
Ogni qualvolta che mi sono trovato a visitare antichi sotterranei di chiese remote, invasi dal buio, ho spesso pensato che la santità portasse con sé un qualche colore… un colore all’anilina, ad esempio, luminosissimo, tutt’uno con i fondali, e al lapislazzuli, nella tonalità più prossima all’azzurrite, il cui carbonato di rame fa di colpo intensa qualsiasi atmosfera di un dipinto.
Nei miei sogni, poi, se vi affiora del viola, è come se mi sentissi in rima con certe atmosfere mistiche: luce penitenziale, auspicio di conversione; … l’ineguagliabile viola di Quaresima, dei miei giorni di adulto e di bambino…
Colori e metamorfosi di toni su tavole di martiri e santi che sin dall’infanzia mi han rapito e affascinato.
Il sangue dei martiri, il rosso ciliegia che colando dal seno ferito di sant’Agata macchia il flammeum, il velo color fiamma che portavano le consacrate: colori s’imprimono infiniti ed eterni, estatici all’occhio della mente.
Vero è che la santità ha molti colori. O non ne ha alcuno, nessuno dei nostri, di quelli terrestri. Con san Paolo: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1Cor 2,9).


















