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“La catasta” di Marco Candida

Estratto dal nuovo romanzo La catasta di Marco Candida (Sisifo Edizioni, 2025)

Trascrizione di una registrazione sul cellulare di Marilaria Santorchini.

Sono stesa panza all’aria nella mia stanza con le lacrime agli occhi forse per l’ecstasy o per il divertimento a casa dell’Audisio e adesso dico due o tre cose della festa, be’, non da immaginarsi festa come quelle a casa dell’Audisio dove si fa il bagno in piscine piene di gelatina – e ci sono i video virali su Instagram e Tik Tok, sì, ma quelle sono cartoline e non la dicono tutta, come ad esempio cosa è accaduto a quel ragazzo… ma non viene al laboratorio di decoupage, e non so come si chiama, Vittorio, credo… Vittorio è stato punto da un nugolo di vespe attirate dalla marmellata di gelatina, e fortuna erano solo tre o quattro e non è stato punto, Vittorio, da un calabrone -, no, non è la nostra festa come quelle feste, perché noi siamo più sottoni, o per meglio dire, adesso che ho l’Abc Incel, facendo parte da mesi ormai di un gruppo Telegram sulla Filosofia Matrix, noi siamo appunto Incel e certe cose a noi Incel sono, in quanto Incel, precluse, e a meno di non metterti a fare coping convincendo te stesso di poterti tirar fuori dalla tua condizione Incel data la tua giovine età, ti saranno precluse saecula saeculorum, e perciò, insomma, sono feste tranquille, quelle di noi Incel, anche se girano ciocchi così d’erba e anfetamine come se nevicasse e l’Audisio alla fine ce l’ha fatta a farmi ingurgitare una pasticca d’ecstasy, ma è stato figo, è figo, anche adesso, perché vedo tutto come fosse un cartone animato, comunque, a parte il lato droghe, essendo una festa Incel popolata da Incel, anche se dubito gli Incel del laboratorio di decoupage siano redpillati circa la loro reale condizione, sebben un paio mi pare abbian fatte battute da femminismo di quarta ondata, ma potrebbe essere un relata refero, e non ho approfondito perché questa faccenda Incel è esclusiva e nel Telegram Matrix si è alquanto fermi, alquanto chiari, alquanto fasci circa il non andare a proclamare in giro ai primi venuti l’appartenenza a detto gruppo, e io rispetto la regola monastica del silenzio perché cazzo mi ci trovo da dio in quel gruppo e non voglio farmici buttare fuori, essendo festa Incel popolata da Incel, dicevo, c’era chi di noi del laboratorio decoupage giocava a Monopoli a un tavolo o in un altro tavolo a Cluedo e poi c’era il tavolo Risiko e il tavolo scala quaranta, e però ci si divertiva, a giocare questi giochi, e c’era chi spaparacchiato su un divano mezzo sfondato con le molle in bella vista si guardava un film su un plasma dallo schermo piatto rigato longitudinalmente, e pure la musica era commerciale, non la tecno-house, e qualcuno ballicchiava la bachata, sì, ma da Incel, o da sfigati, insomma, e caaazzzooo, la villa dell’Audisio era enorme, eeeennnnooormeee, caaaazzzoo, un prato enoooorme, quattro ettari almeno, e la casa sembrava quella delle favole dei fratelli Grimm, fatta com’ero mi ci volevo arrampicare a mangiarmi le tegole e assaggiare il comignolo del camino, e c’erano vari gruppetti sparsi per il pratone e ognuno si diceva la sua, e io saltabeccavo di qua e di là, intendo, da un gruppetto all’altro, e c’era un gruppo a giocare tiro alla fune, ma dovevi vedere quanto si divertivano pure, gli Incelli, ma soprattutto questi gruppetti ciacolavano, ciacolavano, e ciascun gruppetto sparava cagate di storie, strafatti di anfe o ecstasy o superalcolici, vestiti più o meno tutti con maglioni tinta unita verdone o marrone o con felpe beige o bordeaux ma felpe senza cappuccio ché col cappuccio sarebbe stato troppo anti-conformista cool, no, e poi husky verdone o marroncino e K-Way neri, e giacconi militari verdastri, uno un pastrano, un altro una sahariana,  quasi tutte le damine struccate, e dai capelli scarmigliati, per non parlare dei signorotti coi capelli unti e frangia bassa a coprire fronte e sopracciglia come va di moda adesso, insomma Incel, dalla punta dei capelli agli alluci dei piedi e non farmici pensare agli alluci se sono unti e pidocchiosi come i capelli, alluci di sicuro infilati in scarpe da ginnastica sporche e slabbrate e scucite, una virgola di Nike penzolante, un cuscinetto di Reebok bucato e fischiante, un mocassino screpolato come cartavetra, e questo solo per il lato look perché lato estetica è barzelletta tra Pizze Margherite, Apparecchi Ai Denti Modello Frankenstein e Fondi Di Bottiglia Da Poterci Leggere Il Futuro, e questi Incelloni anziché appartarsi e limonare, anziché intrecciare rapporti, questi ciacolavano esternando tutta la loro inidoneità alla vita, o leggi disagio sociale o sociopatia, e sì, un paio, in effetti, si sono avvicinati credo con propositi scopaioli, ma uno aveva la gobba e l’altro un paio di monocoli da gioielliere e perciò anda, li ho rispediti uno dall’ortopedico e l’altro dall’ottico, e quanto agli altri a parte Rick e Beltra e l’Audisio e Giachino e il Sergi, ovvio, il Sergi, il nostro coach, il nostro counselor, la star di pomeridiani incassi formativi ascoltando un tele-predicatore pazzo (troppo un mito, il Sergi!), non ho visto altri darci dentro con nessuna di noi, anche perché il divario era troppo netto, o troppo belle o troppo cesse e fiche di legno, e i Beta-Incel non avevano scatti d’orgoglio in un senso né moti di disperazione nell’altro, e non è da Incel blupillato la filosofia “basta-che-respiri”. Dunque, festa in bianco, giocando a Risiko, e ascoltando cazzate, ma di quelle cazzate top, così top eccomi panza all’aria nella mia stanza a raccontarle al mio cellu, perché non voglio dimenticarle, e poi perché causa ecstasy non riesco a chiudere occhio e avrei continuato a ballare la baciata e giocare Genga e Forza Quattro tutta notte fino al mattino alle sette. Invece, alle due bye bye, babies. E una di queste cazzate parte giusto dal garage dove stava il tavolino ingombro di tartine e panini e la pirofila di guacamole e la ciotola piena di patatine, il buffet, insomma, e il divano mezzo sfondato con le molle in bella vista, e consisteva nel commentare il film sul plasma, Il Macellaio, con Alba Parietti, dicendo in realtà questo film dalla trama all’apparenza così squallida e banale ossia una donna annoiata a trombarsi il macellaio sotto casa mentre il marito direttore d’orchestra è alle prese appunto con la direzione di un’orchestra a un concerto di classica musica, non poi così squallida né così banale, avendoci, invece, significazioni arcane alquanto esoteriche, dato in fondo Il Macellaio mette in scena il sostanziale conflitto tra due diverse energie: l’energia sessuale e l’energia derivante da forza lavoro e mostra quanto dopotutto l’energia sessuale per quanto possa essere potente e dannosa è in subordine rispetto all’energia derivante dalla forza lavoro creatrice di affermazione e successo, e insomma, il sesso nulla può contro il successo, e una donna può scoparsi il macellaio o può scoparsi anche una dozzina di macellai, ma se il suo uomo muove una cavolo di bacchetta a un concerto non c’è sesso a tenere, successo batte sesso tre a zero, e anzi Il Macellaio mette in scena qualcosa di pure più esoterico del conflitto tra energia sessuale e energia d’affermazione personale (quella comunemente detta centratura; mentre l’altra al massimo è quadratura del cerchio una volta ottenuta la centratura), ed è la correlazione involontaria tra le due energie, sinergia di energie ovverosia senza saperlo il personaggio interpretato dalla Alba Nazionale scopandosi il macellaio consente tramite l’energia sessuale sprigionantesi da questo atto l’affermazione personale del marito direttore d’orchestra, lei con i suoi movimenti di anca sospinge il marito verso la soglia del successo personale, lei con i suoi gemiti, lei con il suo selvaggio scopare crea l’energia necessaria al marito per vincere, e ascoltavo queste cazzate guardando la Parietti sullo schermo, scuotendo il capo, incapace di dare retta a questa teoria, e pertanto alzandomi dal divano mezzo sfondato, fabbrica di polvere, e portandomi fuori dal cielo stellato, brillante di orsa maggiore, orsa minore e Sirio là davanti, e la stella Polare sempre quella, e vagando da un gruppo all’altro, quattro passi quattro di bachata, finisco da un altro gruppo assiepato vicino a un ciliegio e uno di questi, sentite questa, uno di questi, il Rove, mi pare, sì, il Rove, e tanto per darvi un’idea di chi è il Rove, con il suo pullover marrone pantano addosso, e Puma dalle punte così spellate da sembrare averci cagato sopra un cane, e col facciotto cicciotto, pappagorgiuto, se il prof d’italiano me lo passa, questo aggettivo, è uno, tanto per darvi un’idea, dicevo, col cerotto sul naso rotto perché sostiene il suo avatar gli sia cascato di mano, abbia colpito lo spigolo di un tavolo e gli sia partito il naso, e lui si sia ritrovato, in un attimo, col naso rotto e sanguinante, ed allora cerotto, e il Rove, questo tipo, dice di averci il padre vecchio, tipo di settanta e rotti anni, e così in pratica pronto per l’ospizio, anche se al Rove va bene, perché prende bella pensione e non ha terrore di perdere il posto di lavoro gettando sul lastrico la famiglia dall’oggi al domani, e anzi al figlio può provvedere, e comprargli questo e quello senza tante storie, e comunque ci racconta, il Rove, del babbo: un signore anziano sì, ma ancora arzillo, a cui l’altro sesso piace, piace eccome, essendo dopo la dipartita della moglie, babbo singolo, e le racconta pure, al figlio, le sue conquiste, come la volta è uscito con una smandrappata, la quale lo ha portato a un bastione, di sera, con un freddo, per lui anzianotto, da battere i denti, tanto che avendo controllata prima la temperatura s’era incappottato, ma la smandrappata, essendosi vestita colla sola giacca, senza reggiseno, le aveva chiesto, dato il freddo, il cappotto, e lui allora a darglielo e lei a usarlo per sedersi su una panchina davanti a bel panorama, ed erano rimasti a parlare, e dopo un poco, non avendo risolto il guaio del freddo, lei gli aveva chiesto la maglia della salute, e lui anzianotto ma di tempra solida e per di più gentleman di natura, a darle pure quella, rimanendo in camicia, senza canottiera, e la smandrappata il pullover lo aveva usato, sì, ma come cuscino, sopra il cappotto, e così parlandogli, accoccolata, mentre lui dominava tremori dovuti al freddo, e lottava per pronunciare parole senza balbettii per via del battere dei denti, ha aperte, la smandrappata, le gambe, facendosi salire una gonnellina sotto la quale da un paio di mutandine nere scendevano un altrettanto paio di gambe da gazzella, senza calze, bianche come il suolo lunare, e lui, il babbo singolo, che vuoi farci?, si è infine slacciati i pantaloni, facendoli scivolare, quei pantaloni, giù fino ai calcagni, e rimanendo così, pur sapendo di rischiare l’arresto, ma incapace di frenarsi, fino a quando non si è coricato, il babbo, sopra la smandrappata, e nello schiacciarle una guancia sulla guancia… “Ecciù!” gli è partito, “Ecciù! Ecciù! Ecciù!” ha ribadito… e lei si è messa a ridere, e si è tirata su, e i due sono scesi, la smandrappata e il babbo singolo, a valle, a prendersi un brodo caldo, e quest’uomo, così presentato, e siamo alla storiella il Rove vuole dirci, prende l’ascensore ogni giorno, un ascensore di quelli antichi, da Novecento appena iniziato, con funi e contrappeso ben visibili da una ringhierina a maglie rombiche sulla tromba delle scale, e con le pulegge arrugginite a fischiare e fischiare inquietanti, e una cabina stretta e traballante, vibrante, la quale quando si ferma al piano ti fa sobbalzare e se tieni in mano il cellu devi andarci cauto se non vuoi ritrovartelo ai piedi e raccoglierlo con una fenditura longitudinale di traverso lo schermetto, e ogni giorno sull’ascensore incontra, il padre del Rove, la vicina di casa, e siccome non sanno cazzo dirsi anche se sono vicini di casa da cinquant’anni, essendo, tra l’altro, lui anzianotto e lei cessa, si rintanano nell’argomento salvagente per eccellenza, le condizioni atmosferiche, e si mettono a parlare del bollettino metereologico, solo che con l’età il padre del Rove ha montato tutto un interesse specifico per l’argomento in oggetto, vuole sapere che tempo farà e quanta umidità e ogni particolare, e così dopo poco in ascensore, subito dopo aver schiacciato il 3 sul quadro elettrico, e aver azionati cilindri e pistoni, sperando la valvola di blocco non si metta di nuovo a fare la stupida, stoppando la cabina d’ascensore quando lo vuole lei senza alcun reale pericolo, e costringendo chi all’interno ad azionare l’allarme, si passa da un dialogo del tipo… Continua a leggere

Estratto de “Le continuazioni”, romanzo di Marco Candida

Estratto de “Le continuazioni”, romanzo di Marco Candida (Arca Edizioni, 2025)

Ma pure Nicolò ha un vizio mica da ridere.
Però, trattasi di vizio diverso da quello di Silverio.
Se per Silverio il tic nervoso agli occhi è una chiave aurea per aprire scrigni di esoterico sapere, per Nicolò il suo vizio lo caccia solo nei guai, non rappresentando alcuna cartografia alternativa relativa a tesori nascosti. Nicolò parla ad alta voce. Cammina e borbotta da solo. A volte parla a voce proprio alta alta e sempre più spesso si ritrova a farlo in mezzo ad altre persone e addirittura quando è in compagnia di una singola persona, come a tavola o al bar, il che forse è ancor peggio di quando lo fa smaterializzato nella folla. Gli scappa qualche parola ad alta voce sciolta dal contesto e dalla conversazione costringendo chi è con lui a sorridergli e a chiedergli se per caso stia parlando da solo. Altri più stronzi non si limitano a chiedere, ma lo accusano proprio. Lo dileggiano. Nicolò cerca di dissimulare. Cos’altro potrebbe fare? Ammettere di essere matto come un cavallo e di sentirsi solo come un cantante in un’astronave deserta? Nicolò non si rende nemmeno più conto ormai di parlare a voce alta da solo, mentre esce di casa per fare commissioni. Non solo frasi sconnesse, ma ormai interi discorsi e a volte intere confessioni. Il suo è un rimuginare costante che scaturisce dai recessi più tempestosi del suo animo: è un fiume di mesto risentimento che incontenibile sgorga dalla bocca. In tempi di Covid gli andava anche bene indossare la mascherina: nascondeva le labbra in perpetuo movimento. Adesso invece occulta l’indefesso cicaleccio solitario ficcandosi un auricolare nell’orecchio in modo da far finta di parlare al cellu con qualcuno. Ma molte volte si dimentica. Ovviamente il disturbo si è acuito dopo la rottura con Marina. Nicolò mastica e rimastica il trauma in vari modi. E borbotta la storia con Marina (o dove Marina della storia è il centro irradiante) pressoché di continuo.

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Vladimir Di Prima, “Il buio delle tre”

Recensione di Marco Candida

Vladimir Di Prima, Il buio delle tre (Arkadia Editore, 2023)

Credo qualsiasi appassionato lettore si formi nella mente prima o poi una sua antologia personale contenente pagine di alta scuola di romanzi italiani. Di sicuro, nella mia vi appare Un anno di corsa di Giovanni Accardo, in particolare l’episodio, interno al romanzo, della zuppiera. Vi appare senz’altro l’episodio della voliera contenuto in Seta di Alessandro Baricco. E adesso è da inserirsi l’episodio dell’eruzione vulcanica narrata nel romanzo Il buio delle tre di Vladimir Di Prima. Pinuccio Badalà, protagonista del romanzo, incontra per caso a un raduno Lucio Dalla, e questi amichevole gli richiede in lettura il suo romanzo eternamente in cerca di editore; così Badalà scappa a casa e stampa il libro, e corre alla sontuosa villa dove alloggia l’interprete di Attenti al lupo per consegnargli il manoscritto, ma mentre la stampante lavora all’Etna vien voglia di farsi sentire, e così Badalà deve affrontare una tempesta di cenere mentre a bordo della sua macchina porta il manoscritto al grande e generoso cantante. Bisogna leggerlo. Un capitolo che ti riconcilia con la voglia di letteratura, di grande letteratura. Ma data una simile premessa, si capisce che Il buio delle tre è in realtà un ben più esteso florilegio di episodi da antologia. Pinuccio Badalà anche col suo nome, e le sue tragicomiche peripezie per affermarsi come scrittore (cosa che detta così a schiaffo farebbe tremare il lato conformista del più libero dei bohemien), ti rimane nella testa simile a personaggi quali Vitangelo Moscarda o Mariano Grifeo Cardona di Canicarao o Giovanni Percolla. E il bello è pure che nelle prime pagine il romanzo fa pensare più a gag alla Ficarra e Picone che alla Muscarà e Scannapieco. Ti dà il tempo di farti acclimatare in una morbida atmosfera di puro divertimento; ma poi, dall’episodio della morte del padre sindacalista in seguito a un capriccio del destino, il livello narrativo vertiginosamente si alza, e comincia a risuonare, nella prosa brillante, affabulatoria, grande pregio. Continua a leggere

“La lacrima della giovane comunista”, di Giorgio Bona

Recensione di Marco Candida

Giorgio Bona, La lacrima della giovane comunista, (Arkadia Editore, 2022)

Trama semplice e lineare e tono di narrazione pacato ed euristico, che ricorda i migliori narratori, ma la magia di questa perla di Giorgio Bona risiede davvero nel saper evocare in ogni capitolo scenari e cartografie di altri universi narrativi. La lacrima della giovane comunista contiene molteplicità di autori e romanzi e un tal gioco di prestigio a Bona riesce, in fondo, col descriverci in modo pacato, senza voli pindarici, ma puntuale, assai evocativo la città-dio Mosca. Forse questo, sopra ogni altra cosa, ci fa notare La lacrima della giovane comunista: tutti quegli intrecci di spie, quelle oscure faccende politiche, quell’incrociarsi di destini in opere narrative di matrice russo-britannico-americano ci hanno raffigurato nient’altro se non il volto immenso e plurimo di una città come Mosca. Continua a leggere

“Un gelido inverno in viale Bligny”, di Arianna Destito Maffeo

Recensione di Marco Candida

Arianna Destito Maffeo, Un gelido inverno in viale Bligny, Morellini Editore, 2021

Una delle parti più gustose nei romanzi gialli o nei thriller, sono le parti iniziali, quando la vicenda non ha ancora preso piede, quando il giallo non è ancora iniziato. Oggigiorno siamo molto più proiettati verso l’inizio in medias res, sul dare subito al lettore quel che vuole. Buttarlo dentro la vicenda. Se è un giallo, il giallo deve cominciare subito. Ma in effetti le parti interessanti, spesso, sono quelle prodromiche alla vicenda vera e propria. Quando ancora ci troviamo nella classica situazione idilliaca. La famigliola felice nella sua bella casa immersa nel verde prima che arrivi una banda di malviventi incappucciati oppure, come in questo caso, il curatore di mostre playboy a cui la vita sembra dare tutto senza dimenticarsi di nulla. E nel romanzo queste parti sono essenziali. Essenziali. Continua a leggere

Marco Candida, “I 69 giorni”

Estratto da I 69 giorni romanzo di Marco Candida (Autori Riuniti, 2021)

Capitolo 1

Floris lascia – Trinità al Centro Commerciale – Sangue nella vasca

Pare proprio che stasera Floris abbia l’impellenza di dire qualcosa di improcrastinabile a Lilia. Sta tergiversando o forse sta solo attendendo il momento migliore per farlo. Comunque, deve dirglielo. Lo deve fare. Non è facile. Non è facile soprattutto tenere nascosta l’ansia. Mascherare le cose dietro un tono di voce tranquillo e la solita faccia di sempre: quella del in fin dei conti pacioso e gioviale Floris, primario presso il Dipartimento Malattie Infettive all’interno del nosocomio cittadino. È come tenersi un sasso rovente nello stomaco. Anzi, un rospo rovente. Floris si aggira intorno a Lilia con questo peso nello stomaco – un peso mobile. Si chiede se abbia o meno lo sguardo torvo. Di sicuro, deve avere l’aria tormentata. Almeno quando non si sforza di sorriderle. Sì. Deve sputare il rospo. Non sa ancora quando. Ma lo deve fare. Deve dare a sua moglie la notizia di avere deciso di dimettersi dall’ospedale. Da lunedì prossimo Floris Calligaris si cercherà un nuovo lavoro.  Continua a leggere

“A Woman Celebration”. Introduzione di Marco Candida

Marco Candida, “Donne, pizzi e nuovi merletti”Introduzione al volume A Woman Celebration, Collana Paper Club 1978, Volume One (ed. AIMagazinebOOks)

Nel Medio Evo le donne venivano considerate streghe e bruciate sul rogo. Oggi, invece, per rimpinguare le casse degli studi legali o per vendere più copie di giornali alle donne vengono riconosciuti diritti di ogni sorta: possono lasciarlo in mutande, un maschietto, se ne hanno voglia. Insomma, dal Medio Evo a oggi non è cambiato molto della concezione femminile: la donna non è ancora considerata persona. Di là era una strega. Oggi ha nel battiscopa mille stampelle e ha mille paracadute sul groppone. Certo, meglio oggi di ieri, ma un pezzetto di strada, forse, va ancora fatto. Dagli uomini, in particolare. I quali detengono ancora il potere. Sono gli uomini che manipolano la vita femminile, anche oggi, nel 2020. Una donna non è ancora libera di esprimere la sua femminilità come desidera se per caso ha delle ambizioni: perché è all’uomo di potere (il capetto, il sergentino, il boss, il comandante in capo) che deve piacere. Il sistema che offre stampelle e paracadute alle donne, poi, è dominato da una concezione vetero-maschilista della donna. Non sono ancora vere stampelle e non sono ancora veri paracadute. Bisogna fare ancora un bel pezzetto di strada.

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Dittico appenninico

DITTICO APPENNINICO

Presentati a San Biagio della Cima (IM) e Acquasanta (GE) i volumi “Incendio nel bosco” di Marco Candida e “L’Appennino piemontese” di Rocco Morandi.

Articolo e foto di Marco Grassano

Domenica 2 febbraio a San Biagio della Cima (IM), e la successiva domenica 9 febbraio ad Acquasanta (GE), sono stati presentati, “in tandem”, due titoli apparsi recentemente nella bella collana “Appenninica” (diretta da Marino Magliani e Paolo Ciampi) dell’editoriale Tarka: erede (geneticamente diretta, perché gestita dalle stesse “teste pensanti” Franco Muzzio ed Emanuela Luisari, e quindi con gli stessi criteri di scelta nelle pubblicazioni) della storica Franco Muzzio Editore, ancorché quest’ultima sia ora un marchio autonomo, di proprietà del Gruppo Editoriale Italiano.

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Il primo dei due libri è un romanzo: Incendio nel bosco, del tortonese Marco Candida, scrittore con alle spalle una produzione narrativa già ragguardevole. Va da sé che l’argomento, considerato quel che sta accadendo in Australia e in Amazzonia o quel che si è verificato in Portogallo un paio di anni fa, può vantare un’attualità davvero “scottante”. Continua a leggere

“Incendio nel bosco”, di Marco Candida

Marco Candida, Incendio nel bosco, Tarka Edizioni 2019, collana “Appenninica”

Recensione di Marisa Salabelle

Incendio nel bosco, di Marco Candida, è la seconda uscita della collana “Appenninica” di Tarka. Una collana lanciata dall’editore toscano e curata da Paolo Ciampi e Marino Magliani, con l’intenzione di raccontare l’Appennino, questa spina dorsale dell’Italia, nei suoi molteplici aspetti. Continua a leggere

MARCO CANDIDA, “TROVA IL TUO PECCATO”

Estratti dal romanzo Trova il tuo peccato, di Marco Candida (Edizioni Della Goccia, 2016)

Trova il tuo peccatoPatrick mi telefona dicendo che farà tardi a causa di lavori in corso in autostrada. Non è la prima volta che succede. Per rassicurarmi (ed evitare scenate da parte mia, lo so) rimaniamo collegati su Skype per un’oretta buona. Posso così verificare con i miei occhi che Patrick sia effettivamente in macchina, in macchina sia solo e che ci sia una lunga fila di automobili davanti a lui. Bisogna ammettere che le nuove tecnologie sono un toccasana. Da un lato a causa delle nuove tecnologie le coppie scoppiano in continuazione, ma esiste anche un uso delle nuove tecnologie che consente a una coppia di durare molto più a lungo senza che il rapporto si logori o evolva in qualcosa di aberrante. Dopo un’oretta il mio cellulare si è scaricato, ma tanto ormai Patrick ci metterà un quarto d’ora a essere a casa. Posso stare tranquilla.
Rincasa alle nove di sera. Continua a leggere

MARCO CANDIDA: “LA MADRE DELL’ISPETTORE BALTI”

di Marco Candida

La madre dell’Ispettore Balti

(testo che uscirà sul “Wall Street International Magazine” il 20 febbraio 2016)

Nella posizione di madre di un Ispettore di Polizia Laura Balti si è sempre sentita in imbarazzo. Cos’ha da spartire lei con un investigatore? Quali profili della sua personalità o quali geni suo figlio può aver tratto da una come lei? Forse la dirittura morale e un certo qual sentimento d’indignazione di fronte alle ingiustizie. Ma quanto a fiuto o acutezza di ragionamento, di sicuro non può aver preso da lei; ed esclude possa aver preso da quel mezzo rimbambito del padre, nonché suo marito ormai dalla bellezza di quarant’anni. Tuttavia, forse per questo, a settantasette anni, Laura Balti (il suo cognome è Sennetti; ma non le procura alcun imbarazzo sfoggiare il nome del rimbambito, specialmente grazie ai figli) ha accettato l’incarico di mistery shopper. Non che ne avesse bisogno. Col suo lavoro di avvocato Leardo ha messo da parte una quantità di soldi invidiabile. In più Laura proviene da buona famiglia e, ringraziando il Cielo, non l’è mai venuto in mente di sperperare denaro facendo investimenti sbagliati o scialacquandolo. Continua a leggere

IL RICORDO DI DANIEL, DI MARCO CANDIDA

di Lorenza Ronzano

il-ricordo-di-danielEsteriormente Il Ricordo di Daniel ha ben poco di romanzesco: la trama è semplice e scarna, e anzi non si può nemmeno definire “trama”, perché manca l’intreccio, manca la cara vecchia intessitura delle vicende, e questo perché le vicende non esistono più, essendosi tutte pianificate in atti, riportati e classificati con il rigore elementare di una rubrica, di un insieme di cose da compiersi, di un’agenda.

Non si può più raccontare, è questo che sembra volerci dire l’autore – non si può più ottenere una storia da un assembramento di atti, quando ogni atto esprime soltanto una funzione e non rimanda ad altro che a se stesso. Nessun intreccio è possibile, perché tutti i personaggi non hanno una morale, non hanno un’identità, e non c’è alcuna psicodinamica a muoverli: hanno soltanto un ruolo, ovvero una funzione all’interno del sistema cui appartengono. Non è un caso che Daniel, il protagonista, li definisca di volta in volta come “la donna che sostiene di essere sua madre…”, “l’uomo che dice di essere suo fratello…, o ancora “la ragazza che sostiene di essere la sua fidanzata”, e così via. Tutto il libro, anziché da persone, è popolato da giri di parole. La fidanzata, la madre, il padre, tutti perdono la loro identità di esseri umani: come i componenti di una squadra, esistono solamente in virtù del ruolo e della funzione che adempiono rispetto al sistema d’appartenenza. Continua a leggere

“Frutta fresca per verdure marce”, di Paolo Merenda

Recensione di Marco Candida

Frutta fresca per verdure marce
Di Paolo Merenda
(Edizioni Il foglio)

Frutta

Il poliziottesco scritto da Paolo Merenda dal titolo Frutta fresca per verdure marce invita a chiedersi forse un po’ capziosamente: “In questo romanzo c’è più più frutta fresca o verdura marcia?” oppure “Il titolo allude a uno scambio tra autore e lettore? E’ il lettore il portatore avariato di verdura marcia?”. A parte questo piccolo divertissement, le centoventuno pagine scritte dall’autore alessandrino sembrano certo presentare i connotati giusti per meritarsi l’aggettivo, spesso abusato, “fresco”. Quelle di Merenda sono pagine “fresche” perché rinverdiscono, servendosi della rivoltella della parodia, il genere del poliziesco all’italiana, riuscendo in un compito difficile; e sono brillanti perché utilizzano una forma originale: centoventidue pagine divise in quattro parti ciascuna spezzettata in dodici capitoli ognun dei quali lunghi una pagina e mezza, massimo due pagine e mezzo. Ogni autore, se si guarda bene ha la sua intelligenza, e l’intelligenza di Paolo Merenda è stata quella di capire che per raccontare una storia che si regge in gran parte su stereotipi di genere la forma breve è la più efficace: essendo già noto al lettore gran parte di ciò che viene raccontato non sono necessarie molte pagine per rendere i personaggi vivi, le storie vere. Bastano poche linee, quelle essenziali, è tutto come per magia si anima e funziona. Non è questione di tecnica o di capacità: è qualcosa di molto più ineffabile, si chiama intelligenza, sensibilità. E Paolo Merenda ha il dono di possederla. Continua a leggere

Saran pure bamboccioni tq, ma è con loro che abbiamo a che fare

 

 

di: Guido Tedoldi

 

Dopo la lettura di «Bamboccioni Voodoo», antologia di racconti di Marco Candida, Historica Edizioni, 2012, pp. 182, € 14,00

 

Il libro è composto da 14 racconti, alcuni già pubblicati su siti web e riviste cartacee. Ogni racconto è indipendente, a cominciare dai nomi dei protagonisti che sono ogni volta diversi. L’atmosfera in cui sono inseriti, però, è comune. È il nostro presente. E comune è anche la categoria di persone che per la gran parte vivono a muovono le vicende narrate. È la generazione dei bamboccioni (come li definì nel 2007 l’allora ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa) anche se alcuni di loro, quelli magari che stanno avendo più successo professionale, preferiscono definirsi tq, visto che hanno 30 o 40 anni.

Un’altra caratteristica comune ai racconti è il genere horror. Ciò non significa che l’autore, Marco Candida, sia rinchiuso in uno stilema – basta vedere la sua produzione letteraria e saggistica precedente (qui il link al suo sito web) per rendersene conto. La scelta dell’horror, qui, mi è parsa una sorta di avviso: guardate che i bamboccioni potranno pure sembrare sfigati, ma invece occorre tener conto di loro. Conoscono il voodoo.

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“Il bisogno dei segreti”, di Marco Candida

Marco Candida, Il bisogno dei segreti (Las Vegas Edizioni, 2011)


Recensione di Manuela Giacchetta

E’ difficile prevedere il funzionamento di un cervello in certe circostanze, quali strade sceglierebbe, fra le tante possibili, in condizioni anomale. Se sai di morire, per esempio, all’improvviso hai qualcosa di irripetibile fra le mani: gli ultimi momenti della tua vita. Decidere come impiegarli diventa una faccenda piuttosto complessa.
Quello che mi piace di Candida, in secondo luogo – sì perché “il primo” lo dirò poi – è che non pone il minimo accento drammatico o tragico alla certezza di questa fine. Connie dovrà morire, siamo d’accordo, ma non è questo il punto. Il punto è: dato che Connie dovrà morire, e Connie questo lo sa, Connie decide di cambiare. Continua a leggere

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