
Daniela RAIMONDI
LA CASA SULL’ARGINE
La saga della famiglia Casadio
Casa Editrice Nord, 2020
E’ un lungo viaggio La casa sull’argine di Daniela Raimondi, saga della famiglia Casadio, dove il tempo vola leggero e si sta col fiato sospeso, emotivamente catturati. Al punto che resta al lettore un sottile dispiacere per il raggiunto capolinea, e un dolce, malinconico affetto e una vaga nostalgia per tutte le esistenze dischiuse e attraversate, coi loro grandi e piccoli accadimenti, le immagini, le molte scene confittesi nella memoria.
La Casa sull’argine lascia, insomma, un segno forte, e non solo perché i personaggi sono veri, autentici – pur nel gioco della finzione – le loro storie bene intrecciate tra loro e dentro la cornice della più ampia storia, e persuasive, spesso toccanti, acuminate come lame.
Sai fin dall’inizio che le vite raccontate hanno un destino segnato, all’origine, da un matrimonio che non doveva farsi tra una zingara, Viollca Toska, e Giacomo Casadio, visionario e sognatore nativo di Stellata, piccolo borgo sull’argine del Po, al confine tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. “E’ per colpa di una zingara se la famiglia si è imbastardita”, principia infatti l’incipit del romanzo, e questa consapevolezza si tramanda di generazione in generazione aleggiando nelle loro vite, a spiegare le molte disgrazie a venire. I destini dei discendenti della coppia sono inscritti nei tratti somatici dell’uno e dell’altra – occhi azzurri, pelle e capelli chiari Giacomo, e capelli e occhi corvini Viollca – ai quali si legano immancabilmente i caratteri: positività, fantasia e inclinazione al sogno nell’uno, inquietudine e preveggenza nell’altra. E nell’unica volta che questi caratteri si mischiano (in Donata Casadio), immane è la tragedia. Del resto, “tutti in famiglia dovevano sapere, tutti dovevano comprendere l’orrore che incombeva su di loro. I Casadio avevano la follia nel sangue, e prima o poi quell’inseguire sogni impossibili li avrebbe portati alla rovina.”
Il romanzo è pervaso di una forte vena inventiva (la morte fittizia di Achille, sostituito nella bara da un maialino, la creazione di arche simil-bibliche, l’indicatore di vita da installarsi nelle casse da morto, la formula matematica espressione di una relazione umana, e tante altre trovate e battute), e di visioni, miracoli, premonizioni, frutto di poteri paranormali lascito di un mondo ancestrale prerazionale; e simboli: profumi, sciami di api, uccelli, serpenti.
Uno sguardo e uno stile che richiama il realismo magico di Marquez, Guimaraes Rosa, Sepulveda. Ma qui il baricentro geografico è un borgo italiano ma anche il villaggio tolstoiano, diverso eppure uguale a tutti gli altri luoghi del mondo, nei sentimenti e nelle azioni, nei pregi e nei difetti. Una comunità e un luogo, ad ogni modo, fortemente caratterizzati e ben descritti anche attraverso le brevi e taglienti frasi dialettali che danno il sapore di quella terra, di una realtà mostrata nella sua schietta nudità, nelle sue lotte quotidiane, nelle fragilità e miserie, nei tradimenti e nella tristezza della solitudine e dei lutti.
La capacità introspettiva e chiaroveggente della poeta Daniela Raimondi, la sua bravura descrittiva, trovano in questo suo primo romanzo espressione felicissima; in ogni tempo e contesto della storia, come quando scrive del periodo fascista e della guerra con le sue violenze, le morti, i soprusi, tollerate per vent’anni per ingenuità e ignoranza. O quando si sofferma sul sessantotto e gli anni a seguire, sulle contraddizioni e gli slogan, sulla ottusità disumana del terrorismo fino all’esplosione della tragedia familiare da sempre preannunciata e temuta e, a un certo punto, inveratasi nella mescolanza di caratteri (dei Casadio con quelli gitani ) nella ribelle Donata Casadio, che il destino ha voluto terrorista e complice di un omicidio, pur senza volerlo: quello del giovane ex fidanzato Stefano Lorenzi ucciso al posto del padre magistrato, reo di avere sentenziato la condanna di terroristi.
Ricostruite dunque le radici familiari dalla nebbia del tempo e del sogno, mostrate le ultime propaggini dinastiche, il viaggio giunge infine al termine; ne resta un albero genealogico ormai spoglio a memoria della ricostruzione compiuta, delle tessere inserite, dei fili ricongiunti nell’intricata epopea. E resta a noi lettori il ricordo vivo di questa storia che intreccia e accumula molte storie, che ci sembra proprio un atto d’amore per la famiglia e la comunità d’origine, ma anche un atto di strenua resistenza all’oblio.
Giovanni Nuscis

Grazie davvero, Gianni, per la precisa lettura del testo e dei suoi significati. Hai ragione quando dici che il borgo di Stellata può essere qualsiasi borgo contadino della Russia, o altrove. Nonostante il dialetto e le riscontranze geografiche, la cultura contadina è la stessa ovunque, come lo sono le nostre storie di famiglia, le nostre passioni e i nostri sogni.
Un gran bel romanzo, Daniela, di cui consiglio vivamente la lettura, per le ragioni esposte nella nota.