

La poesia di Franz Krauspenhaar non conosce barriere, non conosce pause: è un filo che si dipana senza respirare, tra un verso e l’altro, come la vita: e della vita dice tutto, senza censure, senza quella patina di letteratura che indebolisce tante prove di nomi a noi noti. È una provocazione che raggiunge il suo obiettivo, non tanto perché si legge tutta d’un fiato, quanto perché non la puoi archiviare negli scaffali della lirica contemporanea, ma devi lasciare che viva autonomamente, come una serie di gesti consumati da una stanza all’altra della casa, come se la casa fosse il mondo, e gli strati della storia fossero esposti alla vista di un lettore che è innanzitutto lui, Franz, assolutamente sincero, assolutamente se stesso, ma non per una forma di esibizionismo, come in certi versi della letteratura americana, ma perché non può che darsi com’è, forse ignorando egli stesso la potenza di questa offerta inattesa. Nel panorama spesso asfittico dei versi nostrani, Krauspenhaar getta un ponte tra la scrittura e gli oggetti quotidiani – il calcio, la TV, la birra; ma anche i sentimenti, le emozioni, il sesso, la riflessione sulla società e una religione scuoiata da rituali troppo astratti-, e finisce col consegnarci un libro che non sta in alcun modo nelle consuetudini dell’editoria, ma sfonda il muro del silenzio complice sulla verità di se stessi: è un grido che non teme di disturbare il conducente, anzi, lo costringe, quasi, a rivedere a ogni pagina le coordinate del suo viaggio.
Duemila watt di disperazione
Duemila watt di disperazione
mentre le ultime feste scivolano
nei battiscopa dei nostri aguzzi
denti, flessi, marci e timorosi
di rompersi, come nel sogno.
Quel triturame, si vorrebbe fosse
irreale; e infatti, al risveglio, uscendo
da un’anestesia, come fossi stato
partorito da un solo minuto, così
fatto e finito, grande uomo
sotto una rampa di scale
mi sciolgo nell’acido, emetto suoni
d’orso in una steppa d’oro, macino
le mie ossa dall’interno, fino a fletterle
nel buio, il mio solo rantolo a coprire
il silenzio tanto atteso, tanto
minuzioso, come è soltanto
il vero amore.
Nel vivere un assolo
Nel vivere un assolo, sconfitti
i vermi e le lingue taglienti
e il verbo amare, quel verbo
sbagliato che ci tiene svegli,
senza scelta che quella di lottare
per una felicità senza scampo,
da ottenere, come un pieno
di benzina; allora ci sveglieremo
con quell’urlo di niente spiegato
nel covo della gola, il respirare
cantando l’afona gelosia dell’infelice,
colui che nella testa ha solo resa
a un proprio destino senza scopo.
Sarà però un male illuso, sbagliato
di prospettiva, d’un gusto essiccato
in quella gola retriva, roca di pianto
trattenuto. Sarà così che avresti
potuto vivere altro, grandi eventi;
e invece ti sei accontentato
di sbagliare; come sbagliasse solo
chi è sempre pronto a pagare
anche un conto che non ha mai speso.
Vorrei nuotare anche se non so
Vorrei nuotare anche se non so,
non so sfilare all’acqua. Eppure è venuto
il sacro momento di tuffarsi in questa vita
e nuotare, tra i cavalloni, i pesci e
i pedalò, i motoscafi e le navi
fino a che la pelle non si scolli dal corpo,
nell’ultimo soggiorno di una sofferta personalità.
Hai il corpo in decomposizione e pesi
i fatti, ufficialmente sei morto senza
aver fatto nulla di veramente felice.
Hai fatto della tua vita un dribbling,
tra serpenti, il lavoro, la noia e quel
sentirsi un amaro scorrere per la gola
latrina, cercando piante nuove dove
confondere gli odori cattivi dentro
la soavità della natura, un pezzo
di timida esistenza, che completa
la nostra vita dentro un recinto rassicurante.
Non hai corso per quarantadue minuti,
non hai giocato a palla con le mosche
per dilettanti fino alla fine, perché
i polmoni li sentivi una capsula e la gola
era la camera di una casa, invasa
dal gas prima dell’esplosione.
O forse da piccolini ho corso per ben
più oltre di quarantadue minuti, anche
quasi due ore intorno al caseggiato.
Mi confondevo con la Maratona.
Oh tempi belli, quando mio padre era
nel bosco e ci proteggeva, quando mio fratello saliva scale
e io lo proteggevo, nessuna protezione andò a segno,
loro furono
sempre appresso o all’arrivo di un viaggio,
incollati al viaggio, che è orrore, spostamento
di anime tra un inferno e l’altro.
Ecco perché mi muovo assai poco,
all’emergenza, se ho il braccio ingessato
in un cocente pomeriggio di luglio,
e mi chiamano a parlare verso sud-ma non troppo,
di poesia, di cultura e romanzi. Così vado.
Non ho tempo di restare a dormire a casa
con una bottiglia di vermouth sulla testa.
Invece le important person vanno in televisione,
tirando biglie come bambini scemi dei Cinquanta,
sperando che vi trovino una fossa dove
penetrare; ci sono anche poeti così fatti,
che scrivono a casaccio, e ti calciano la poltrona.
Ho forte ora il bisogno della tua aria anche
se non so chi sei, nemmeno lo sospetto.
Nell’abisso commerciale ci sono stato
quindici anni, un percorso, prima che
mio fratello uscisse. Invece di nuotare,
nella frescura mia balda, saziante del mare,
invece di amare, dentro notti angeliche
ricordando canzoni lente, lentissime…
Ho lavorato per la causa di un costo,
di un buco nero, di un tunnel, di un dente
cariato alla misera fine dell’autostrada,
pur di prendere l’aereo del ritorno.
Ero uno schiavo, ma libero e rabbioso
nei percorsi. Sentivo nell’auto roteare
un’idea di libertà, che si raggiunge
sempre e soltanto soli. La libertà
non è mai collettiva, non riguarda altro
che l’individuale. Allora la nuotata
che non ho mai fatto, sarebbe questo
viaggiare di nuovo, una buona volta,
nell’auto del tuo corpo, fino a un arrivo
immaginato tra le onde, per poi
tornare felice a baciare la tua terra.
Nostalgia del mare a terra, e della terra
quando nuoti il mare, e la vita
si risolve qui, in un buco nero.
Dove ti stringo la mano.

Grande Franz! Come diceva D’Annunzio di Verdi: “Pianse ed amò per tutti”.
Grazie Rick, un abbraccio.