.”
Segnato da questo stato stato di prolungata minorità, il narratore pare infatti oscillare ad ogni svolta della vita, che sia scelta professionale, sentimentale, politica. Il suo impegno politico è una contrapposizione speculare all’ideologia familiare, e come un inesorabile piano inclinato lo porta a una speculare violenza, alla clandestinità, al delitto. Sono pagine dense, scritte con uno straniamento che raggiunge momenti tragici ma anche quasi caricaturali. L’eversione rossa del narratore non ripercorre tanto la parabola della lotta armata in Italia negli anni Settanta (non dimentichiamo la facoltà di sociologia in quegli anni a Trento) quanto un periodo in cui l’impatto con la realtà è disagio esistenziale, incapacità del narratore di trovare uno stabile focus di attenzione fuori dall’habitat familiare. La battaglia è ancora indefinita e come liquida, il conflitto è davvero caos, dove invece il confronto con il padre è riconoscibile dialettica: non scontro fisico ma mancato riconoscimento del figlio come potenziale e legittimo pari.
Il figlio invece riconosce al padre il primato anche in età adulta. Ormai in pensione, il padre porta il figlio in un’escursione alpina su una ferrata, nonostante la meteo annunci temporali. Salire in ferrata in quelle condizioni è ovviamente una grave imprudenza, e questa è precisamente la ragione per la quale il padre, abile alpinista, sale sulle vette: il gusto dell’impresa audace, della sfida alla morte, e nell’ascesa si rinnova ancora una volta questa pedagogia della temerarietà alla quale il figlio non si sottrae, nemmeno quando scoppiano i fulmini, e si scatena il finimondo:
“a ogni esplosione di luce vedo la sua schiena leggermente arcuata, come chiusa su se stessa, indifferente alla tempesta che minaccia le nostre vite e a tutto il resto… Vado avanti per forza d’inerzia, senza più opporre nessuna resistenza al pericolo: aspetto che succeda quello che deve succedere. Poi superato uno sperone contro il quale picchio la fronte mi imbatto in qualcosa di molle e caldo: è mio padre, se ne sta accovacciato. Prima ancora di deciderlo razionalmente mi rannicchio vicino a lui.”
L’escursione è occasione di una rivisitazione delle gite familiari dell’infanzia negli stessi luoghi, segnate dai litigi tra padre e madre, dalle lamentele dei figli, dalla frustrazione del padre che, dice il narratore, “avrebbe voluto che fossimo degli alpinisti provetti” e “noi pensavamo che esagerasse, e che non avesse abbastanza pazienza, ma nello stesso tempo con una parte del nostro cervello eravamo fermamente convinti che avesse ragione, ci sembrava che davvero sarebbe stato meglio se non fossero saltati fuori tutti quegli inconvenienti. Pensavamo di non essere abbastanza allenati, di non essere dei buoni alpinisti. Persino mia madre a dispetto dei suoi strilli era convinta che lui conoscesse la montagna come nessun altro, e che sapesse come si deve affrontarla.” Il fratello del narratore avrebbe poi vissuto la sua ribellione al padre, alla “montagna e i suoi sadici rituali” dedicandosi a “una vita tranquilla e aperta agli altri”.
L’ostinata sottovalutazione del pericolo, il pervicace rifiuto della malattia, che è rifiuto di ammettere la propria finitezza, di accettare il proprio posto in mezzo ad altri, non soltanto in posizione di leader (la sola che ammette), non abbandona il padre nemmeno nella sua lenta agonia, raccontata con precisione chirurgica, con un distacco che è puro pathos, partecipazione esente da digressioni psicologistiche. Nella fisica del corpo che decade risiede il nocciolo del rapporto di sangue tra padre e figlio. Se la trasmissione delle esperienze si è inceppata e si è fatta oppositiva tra le generazioni, nella malattia del padre, soprattutto nel suo apparentemente incomprensibile e tenacissimo attaccamento alla vita, nella “siderale assenza del minimo bagliore di trascendenza” dove non si muore, semplicemente si crepa (“chi crepa dà per scontato che non andrà da nessuna parte, che non è servito a niente, che non gli interessa sopravvivere nel ricordo e nei pensieri degli altri”), il figlio trova finalmente la sua chance di parlare al padre del suo lavoro, del romanzo che sta laboriosamente scrivendo (sapendo bene che “la scrittura non è la vita”) e per il quale ha trovato una casa editrice che gli assicura visibilità, passaggi televisivi (maxima fictio). E tuttavia, in un un colpo di scena dal sapore sveviano, la pubblicazione è rinviata, le segnalazioni televisive ritardano, nel malcelato scetticismo del padre. Il quale però intanto rivela interesse nel leggere le bozze del romanzo, e ci si mette con tutto l’impegno che gli permettono le sue condizioni di salute, con grande sorpresa del figlio. Il padre così consuma quel poco che rimane delle sue energie, che egli centellina con la stessa perizia che usava nelle scalate, nello “sforzo fisico di reggere le bozze sulla pancia – dove dilagava la metastasi”. E il romanzo, come c’è da aspettarsi, al padre non piace, non suscita alcun segno di interesse. È compreso, come tutto il resto, nella sfera di disapprovazione che ha racchiuso l’intera esistenza del narratore come figlio.
In Anatomia della battaglia serpeggiano altre linee narrative accanto alla principale del rapporto tra un padre fascista e un figlio che a fatica, al prezzo di fallimenti, costruisce una strategia di emancipazione. Basti sapere che il romanzo riesce a rappresentare con esaustività non soltanto una vicenda individuale ma un segmento di storia generazionale locale e insieme archetipica, che sfiora i temi del mito di Cronos e Zeus, Edipo ed Eracle, che incarnano dinamiche di potere, conflitto, tradimento, incoscienza, sconfitta e redenzione.
Chissà che il suo ritorno nelle librerie non la stabilisca come una delle opere più rappresentative della letteratura italiana degli ultimi decenni.
