É morto Vitaliano Trevisan. Grande scrittore, gran rompicoglioni, litigava con molti (figurarsi se non ci siamo mandati al diavolo, a un dato punto, via Facebook, questo quadernone infinito, a quadretti come la forma dei profili dentro i quali stiamo tutti a vista, col nostro nome e cognome stampato sulla porta.) Non voglio parlare di me, voglio parlare di lui attraverso la piccola, per nulla significativa storia della nostra breve e virtuale conoscenza. A modo mio, e a grande distanza, lo stimavo; ma è stato un bene che non ci siamo mai incontrati. O forse no. Nessuno può dirlo. Pare fosse una persona di grande, profonda dolcezza, certo era un fuoriclasse non soltanto della letteratura e del teatro, ma anche della vita: una vita dura, da scrittore d’altri tempi, di uno che s’era dovuto industriare in tanti lavori, soprattutto umili; e abbastanza tardi, come me, si era affacciato al mondo segnato da graffi felpati nella gabbia di matti della letteratura. Che lo stesso fanno male, molto. Avevo sempre ammirato quella sua gioventù di lavoratore, di self made man, arrivato alla letteratura per destino, e non per appoggi e parentele (anch’esse destinali, spesso, ma in maniera ben diversa).Era uno che sarebbe piaciuto a Celine, immagino. Avevo letto il suo Works, un libro formidabile. Lontano anni luce dalle solite storielle da lavaggio dell’ombelico e dei risciacqui di denti e della letteratura in similpelle che ci adornano per strangolarci tutti quanti, lettori e autori. Ma anche dai romanzi iperletterari di pasticceria gourmet. In un mondo nel quale tutti si proclamano artisti, nessuno è un artista. O quasi.
A un dato punto, dopo un inizio cordiale –parlo di Facebook– cominciò a fare domande, a volte per me fuori luogo, sempre accompagnando da quel suo “my friend” che francamente mi infastidiva. Finché si arrivò alle provocazioni, per esempio sul fatto che secondo lui “facevo l’artista maledetto”. Io sono come mi vedi, “my friend”, ma appunto qui non ci si vede; qui, sul social, ci si fa un’idea. Di solito quella che ci piace avere. Alla fine sganciai un paio di siluri dei miei e lui mi bannò. Fu gradevole.
Però, in verità, mi sarebbe piaciuto conoscerlo. Era davvero un fuoriclasse. Forse con le provocazioni cercava, a modo suo, un contatto umano.
Ieri sera, appena seppi della sua scomparsa, ci restai male ma allo stesso tempo continuava a starmi sullo stomaco. Ho delle digestioni lente, lo so.
Stamattina, leggendo i giornali, rimango soltanto colpito. Duro. Ho scoperto che avevamo solo un mese di differenza. Lui del 12 dicembre, io del 12 novembre del 60.
E comunque, anche se ieri non lo si era detto, avevo capito subito che era stato un suicidio. My friend.
Rimane di lui un significativo corpus di opere che rimarranno. Costruite con gli attrezzi veri della vita.
La vera letteratura non è mai una vacanza.

