
Il titolo dell’ultimo libro di Giacomo Sartori suggerisce imparzialità scientifica, epistemico distacco, come da predilezione per titoli asciutti, quasi etichette su referti e alambicchi delle sue esperienze narrative e poetiche. L’icasticità risponde a un bisogno di rigore stilistico. Come pochi scrittori contemporanei, Sartori è capace di plasmare prosa e verso adattandoli a temi e oggetti del testo, scegliendo lessico, locuzioni, costrutti a seconda delle necessità narrativa, e pure il suo stile è personalissimo e inconfondibile. Più che di stile dell’autore, nel caso di Sartori si dovrebbe parlare di autore di stili, capace di concretizzare la sua ricerca letteraria (Sartori, da buon ricercatore, sa che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, ed esaminare, verificare, controllare) in prove narrative assai diversificate: la scarna asciuttezza della prosa di Cielo nero, la lingua drammatica e fredda in Rogo, lo humor e la satira sociale di Sono Dio e Baco, in cui, caso raro tra gli scrittori italiani, Sartori lavora alla costruzione di un immaginario letterario poco vincolato alla centralità del soggetto individuale e si allarga all’intero dell’esperienza umana: la vita, il clima, l’ambiente.
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