Un’aria non ancora arrugginita

 

di Franz Krauspenhaar

Più vivo all’estero e più mi sento italiano. Ho un cognome tedesco che qui in Portogallo pronunciano peggio che in Italia.

Parliamoci chiaro: qui sto bene, sto più tranquillo, finalmente provo, nel corpo e nell’umore, il vero sole, e un’aria non ancora arrugginita; per il resto l’autogiudizio è sospeso.

Ma manca l’integrazione.

In Germania lavoravo in un magazzino e poi in un ufficio tutta la settimana, la sera stavo con la simpatica coppia “Schleswig Holstein” che mi teneva a pensione, avevo 19 anni, così tanto giovane che assorbivo tutto quel che mi passava davanti come una carta moschicida umana, soprattutto la lingua.

Avevo anche un padre tedesco, che non guastava; e insomma in due diverse tranches temporali, per essere un italiano con poco tempo a disposizione, mi ero abbastanza ambientato.

Il tedesco per me non era così ostico come lo è oggi il portoghese.

Forse sono diventato fin troppo adulto, e probabilmente adulterato, in questi decenni trascorsi.

Forse la mia mente non è più prensile, perlomeno non come ai quei tempi.

L’anno precedente al mio primo soggiorno lavorativo in Germania ero stato per la stagione estiva da un mio caro zio paterno, nello Stato di New York, dove zio Renny era diventato uno stimato fisico nucleare.

Anche lì, immersione totale, nessuna possibilità di parlare l’italiano, la mia amata lingua madre, insostituibile.

Girai un bel po’, nel New England, a New York, a Boston.
Ero in una specie di sogno americano tarato a tempo.
Tre mesi, e avevo cominciato persino a pensare in inglese.

Proprio sul più bello, dovetti tornare a Milano, alla scuola, al grigiore di una città natale che forse non ho mai capito, o non ho mai voluto capire.

Certo, ero di nuovo con la mia famiglia, la mia vera forza di allora.

I miei fratelli, i miei genitori.

Come spesso accade a molti, ero felice senza saperlo.

Se fossi rimasto negli States qualche altro mese sono convinto che sarei diventato bilingue.

Oggi, come da tanti anni, ho la scrittura, la letteratura, una certa tranquillità, ma sono abbastanza solo.

C’è mio fratello; e c’è un’amicizia fraterna ripresa qui dopo non pochi anni di distacco.

Ma a volte parlo alla solitudine, nuda e cruda; e in una lingua che so davvero interpretare solo in sogno.

Non provo nostalgia dei vecchi tempi, ma penso seriamente che allora era troppo presto per cambiare paese, abitudini, e lingua.

E ora, che in questo preciso momento sto ascoltando per la millesima volta “Angie” dei Rolling Stones, si è fatto un po’ tardi.

Un pensiero su “Un’aria non ancora arrugginita

  1. Ema

    “ Oh Angie, oh Angie, quando scompariranno quelle nuvole scure?”
    A volte cerchiamo la serenità nel posto sbagliato.

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