
L’amore è un mistero, pensavo. Soprattutto l’amore divino, così distante, a volte, dai sentimenti umani, belli e inaffidabili. Il criterio di discernimento era ancora la salvezza, l’istante in cui si prova qualcosa che ti cambia, quando comprendi, senza paura di sbagliare -: ecco, è questo che cercavo. Finché non accade, inseguiamo dettagli secondari, incapaci di riempire il cuore. Cominciavo ad afferrare meglio ciò che i Padri ci raccomandavano: il ricordo di Dio, la memoria dell’amore. Mi tornavano in mente le sensazioni delle mie passeggiate con don Mario, gli scenari che si aprivano una volta per tutte, i colori e i sapori che s’incidevano nell’anima, per formare una riserva di confidenza e intimità a cui attingere non solo nei momenti più difficili. Pensavo: è questa l’arma con cui affrontare l’armagheddon, lo scontro che richiede la forza invincibile di Dio.

Sì, siamo a una svolta epocale: bisogna attingere alla forza più profonda. Mi ricorda l’atmosfera del Rilke delle Lettere a un giovane poeta.