
Il titolo dell’ultimo libro di Giacomo Sartori suggerisce imparzialità scientifica, epistemico distacco, come da predilezione per titoli asciutti, quasi etichette su referti e alambicchi delle sue esperienze narrative e poetiche. L’icasticità risponde a un bisogno di rigore stilistico. Come pochi scrittori contemporanei, Sartori è capace di plasmare prosa e verso adattandoli a temi e oggetti del testo, scegliendo lessico, locuzioni, costrutti a seconda delle necessità narrativa, e pure il suo stile è personalissimo e inconfondibile. Più che di stile dell’autore, nel caso di Sartori si dovrebbe parlare di autore di stili, capace di concretizzare la sua ricerca letteraria (Sartori, da buon ricercatore, sa che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, ed esaminare, verificare, controllare) in prove narrative assai diversificate: la scarna asciuttezza della prosa di Cielo nero, la lingua drammatica e fredda in Rogo, lo humor e la satira sociale di Sono Dio e Baco, in cui, caso raro tra gli scrittori italiani, Sartori lavora alla costruzione di un immaginario letterario poco vincolato alla centralità del soggetto individuale e si allarga all’intero dell’esperienza umana: la vita, il clima, l’ambiente.
Un pedante preambolo a introdurre il suo nuovo libro Fisica delle separazioni, il terzo per l’editore Exòrma, un racconto lungo che ha per tema l’ineluttabile vicenda umana della fine delle relazioni che formano la struttura portante delle nostre vite. Imparare a vivere significa conquistare con dolore e fatica l’indipendenza. Questo travaglio costituisce la bruciante materia del libro. Sartori racconta i “movimenti” della separazione dalla moglie Mila, la distruzione di luoghi, abitudini, atteggiamenti, scorci visuali, gesti quotidiani che avevano formato una lunghissima relazione e le persone stesse. Il narratore assiste per così dire dal di dentro e dal di fuori il procedere della separazione, sgomento per il suo senso di impotenza davanti al concatenarsi dei fatti, al crescente senso di estraneità tra ex amanti che ancora dividono una casa, spesso un letto, all’esito obbligato di nuove solitudini e nuove relazioni.
Io non ero niente, senza di lei, tutto il mio equilibrio dipendeva dalla sua presenza e dal suo sostegno, certo non ce l’avrei fatta a cavarmela da solo
Ma da soli la realtà è percepibile senza i calli che proteggono e attutiscono i contatti,
perdendo il carapace comune ci ritroviamo metamorfosati in un animale ferito che si rapporta al mondo e a sé stesso con la coda tra le gambe.
Il testo, diviso in otto sezioni, che Sartori chiama movimenti, è costruito come un lungo flusso di memoria e riflessione che tesse insieme particolari, propositi, sentenze, rimpianti, slanci compassionevoli, autocommiserazione. È una materia intima, fragile, come una piaga messa a nudo scrupolosamente esaminata per trovare una cura, o, visto che non si dà guarigione in queste materie, di un trattamento che aiuti a sopportarla. Spesso il periodo si estende, la costruzione ipotattica registra convoluzioni e correlazioni della sostanza pensante, le parole e la scrittura rimangono l’unico rimedio, o via di fuga e di attacco (perché con le parole si possono dire cose terribili), davanti all’ineluttabile, all’indicibile.
Mira entra in scena nel primo movimento, paradossalmente titolato “Imparare a dimenticare”; entra in scena con un particolare, i piedi,
timidi ma anche fieri… che amavano il contatto con il cemento e i pavimenti freschi
e noi vediamo questi piedi, li ascoltiamo muoversi sul parquet, nell’irriducibile evidenza e unicità di ciò che è stato amato e fissato nella memoria. Nel continuum della memoria il particolare evoca il vero dell’intero. L’ex-amata (viene dal Sud, nigra, formosa, pulchra) appare con i frammenti di una presenza assoluta: la forma del capezzolo, l’alito “che sapeva di trenino elettrico”, e
tutti gli altri dettagli che la mia memoria smemorata si divertiva a lanciarmi addosso, quaso volesse annientarmi, con la sicurezza anzi che quei particolari non avrebbero più fatto irruzione nei miei giorni. Mi sembrava davvero di non farcela.
La memoria dei frammenti passati, sempre involontaria, davvero una materia refrattaria, ha il potere di soggiogare il presente, di torcerlo all’indietro, annientare la capacità di vivere e l’attenzione rivolta a ciò che è intorno,
la dolcezza per certi versi vertiginosa dell’abbandono al presente.
Dimenticare i pezzi della vita a cui si è stati accanto, che non ci saranno più, dire loro addio per quanto lancinanti siano, è una difficile pedagogia, necessaria per sopravvivere:
se non si dimentica, non c’è spazio per il nuovo.
La separazione è, si diceva, l’esperienza umana originaria, il venire al mondo. Ogni abbandono risuona del riverbero del distacco natale. In un cruciale detour narrativo, il secondo movimento, “Non esitare a uccidermi”, racconta la morte della madre. In un rovesciamento dei termini dell’esperienza originaria familiare agli analisti dell’incoscio, la separazione dalla madre diventa separazione della madre, con tutto il carico di sofferenza davanti all’estremo declino fisico della donna, con l’irredimibile senso di colpa per il volere della donna di farla finita con una vita ridotta allo strazio.
La separazioni hanno questo di peculiare: ognuna è diversa, eppure ogni volta rivivono tutte le passate rotture, tutti gli abbandoni. Esse sono – in un certo senso, non sempre – drammatici percorsi di reminiscenza e conoscenza, tanto più necessari perché
la nuda verità è che non sappiamo quasi niente di noi stessi, e ancora meno degli enigmi viventi che incrociano o condividono il nostro percorso: compresi gli esseri che ci sono vicini e che amiamo. Passiamo il tempo a fingere il contrario.
Così tornano le memorie di passati distacchi – i primi amori sono l’inevitabile imprint –, quando ancora non si è adulti e i sentimenti nascono in una terra sconosciuta, devono essere imparati. Il tempo di gestirli, da essi difendersi e trarre qualcosa di prezioso, verrà più tardi, e non viene per tutti: la prima morosa (Sartori usa una voce di vernacolo, in realtà assai consapevole e coltivata, aferesi di amorosa), “con il naso al’insù e l’odore di pane appena uscito dal forno”, rivista dopo decenni è
sprofondata ancora di più nell’infelicità, quasi non le restasse alcuna speranza
conformandosi a una vita borghese nella
cittadina cattolica via via meno praticante e più ebbra di consumismo, pur restando bacchettona e intollerante
(riconoscibile, ma potrebbe essere una qualsiasi cittadina di medie dimensioni del Nord Italia; e si pensi alla fuga dal luogo d’origine, indifferente e ostile a ogni esigenza di autenticità: Comisso, Bassani, Berto, Piovene, Parise, Pasolini…).
Nella scienza delle separazioni, la parola, la scrittura sono la parte pratica, la terapia del dolore, di
quell’ansia che non conoscevo e che d’improvviso era apparsa al mio fianco, una nuova compagna di viaggio che sentivo non mi avrebbe più abbandonato, al pari dei mal di testa.
Per il mal di testa il narratore impiega dosi crescenti di codeina. Per il male della separazione le parole sono l’unico rimedio. Sarebbe tuttavia opportuno usare per le parole il termine greco phármakon, che vuol dire insieme rimedio, veleno, e anche sacrificio rituale del capro (in origine essere umano) espiatorio.
Avevo bisogno di quelle parole incolonnate come ostinate formiche, percepivo che solo loro avrebbero potuto salvarmi.
C’è, si avverte in ogni pagina del libro, la tensione di superare l’impedimento cognitivo a pensare la separazione. In ogni vita umana le relazioni davvero importanti si contano sulle dita della mano. Anche nelle incompatibilità di caratteri, nei mutamenti di personalità occorse nel tempo, non si vuole la separazione, e non volendola non la si pensa; da ciò il senso di sgomento, di doloroso sbigottimento nel conflitto, nelle rotture, che sono in realtà il tessuto della vita, un tessuto formato per strapparsi.
Anche oggi sono volati insulti e parolacce, schizzi che insozzano la nostra relazione. A pranzo, come succede il più delle volte i giorni nei quali lei non lavora. Il pasto comincia nella gaiezza, entrambi siamo contenti di essere insieme, e poi all’improvviso tutto degenera. È un copione ormai scontato.
La poetica di Sartori è costruita sulla cura delle parole, sulla loro necessità – e inevitabilità. È il tema del sesto movimento, Monitorare le parole.
Siamo esseri dotati di parola, e nelle relazioni d’amore le parole hanno un ruolo primordiale, forse anche un po’ magico: già all’inizio senza esserne consce agiscono da detonatore per l’esplosione della passione, e a ben guardare sono sovente considerazioni sul colore degli occhi e dei capelli, o su un fiore, parole realistiche e quasi banali, che non sembrano preludere a eruzioni irrazionali o decolli nella metafisica. Poi però d’un tratto si fanno pregnanti e potentissime, come nell’alchimia la pietra diventa oro. Dischiudono barriere e abissi, guidano a cime inesplorate.
Qui il libro di Sartori entra in una dimensione storica, e metafisica. “Il desiderio è vorace di parole, e le parole amano aizzare il desiderio e il sesso”, ma la difficile “trasformazione in frasi dell’esistenza” percorre le oscurità, il vissuto dei due personaggi che davvero non può essere condiviso, e con cui fare i conti è la cosa più difficile: entrambi cresciuti “nell’ombra del male” il padre di lei “faceva parte della formazione terrorista che organizzava uccisioni e attentati”, il nonno di lui
responsabile dei rapporti con la Wehrmacht durante l’annessione tedesca della regione dopo la caduta del Regime, e quindi anche delle spedizioni di ebrei e oppositori nei campi di concentramento nazisti (…) suo figlio era entrato come volontario nei ranghi della repubblica di Salò. (…) Mi portavo dentro quel fardello. (…) Anch’io violento senza rendermene conto, senza averne l’aria. Ma anche adesso che ero scappato da tempo dalla mia cittadina e dal mio Paese, anche adesso che ero adulto, e che mi illudevo di essere libero e indipendente, avevo un conto aperto con il male.
Soggetto, realtà, parola: le tre reti semantiche della Modernità. Giacomo Sartori ha scritto un libro coraggioso, poetico, intimo e insieme esemplare, programmaticamente lontano dalle convenzioni della narrativa italiana, dalla propensione dell’industria culturale a testi levigati, accessibili, sintatticamente e lessicalmente semplificati, adatti a un pubblico generale (che spesso sono un segno di pregiudizi verso le/i lettrici/lettori concreti). Un libro tematicamente estraneo a una certa tipizzazione assai radicata dell’atteggiamento maschile verso i sentimenti. Un libro che, lungi dall’offrire furbe consolazioni o tirare convenienti e moralistiche somme di una narrazione, assegna alla scrittura il difficile compito di definire le identità attraverso il trauma, il fallimento, il conflitto: eventi che – si deve riconoscere – sono la dimensione esistenziale di ciascuno di noi dalla nascita. Per scriverne ci vogliono narratori di vocazione e talento.
