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A modo mio, di Franz Krauspenhaar

 

Alzarsi ogni mattina alle 6 per andare a lavorare a 35 km in 45 min. di distanza da casa è una condizione disperata.

Io l’ho fatto per circa un anno.

35 km percorsi in auto in 45 minuti è la distanza tra Milano e Vigevano. E io lavoravo proprio laggiù, in una grande cartotecnica, come direttore vendite estero. Una settimana in sede e una settimana all’estero, quasi sempre in Francia, per circa un anno.

Partenza in aereo lunedì mattina presto e ritorno a Milano con un volo del venerdì.
Mi si potrà dire: perché parli di “condizione disperata”? Continua a leggere

Un’aria non ancora arrugginita

 

di Franz Krauspenhaar

Più vivo all’estero e più mi sento italiano. Ho un cognome tedesco che qui in Portogallo pronunciano peggio che in Italia.

Parliamoci chiaro: qui sto bene, sto più tranquillo, finalmente provo, nel corpo e nell’umore, il vero sole, e un’aria non ancora arrugginita; per il resto l’autogiudizio è sospeso.

Ma manca l’integrazione.

In Germania lavoravo in un magazzino e poi in un ufficio tutta la settimana, la sera stavo con la simpatica coppia “Schleswig Holstein” che mi teneva a pensione, avevo 19 anni, così tanto giovane che assorbivo tutto quel che mi passava davanti come una carta moschicida umana, soprattutto la lingua. Continua a leggere

La video-poesia intransigente e visionaria di Cataldo Dino Meo

di Franz Krauspenhaar

Dino Meo è un artista possiamo ben dire indipendente, parente non lontano di quel fenomeno underground che ha coperto, dal Novecento in avanti – fino ai nostri tribolatissimi giorni – le produzioni “ fuori dai circuiti” di molta arte contemporanea, in buona parte letteraria. Dino fa parte di questa nutrita, anzi autonutrita compagine di artisti liberi e indipendenti. Nel suo caso, addirittura, troviamo l’abiura di qualsiasi prospettiva di pubblicazione tradizionale. Il poeta – perché egli è, a tutto tondo, un poeta – non vuole far parte, fin dai lontani esordi datati 1970, di alcuna “pelosa scuderia”, soprattutto di editori a pagamento. Continua a leggere

Piano terra

 

di Franz Krauspenhaar

È venuto giù un freddo “bestia”, o quasi. La temperatura è scesa sotto i 10 gradi; qui è qualcosa d’insolito.
Non abbiamo il riscaldamento, come in moltissimi condomini della zona che hanno un po’ di anni, – la nostra casa è degli anni Settanta.
Con questo buon clima nella maggior parte dell’anno sarebbe uno spreco mettere i termosifoni, soprattutto per il nostro inverno- è vero, quest’anno con la drammatica ingerenza dei tifoni, – ma di norma abbastanza dolce.
Qui in rua Central abbiamo due stufe elettriche in alluminio, una per la stanza di Ernesto e una per la mia.
Porte chiuse per evitare la dispersione del calore, e in pochi minuti la stanza è già abbastanza calda, in attesa che lo diventi per bene. Sono stufe tedesche, che abbiamo comprato l’anno scorso al Leclerc.
Il buio è già sceso da un po’. Il mio umore stavolta non scende al piano terra come certe sere all’ospedale.
Guardavo nel finestrone della camera a tre letti e mi sorbivo il magone, finché non veniva il momento di andare a letto, una liberazione.

Cafè abatanado

 

di Franz Krauspenhhar

Mi fa un po’ male il collo del piede, come se avessi tirato un rigore da cinquanta metri. Nella realtà, che fin verso i vent’ anni giocai a calcio con un certo impegno, (è per questo che ancora oggi ho le cosce abbastanza sovradimensionate ), e i pochi rigori che avevo battuto erano quasi tutti andati in fumo, cioè fuori dallo specchio della porta.
Non ho mai avuto (nel battere i rigori è fondamentale) il famoso e raro e necessario sangue freddo. Continua a leggere

Un compitino

di Franz Krauspenhaar

Come un paio di giorni fa da “Bellissimo”, stamattina Kabita, la dolce e timida nepalese che viene a pulirci la casa una volta a settimana, per un caso mi trova nel bagno, seduto da vestito sul bordo del water.
Dopo il lavaggio dei denti avevo provato un improvviso mancamento, le ginocchia si erano piegate e, appunto, mi sono dovuto appoggiare sulla tazza, zona bordo, per non crollare a terra, col rischio di farmi male. Continua a leggere

Buona fortuna, di Franz Krauspenhaar

Sono settimane che non riesco a ottenere un sonno davvero ristoratore, un sonno di almeno sette/ otto ore per notte.
Se vado a dormire a mezzanotte, di solito mi addormento verso le due/tre del mattino, perché leggo, o scrivo. E poi, con maggior fatica, mi riaddomento e scendo in un sonno più leggero.

In ospedale, nei primi tempi, quando ero al pronto soccorso, la notte facevo incubi tremendi, dell’ orrore.
Una volta ho sognato di dover essere giustiziato in Spagna, in una media città profonda, mi pare del centro nord, (ma non ne sono certo), dove però la gente, cioè i curiosi, spesso anziani e spesso solo fantasmi di ex giustiziati, a turno mi tenevano la mano per donarmi un po’ di coraggio, durante una lentissima parata, legato stretto ai polsi con manette di cotone, ficcato dentro una vecchia camionetta ( del tipo “Fiat Campagnolo” ) e sorvegliato a un palmo di naso da due poliziotti in borghese della Policia National. Continua a leggere

Recensione di “Nella foresta” ( Ensemble) di Franz Krauspenhaar


di Paolo Del Colle

 

 

 

In questa ultima raccolta, ‘Nella foresta’, Franz Krauspenhaar si libera di se stesso o meglio fa diventare il proprio io una attesa di se stesso, ora che pare uscito da un ciclo di inutili rinascite.

“E quando venne il mio turno sentii nel petto un altro cuore, che comandava altri organi, altri polmoni, altro fegato, stomaco, reni. Dentro sentivo dunque le altre vite a mezzo di un dolore leggero ma persistente, e una strana angoscia, uno strepito essenziale.” Continua a leggere

Tuamore, di Crocifisso Dentello, recensione di Franz Krauspenhaar

 

Volevo fare un’intervista a Crocifisso, a proposito di questo suo terzo libro, Tuamore, edito da La Nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi, suo editore fin dall’esordio. Glielo dissi anche, ma poi pensai: che senso ha un’intervista? Cosa domando? Gli telefono? Ci vediamo in un bar all’aperto liberi dalle maledette mascherine? Gli mando qualche domanda via mail? Ma no!  E comunque, cosa gli chiedo? Come ha organizzato la scrittura? Quante versioni ne ha fatto prima di quella definitiva? Cosa ha provato, cosa faceva d’altro nel periodo della stesura? Continua a leggere

Riccardo Ferrazzi, Il Caravaggio scomparso,

Riccardo Ferrazzi, Il Caravaggio scomparso, Golem edizioni, pagg.173, euro 13,90

 

Recensione di Franz Krauspenhaar 

 

Riccardo Ferrazzi è un autore atipico, versatile e capace quindi di non farsi riconoscere, come certi impiegati della scrittura, frase per frase,  libro per libro. Non è classificabile, sa passare da ambientazioni spagnole (la Spagna è il suo paese d’elezione, si potrebbe dire la sua seconda patria, se non fosse, per avventura o disgrazia, italiano e per soprammercato lombardo). Spesso a Milano, citta’ satellite di se stessa, ormai votata, disamina e corpo, alla moda e alle mode più inutili e dannose, con un centro città’ sempre meno milanese e, perlomeno fino a poco tempo fa, sempre più russo, sezione oligarchi spendaccioni, il Ferrazzi ha compiuto un viaggio esistenziale non facile e comunque interessante, essendo stato per anni un dirigente petrolifero di alto livello. Il nostro non è soltanto “semplice”narratore, perché nei suoi libri c’è sempre il calibro, non necessariamente di un’arma, di una propensione alla variazione sul tema, che però non ammara mai nella prolissità e nella noia. Leggere i libri di Ferrazzi (ambientati nella suggestiva e letteraria Saragozza, o sulle barche, e le sue collaborazioni con l’ottimo scrittore ligure e cittadino del mondo Marino Magliani, o la splendida biografia romanzata dei primi anni di Napoleone Bonaparte, per citarne alcuni) significa espandersi e a volte perdersi perché, come detto, egli da un libro vuole solo poche ma importanti cose: che sia avvincente, che sia diverso dal precedente; dunque mettendosi ogni volta alla prova, che sia scritto in una prosa approdata felicemente alla sintesi ma allo stesso tempo, e in questo breve romanzo, o racconto lungo, ne troviamo l’ennesima prova, piena di misture linguistiche, di paradossi, di raffinatezze degne di un Gadda e di un Manganelli, perlomeno in certe falde della sua raffinata scrittura. Ferrazzi, ipotizziamo, è snob senza saperlo appieno, per cui alla fine il suo snobismo naturale piace, diventa addirittura funzionale alle capre e ai cavoli del tutto. Questo suo ultimo libro, un giallo ambientato nella sua Heimat bustocca, narra di un industriale scomparso, un siciliano perfettamente trapiantato nel nord avido e arrivista; e di suo figlio che, in pieno allarme, incarica il Piero Colombo, investigatore a culo pezzato e suo ex compagno di scuola, di trovare il padre. Sennonché anche il figlio sparisce, accompagnato nella sparizione da una Madonna del Caravaggio, che suggerisce il titolo al romanzo. Una bella trama, un giallo italiano di frontiera (c’è anche Lugano, di mezzo) di cui non diciamo di più perché l’autore si è preso, nella trama, i ferri del mestiere del giallo classico. E dunque diamo l’avvertimento anche a noi stessi di non rivelare nulla, per non togliere al lettore il sempre più raro piacere della sorpresa. Ma il lettore avvertito può godersi questo bel libro su due livelli: la trama, la narrazione impeccabile, i dialoghi altrettanto riusciti, e questa piattaforma strettamente letteraria di uno scrittore che non può, e non deve, dimenticare la sua cultura e il suo estro. Raccomandiamo pertanto la lettura di questo ottimo giallo per definizione ma in verità anche, o soprattutto, di bella prova di autentica  letteratura.

“Madri, muse e amanti” (sonetti dedicati alla sacralità dell’universo femminile) di Alessandro Ialenti.


di
Franz Krauspenhaar

 

Alessandro Ialenti è una persona creativa e poliedrica: studioso e docente di filosofia, lingua italiana e tedesca, scrittore di poesie e saggi, pianista di formazione classica, cantautore, dedito anche alla produzione di jazz e alla musica elettronica.

Un italiano, nato nella “Manchester Italiana”, Terni, città industriale, circondata, quasi per contrasto dalle dolci e mistiche colline dell’Umbria, “Cuore Verde d’Italia”. Alessandro Ialenti cresce in una famiglia con solide e profonde tradizioni musicali. Continua a leggere

“Bile” di Roberto Addeo

 

Bile di Roberto F. Addeo (Transeuropa, 2020) 

 

Recensione di Franz Krauspenhaar.

 

Dopo alcune esperienze poetiche e con un romanzo in perturbata lavorazione, il poeta e scrittore Roberto Addeo giunge nelle buone maglie della prestigiosa Transeuropa del carismatico Giulio Milani nel 2020 con il poema Bile. La sua, a mio avviso, è una specie di installazione poetica, con una specie di movimento ”ungarettiano”, come fa notare Giovanni Succi nella più che brillante prefazione ( un’opera nell’opera, si potrebbe dire). Continua a leggere

Per Vitaliano Trevisan


di Franz Krauspenhaar 

É morto Vitaliano Trevisan. Grande scrittore, gran rompicoglioni, litigava con molti (figurarsi se non ci siamo mandati al diavolo, a un dato punto, via Facebook, questo quadernone infinito, a quadretti come la forma dei profili dentro i quali stiamo tutti a vista, col nostro nome e cognome stampato sulla porta.) Non voglio parlare di me, voglio parlare di lui attraverso la piccola, per nulla significativa storia della nostra breve e virtuale conoscenza. A modo mio, e a grande distanza, lo stimavo; ma è stato un bene che non ci siamo mai incontrati. O forse no. Nessuno può dirlo. Pare fosse una persona di grande, profonda dolcezza, certo era un fuoriclasse non soltanto della letteratura e del teatro, ma anche della vita: una vita dura, da scrittore d’altri tempi, di uno che s’era dovuto industriare in tanti lavori, soprattutto umili; e abbastanza tardi, come me, si era affacciato al mondo segnato da graffi felpati nella gabbia di matti della letteratura. Che lo stesso fanno male, molto. Avevo sempre ammirato quella sua gioventù di lavoratore, di self made man, arrivato alla letteratura per destino, e non per appoggi e parentele (anch’esse destinali, spesso, ma in maniera ben diversa). Continua a leggere

Il mondo di FK. “Nella foresta”, nuova silloge poetica.


La poesia di Franz Krauspenhaar non conosce barriere, non conosce pause: è un filo che si dipana senza respirare, tra un verso e l’altro, come la vita: e della vita dice tutto, senza censure, senza quella patina di letteratura che indebolisce tante prove di nomi a noi noti. È una provocazione che raggiunge il suo obiettivo, non tanto perché si legge tutta d’un fiato, quanto perché non la puoi archiviare negli scaffali della lirica contemporanea, ma devi lasciare che viva autonomamente, come una serie di gesti consumati da una stanza all’altra della casa, come se la casa fosse il mondo, e gli strati della storia fossero esposti alla vista di un lettore che è innanzitutto lui, Franz, assolutamente sincero, assolutamente se stesso, ma non per una forma di esibizionismo, come in certi versi della letteratura americana, ma perché non può che darsi com’è, forse ignorando egli stesso la potenza di questa offerta inattesa. Nel panorama spesso asfittico dei versi nostrani, Krauspenhaar getta un ponte tra la scrittura e gli oggetti quotidiani – il calcio, la TV, la birra; ma anche i sentimenti, le emozioni, il sesso, la riflessione sulla società e una religione scuoiata da rituali troppo astratti-, e finisce col consegnarci un libro che non sta in alcun modo nelle consuetudini dell’editoria, ma sfonda il muro del silenzio complice sulla verità di se stessi: è un grido che non teme di disturbare il conducente, anzi, lo costringe, quasi, a rivedere a ogni pagina le coordinate del suo viaggio.
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Il mondo di FK. Brasilia


di Andrea Caterini

Per chi conosce l’opera di Franz Krauspenhaar, leggere il suo nuovo romanzo, Brasilia (Castelvecchi), potrebbe apparire spiazzante. A partire dal titolo, ci sembra quanto meno particolare che uno scrittore tanto legato nel suo immaginario alla sua Milano si sia spostato così lontano, addirittura cambiando continente, in una metropoli che siamo quasi certi l’autore non conosca direttamente. Ma è necessario rinunciare alle proprie idee, attenerci a quanto leggiamo. Brasilia, nel libro, è una città archetipo – non tanto, o non solo, lo spazio scenico di una vicenda, ma un luogo, per così dire, ideale. Brasilia è il mistero; una città doppia: la nuova e modernissima capitale, con la sua architettura futuristica, e ciò che dietro quel lustro di novità si nasconde (non solo le favelas, ma proprio il suo enigma demonico). È con questo doppio che fanno i conti i personaggi del libro: Ernesto, un figlio (il giornalista che al principio è in Italia, e guarda caso a Milano), e suo padre Juan, che lo prega di tornare in Brasile perché deve svelargli segreti che li riguardano. Continua a leggere

Il mondo di FK. La presenza e l’assenza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Domenica Barbato

Siamo a Milano.

Il protagonista è l’ex poliziotto Guido Cravat, uomo di cinquant’anni che da un mesetto ha deciso di mettersi in proprio diventando un investigatore privato.

Un giorno viene contattato dall’amministratore unico della E.PU.D.O., il facoltoso Rossano Tommei: “Un bell’uomo di una cinquantina d’anni, alto e grosso. Occhi azzurrissimi e freddi. Capelli biondogrigi. Naso alla Principe di Galles. Completo blu quasi aeroportuale. […] è davvero cordiale” Continua a leggere

Luca Vaglio, Il vuoto, recensione-intervista di Franz Krauspenhaar

Il vuoto di Luca Vaglio, Morellini Editore, pag.179

 

di Franz Krauspenhaar 

 

Una storia creata da più storie di minimalismo urbano. Con un protagonista assoluto, un giovane giornalista milanese in cassa integrazione, che non si lascia spaventare dall’inattività, ma che anzi ne approfitta per scandagliare il suo tempo ormai completamente libero, le strade del suo quartiere, i locali, i barman, le amicizie volanti, tutto il rito della giornata passata perlopiù in solitaria con la partecipazione di pochi comprimari. “Il vuoto” è il racconto di una solitudine lungo un certo periodo di tempo, costellato dal mistero dell’auto del protagonista rientrata nel garage dove è custodita con una gomma sgonfia, per cui qualcuno l’ha presa e il nostro io narrante cerca di indagare soprattutto presso i garagisti notturni e diurni. Un rapporto a distanza con i genitori, domiciliati al lago, che lui sente ancora in parte, nonostante la distanza, un po’ opprimente.
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Dareide. Intervista di Franz Krauspenhaar a Ippolita Luzzo

Ippolita Luzzo, Dareide. Pezzi su Domenico Dara dal regno della litweb, 2021, Città del sole Edizioni

 

di Franz Krauspenhaar 

 

Ippolita Luzzo è una figura originale nel mondo letterario italiano, piuttosto statico e di non molte sorprese. È una famosa blogger (Dal regno della Litweb) ma ovviamente non solo; i blog sono passati negli anni – ormai quasi nei decenni- attraverso una selezione naturale, e ne sono rimasti in pochi veramente funzionanti e quindi efficaci, tra cui quelli ormai storici, come quello che ora mi ospita; imprese collettive nate e cresciute come zibaldoni online che pubblicavano e tuttora pubblicano con buon seguito articoli che dal prettamente letterario svariano su altre discipline, di solito artistiche, e su problemi sociali. Il blog dell’infaticabile Luzzo, signora calabrese di Lamezia Terme, ridente città della Calabria centrale affacciata sulla bellissima costa tirrenica, è diventato un vero punto di riferimento per i letterati e i lettori appassionati. Continua a leggere

La presenza e l’assenza di Franz Krauspenhaar

di Guido Michelone

Il sessantenne autore milanese, dalle lontane origini tedesche, cofondatore de “La Poesia e lo Spirito”, torna al suo primo amore letterario, il noir, con cui esordì vent’anni fa (Avanzi di balera), e a cui seguì una copiosa bibliografia di dieci romanzi e cinque raccolte poetiche: da citare almeno Era mio padreLe monetine del RaphaëlBrasilia, per la narrativa, e Franzwolf per la lirica, che non sfigurerebbero affatto in un’antologia della letteratura italiana del XXI secolo.

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La presenza e l’assenza, di Franz Krauspenhaar

di Riccardo Ferrazzi

Franz Krauspenhaar torna in libreria e sul luogo del delitto. La sua antica passione per il “noir”, che già aveva prodotto “Cattivo sangue”, il suo terzo romanzo, risorge per ispirargli questo riuscito mix di classicismo e novità.

Nei dialoghi che il protagonista, l’investigatore privato Guido Cravat, intesse con se stesso ho ritrovato la disincantata tristezza di Raven, il killer che Graham Greene ha raccontato in “Una pistola in vendita”. Cravat ha lasciato la Polizia perché, schifato dalle abitudini dei suoi colleghi, ha deciso di far soldi come libero professionista. Onestamente, così pensava. Ma la realtà lo farà ricredere.

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