Estratto de “Le continuazioni”, romanzo di Marco Candida (Arca Edizioni, 2025)
Ma pure Nicolò ha un vizio mica da ridere.
Però, trattasi di vizio diverso da quello di Silverio.
Se per Silverio il tic nervoso agli occhi è una chiave aurea per aprire scrigni di esoterico sapere, per Nicolò il suo vizio lo caccia solo nei guai, non rappresentando alcuna cartografia alternativa relativa a tesori nascosti. Nicolò parla ad alta voce. Cammina e borbotta da solo. A volte parla a voce proprio alta alta e sempre più spesso si ritrova a farlo in mezzo ad altre persone e addirittura quando è in compagnia di una singola persona, come a tavola o al bar, il che forse è ancor peggio di quando lo fa smaterializzato nella folla. Gli scappa qualche parola ad alta voce sciolta dal contesto e dalla conversazione costringendo chi è con lui a sorridergli e a chiedergli se per caso stia parlando da solo. Altri più stronzi non si limitano a chiedere, ma lo accusano proprio. Lo dileggiano. Nicolò cerca di dissimulare. Cos’altro potrebbe fare? Ammettere di essere matto come un cavallo e di sentirsi solo come un cantante in un’astronave deserta? Nicolò non si rende nemmeno più conto ormai di parlare a voce alta da solo, mentre esce di casa per fare commissioni. Non solo frasi sconnesse, ma ormai interi discorsi e a volte intere confessioni. Il suo è un rimuginare costante che scaturisce dai recessi più tempestosi del suo animo: è un fiume di mesto risentimento che incontenibile sgorga dalla bocca. In tempi di Covid gli andava anche bene indossare la mascherina: nascondeva le labbra in perpetuo movimento. Adesso invece occulta l’indefesso cicaleccio solitario ficcandosi un auricolare nell’orecchio in modo da far finta di parlare al cellu con qualcuno. Ma molte volte si dimentica. Ovviamente il disturbo si è acuito dopo la rottura con Marina. Nicolò mastica e rimastica il trauma in vari modi. E borbotta la storia con Marina (o dove Marina della storia è il centro irradiante) pressoché di continuo.
