Luca Vaglio, Il vuoto, recensione-intervista di Franz Krauspenhaar

Il vuoto di Luca Vaglio, Morellini Editore, pag.179

 

di Franz Krauspenhaar 

 

Una storia creata da più storie di minimalismo urbano. Con un protagonista assoluto, un giovane giornalista milanese in cassa integrazione, che non si lascia spaventare dall’inattività, ma che anzi ne approfitta per scandagliare il suo tempo ormai completamente libero, le strade del suo quartiere, i locali, i barman, le amicizie volanti, tutto il rito della giornata passata perlopiù in solitaria con la partecipazione di pochi comprimari. “Il vuoto” è il racconto di una solitudine lungo un certo periodo di tempo, costellato dal mistero dell’auto del protagonista rientrata nel garage dove è custodita con una gomma sgonfia, per cui qualcuno l’ha presa e il nostro io narrante cerca di indagare soprattutto presso i garagisti notturni e diurni. Un rapporto a distanza con i genitori, domiciliati al lago, che lui sente ancora in parte, nonostante la distanza, un po’ opprimente.

E altri fatti, considerazioni, fatte da molte belle e incisive pagine su Milano, questa grande ragnatela dalla quale è difficile scappare. Mattia Ventura non ha difatti sogni di vera evasione, di Milano accetta praticamente tutto, senza gioia, forse, ma anche senza quella disperazione che può dare il vuoto pieno di una metropoli. “Il vuoto”, edito da Morellini, di Luca Vaglio, qui al primo romanzo dopo due buone prove poetiche e un saggio-inchiesta sulla poesia con Marco Saya Edizioni, è una specie di parentesi aperta sul tutto e sul nulla, un romanzo per certi versi difficile da definire, e questa è senz’altro una cosa più che positiva. Il ronzare da mosca delle giornate di questo giovane solo ma libero non s’interrompe mai, e segue lo scivolare delle auto e dei mezzi pubblici della città, per cui assieme a Mattia Ventura assistiamo alla vita di una città composita, anche questa difficile da definire, nella quale un pieno di cose, di persone, di fatti e di emozioni può farci sfociare, in qualche momento o forse sempre, in un vuoto al quale non è possibile dare una sostanza morale. Esso è quello che appare, che ci sta attorno e s’imbeve di noi.

Da quello che so di lei, mi pare che nel libro ci siano degli elementi autobiografici, primo fra tutti il protagonista io narrante, e la passione per le automobili, per esempio. Ci racconti di questa eventuale scelta, e magari di come si è posto di fronte alla sua vita reale.

 

La scrittura, anche quando si rapporta direttamente alla realtà, non può che partire da una presa di distanza dai fatti, intesi nella loro dimensione più concreta e tangibile. Scrivere comporta sempre un processo di astrazione, se così si può dire, nonché la focalizzazione di storie, vicende e situazioni, vissute o meno, attraverso il linguaggio. E, ancora, scrivere impone una selezione degli episodi da raccontare, la scelta di un punto di vista, l’adozione di uno stile. Si tratta di passaggi che richiedono di ripensare, di rielaborare o, forse più precisamente, di ricreare in profondità un’eventuale realtà, o verità, da raccontare. Inoltre, il lavoro sui nomi dei personaggi e molti altri aspetti che riguardano la scrittura di “Il vuoto” chiariscono che si tratta di un testo assai lontano dall’autobiografia. Dall’altra parte, è vero che nel romanzo affronto situazioni e temi che conosco. Raccontando di Mattia Ventura che, dopo aver lasciato un ambiente di lavoro vessatorio e opprimente, viene a trovarsi in una sorta di terra di mezzo, in una condizione ambivalente in cui un disagio esistenziale e un grado di incertezza sul futuro coesistono con la sensazione di una libertà ritrovata, cerco di dire qualcosa sull’epoca in cui viviamo. Nel romanzo sono presenti sia una critica al mondo del lavoro attuale sia il tentativo di rendere evidente il fatto che ogni persona custodisce dentro di sé una singolarità, una forma irripetibile di unicità. Mi sembra che almeno da due decenni a questa parte, ma forse in modo più sottile già da prima, in Italia e più in generale nella parte occidentale del mondo molte persone, al di là delle condizioni lavorative o ambientali in cui si trovano, sperimentino una bipolarità dell’esperienza, un’ambivalenza dell’esistere non troppo diversa da quella con cui fa i conti Mattia. L’intenzione di mostrare alcuni aspetti della condizione collettiva contemporanea attraverso una vicenda particolare e la narrazione in prima persona forse stanno dietro la scelta di conferire al protagonista qualche tratto in comune con l’autore, come, per esempio, la passione per le automobili. Probabilmente, è un modo per tenere insieme sguardo contingente e visione generale delle cose e per far interagire questi due punti di osservazione. Tuttavia, anche questi tasselli del racconto sono stati rielaborati e palesano toni volutamente accentuati, al punto che Mattia ha un rapporto quasi simbiotico con la sua Alfa Romeo 147.

 

Luca Vaglio, il romanzo è nato con l’idea di un finale preciso o lei lo ha montato pagina per pagina senza sapere cosa venisse fuori?

 

La struttura del romanzo è frutto di scelte precise e meditate, e non avrebbe potuto essere altrimenti. Gli episodi che si succedono, gli incontri che Mattia fa nei giorni e spesso nelle notti in cui gira per il suo quartiere e per la città raccontano il suo viaggio all’interno dello spazio “vuoto” che ha scelto di percorrere, lasciando il lavoro, collocandosi al di fuori del cosiddetto ciclo della produzione di beni e servizi e sperimentando un modo di vivere e di essere per certi versi sorprendente. L’assenza di obblighi e di scadenze da rispettare e la grande quantità di tempo libero di cui dispone permettono a Mattia di conoscere un’umanità diversa da quella che era era abituato frequentare, di vedere la sofferenza, esistenziale e psichica, di molte persone, e di entrare in contatto con una parte di realtà che spesso non viene considerata dalle analisi quantitative e statistiche con cui viene descritto il mondo. Il giallo del pneumatico della 147 bucato e gonfiato con uno spray ripara gomme all’insaputa di Mattia è un’occasione narrativa che permette di sondare la parte di mistero che si trova nelle persone più che nelle cose. La soluzione del giallo è intuibile fin dall’inizio, ma le indagini che Mattia conduce per scoprire che cosa è successo fanno emergere ambiguità e chiaroscuri nel comportamento dei garagisti, ad eccezione di Leonardo, che a settantacinque anni è così pieno di energia da fare il turno di notte nell’autorimessa e con cui il protagonista ha un rapporto di amicizia e di confidenza. L’episodio drammatico su cui nel finale del romanzo Mattia viene chiamato a rendere conto dalla polizia che ipotizza, sbagliando, che egli possa fornire qualche qualche informazione ha forse la funzione di far interagire e in qualche modo confliggere, sia pure per un breve arco di tempo, l’esistenza appartata e la tendenza a evitare tensioni del protagonista con un evento esterno imprevisto e potenzialmente disturbante. Tuttavia, sebbene lo svolgimento del romanzo non segua certo un percorso casuale, rileggendo il testo mi sono accorto che è ancora più focalizzato su alcuni concetti fondamentali di quanto potessi immaginare mentre lo scrivevo. Enrico, un uomo di quarantacinque anni disadattato e incline all’autodistruzione, Vera, una fotografa che nasconde la sua fragilità dietro un’ambizione nevrotica, i garagisti Ramon e Dionisus e i loro espedienti per evadere dalle pesantezze del lavoro che fanno, Leonardo, che grazie alla vitalità e alla purezza interiore di cui dispone, riesce a essere libero e felice anche in un ambiente lavorativo inospitale, e tutte le altre persone che Mattia intercetta nelle sue peregrinazioni urbane in fondo rappresentano modalità diverse di reagire e rispondere al tema che attraversa tutta la storia, vale a dire alla difficoltà di trovare nella società attuale una sintesi tra necessità e libertà, tra integrazione e autodeterminazione, e testimoniano come a una simile questione sia possibile rapportarsi soltanto a partire da fattori personali e soggettivi e non in virtù di un dover essere generale.

 

 

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