“Breve amore”, un racconto di Károly Méhes

Károly Méhes (1965) è nato a Pécs, nella parte meridionale dell’Ungheria. La sua carriera letteraria è iniziata nel 1991 in campo poetico, mentre in seguito è passato ai racconti e ai romanzi. Fino ad oggi ha pubblicato ventuno libri, parallelamente al suo secondo lavoro come giornalista e autore esperto di Formula 1.

Nel 2007, insieme a sua moglie Enik? Kulcsár, ha fondato il “Pécs Writers Program”, oggi parte dello “Hungarian Residence Program”.

Breve amore

di Károly Méhes

(traduzione dall’inglese di Giovanni Agnoloni)

Domenica mattina, il direttore del villaggio turistico venne al nostro tavolo indossando una giacca a quadri e una cravatta, nonostante il caldo soffocante. Su cinque delle sue nove dita luccicavano anelli con pietre di varie dimensioni. Torcendosi le mani, si rivolse a noi – be’, devo correggermi: ad Anyuka – in tono rispettosissimo, chiedendoci se potesse far accomodare in nostra compagnia altri due ospiti che erano inaspettatamente arrivati in quel momento.

Anyuka mi guardò leggermente spaventata, ma io evitai di ricambiare la sua occhiata, per poi ascoltarla mentre rispondeva di sì a bassa voce. Credo che non riuscisse mai a contraddire un uomo in giacca e cravatta. Apuka si vestiva sempre in quel modo. Anche quando guardava le partite di calcio, lui era costantemente “in servizio”, perché un uomo, a suo giudizio, doveva essere sempre pronto per eventuali chiamate, se voleva raggiungere dei risultati. Con quell’atteggiamento, finiva che Apuka veniva ininterrottamente sballottato qua e là dagli altri.

Qualche minuto dopo, nella paternalistica compagnia del direttore, venne condotto al nostro tavolo un uomo alto, calvo e con i baffi. Mi ricordava Mihály Károlyi [1]; in un ambiente in cui dominavano costumi da bagno e infradito, anche lui portava giacca e cravatta. Posò ambo le mani sulla spalliera di una sedia libera, fece un breve cenno col capo e borbottò una parola appena percettibile per presentarsi: «Godai».

Anyuka, imbarazzata, si alzò per metà, ma non riuscì a spingere indietro la sedia. Fu così che ricadde immediatamente a sedere, pronunciando il suo cognome, che in effetti era quello di suo marito, e che non sentivo sulle sue labbra da quando Apuka se n’era andato.

In quel momento, da dietro Mihály Károlyi, ovvero Godai, spuntò una ragazza. Aveva capelli ricci e castani che le cadevano sulle spalle, e occhi marroni. Era a piedi nudi e indossava solo una blusa alla marinara che le scendeva giù fino alle ginocchia. Con un gran sorriso, andò prima da Anyuka per stringerle la mano. Quindi strinse anche la mia. Entrambe le volte, Godai-Károlyi arrotolò le “r” mentre ci diceva il suo nome:

«Lei è Renáta Bärenkopf».

    Bärenkopf è la parola tedesca per “testa d’orso”. Non ricordavo l’avvertimento (o era una profezia?) di zia Vera. Pensai solo per un momento al mio vecchio orsetto, che anni prima era stato relegato nel cassetto sotto il mio letto. Poi constatai molto fugacemente, come se fossi un maestro nel formarmi opinioni istantanee, che in vita mia non avevo mai visto una testa d’orso così graziosa.

Presero posto e cominciammo tutti a parlare senza dire una parola. Renáta Bärenkopf era seduta di fronte a me. Era la nostra prima colazione insieme e ci comportavamo tutti come degli idioti. Per qualche motivo che non sapevo spiegarmi, non riuscivo a smettere di guardare verso di lei e, con mia assoluta sorpresa, notai che Renata, a sua volta, mi fissava ininterrottamente.

«Fissare» è proprio la parola giusta, in questo caso. Ogni tanto mi era successo, in passato, di rimanere assorto a guardare una ragazza (mai, vorrei sottolineare, a bocca aperta; solo, dimenticando di dirigere gli occhi altrove). In risposta, il più delle volte mi era giunta la domanda: «Perché mi stai fissando?».

Così, ci osservavamo come se fossimo alieni provenienti da pianeti diversi. Un alieno aveva l’aspetto di una ragazza dai capelli castani, uno sguardo intenso e delle lentiggini sul naso; l’altro somigliava a un ragazzo con la faccia larga, il nasone e una gran bocca. Per tutta la colazione ci furono tazze di tè rovesciate, cucchiaini caduti e marmellata versata sulla tovaglia.

Non so che stesse facendo il signor Godai. Suppongo che masticasse a una velocità normale e bevesse il suo caffè. Ma Anyuka appariva chiaramente infastidita dal fatto che la comparsa di quella creatura al suo tavolo aveva mandato a tal punto in confusione il suo unico figlio, e che lui non capiva che si trattava solo di una ragazza in blusa alla marinara. Quando ebbi buttato giù la zuccheriera per la seconda volta, perché avevo allungato la mano per prenderla senza effettivamente guardare in quella direzione (la mia attenzione era diretta altrove), mi mise una mano sul braccio e disse:

«Pulcetta mia, non sarebbe male se stessi un po’ più attento.»

Per diciassette anni ero stato la pulcetta di Anyuka, e per me era la cosa più bella del mondo. Ma in quel momento mi ridestai seduto a quel tavolo, proprio come Gregor Samsa, che un giorno si era svegliato tramutato in insetto, e quando lanciai un’occhiata verso Renáta Bärenkopf ebbi l’impressione che nella vita non sarei andato molto lontano rimanendo una pulcetta.

Tirai via il braccio da sotto la mano di Anuyka con uno scossone più deciso del necessario, ma stavolta non rovesciai nulla, perché quel movimento aveva una motivazione e uno scopo: volevo mettere le mani sotto il tavolo.

In un villaggio turistico, ogni mattina è come domenica: fino a mezzogiorno non hai niente da fare, per cui il tempo prima del pranzo (che non devi preparare tu) sembra non finir mai. In questa infinitezza devono rientrare tutte le attività al mondo che uno non è mai riuscito a portare a termine. Io, però, non mi ero accorto di quanto avessi trascurato l’amore (cosa che, anche oggi, mi porta a tossire d’imbarazzo), e non sapevo nemmeno – non potevo saperlo – che l’amore non era un’attività che si poteva svolgere entro limiti di orario ben precisi, dalle otto alle otto e trentacinque, en passant, mentre si faceva colazione.

Però era una bella sensazione, perché io, che fino ad allora non avevo mai pensato di potermi sbarazzare di Anyuka come se fosse una pietra d’inciampo, mi ritrovai a metterla un po’ da parte. Quelle due settimane, che nello scompartimento del treno mi ero figurato come decisamente felici, all’improvviso si riempirono di gioia, sì, ma di una gioia del tutto diversa. Secondo le leggi della fisica, ciò voleva dire che la nuova felicità soverchiava ogni altra cosa che potesse succedere in quel lasso di tempo.

Ero sicuro di incontrare Renáta Bärenkopf in biblioteca. Mi figuravo come avremmo parlato di libri, come gliene avrei raccomandato uno, e come avremmo parlato di quanto le era piaciuto leggerlo, durante le dolci notti pubblicizzate nei materiali promozionali del villaggio-vacanze. Nessuno, però, mi aspettava in biblioteca, per cui io – riuscite a crederci? Ma ero davvero io? – non diedi un’occhiata a nessun libro, fatto che razionalizzai dicendomi che dovevo prima terminare la lettura de L’incantatore.

Feci un giro per tutto il resort, passando di tanto intanto a trovare Anyuka. Avrei dovuto osservarla per vedere com’era quando si “rilassava”, adesso che, forse per la prima volta in vita sua, era veramente domenica mattina, e non come a casa, dove passava quel giorno della settimana a cucinare, stirare e cucire. Al tempo stesso, avrei potuto accorgermi che Anyuka era annoiata, o lo sarebbe stata se non fosse stata impegnata a preoccuparsi di dove stavo scorrazzando.

Peraltro, Renáta Bärenkopf – o piuttosto il signor Godai – si assicurava, tra un pasto e l’altro, di rimanere nascosta come se fosse stata ingoiata dalla terra, per cui non la si vedeva nemmeno per caso nei pressi del villaggio turistico, sulla passeggiata sul lago o anche nei negozietti che erano stati costruiti in serie lungo la strada principale – dove sarebbe comunque stato impossibile trovare qualcuno, data la marea di gente in costante movimento. Stare insieme durante i pasti divenne un’esperienza più intensa dopo che mi fui reso conto che probabilmente non mi sarebbe stato concesso altro tempo con Renáta, oltre a quelle tre mezze ore. Lei non sembrava affatto infastidita dalla presenza di Godai e da quella di Anyuka, perché, anche se non ci dicevamo nulla e come saluto ci scambiavamo solo degli sguardi estasiati, con gli occhi e i gesti mi ripeteva migliaia di volte quello che si sarebbe potuto soltanto sussurrare a parole.

Anyuka osservava la nostra silenziosa fascinazione reciproca con compostezza (e, se non fosse troppo in contrasto col suo carattere, direi perfino con circospetto contegno). Per quanto di tanto in tanto mi ponesse una domanda o facesse qualche commento sul cibo – «I ravioli ai fegatini forse erano un po’ troppo duri, non trovi?»; «Oggi pomeriggio farai di nuovo il bagno?» –, istintivamente evitava di usare l’espressione “pulcetta”. Era strano, perché senza quell’appendice le frasi pronunciate da Anyuka non sembravano nemmeno sue. Io mi sforzavo di risponderle in tono taciturno, cosa che lei avrebbe potuto prendere per un segno di maleducazione, deducendone come, col suo costante blaterare, fosse diventata un peso per me, o addirittura che avrebbe ricevuto meno amore da me, adesso che era diretto (anche) a qualcun altro.

Così era questo l’amore. Era il mio modo di chiamare i momenti in cui sedevo di fronte a quell’angelo dai capelli castani, dato che non avevo altro che la sequenza di suoni di quella parola, apparentemente così familiari per me, per descrivere quell’inondazione di sentimenti, che finora non avevo mai conosciuto.

Pareva proprio che a Godai non interessasse per nulla il codice non scritto dell’etichetta, secondo il quale un uomo avrebbe dovuto cercare di intrattenere le signore con cui condivideva la tavola. Mangiava senza dire una parola, con movimenti lenti e consapevoli, eppure riusciva a spazzolare in un batter d’occhio tutto quello che aveva sul piatto, senza mai lasciar nulla, portando a termine ogni pietanza come se fosse la prima. Nonostante la sua somiglianza con Károlyi, non pensai neppure per un momento: “Dunque è così che mangia un conte!”. A volte, nel bel mezzo della colazione, del pranzo, e una volta perfino durante la cena, capitava che posasse rumorosamente il coltello e la forchetta sul piatto, al che tutti noi (a parte Renáta) lo guardavamo, assistendo al suo tentativo di sorridere. Poi capitò che si rivolgesse ad Anyuka:

«Le piace stare in nostra compagnia?»

Sembrava quasi che stessimo trascorrendo le nostre vacanze a casa Godai, e non il contrario – e in definitiva non era vero nemmeno questo. In ogni caso, anche Anyuka mise le sue posate sul piatto, mi guardò e rispose lievemente irritata:

«Oh, sì, si sta molto bene qui».

Io potei soltanto confermarlo. Mentre manifestavo il mio assenso, però, non guardai Anyuka, e neppure Godai. “Sì, è bellissimo qua”, pensai.

Renáta e Godai di solito lasciavano il ristorante prima di noi e, quando finivamo di mangiare e Anyuka mi lasciava andare dove volevo, non li si trovava più da nessuna parte. Allora non mi restava altra scelta che trasformarmi in Sherlock Holmes e cominciare a indagare, sebbene non nutrissi la minima speranza che Anyuka avrebbe assunto il ruolo del Dottor Watson. La quarta sera mi parlò mentre eravamo distesi sui nostri letti, collocati agli angoli opposti della stanza, proprio come avrebbe fatto a casa parlando di argomenti importanti: al buio (cosa che stavolta mi diede fastidio – perché sempre e solo al buio?). Dopo un breve sospiro preliminare, fece riferimento a Renáta.

«Sembra una ragazza simpatica», dise cautamente, «quella… ridimmi come si chiama?»

Glielo dissi. «Renáta Bärenkopf.»            .

Anyuka aspettò un momento, prima di rivolgermi la domanda successiva.

«Mi chiedo solo se quel Bären-qualcosa abbia un significato.»

«Bärenkopf», intervenni rapidamente, poiché Anyuka non aveva mai aggiunto il “qualcosa” a nessun nome. Sospettavo che non fosse un buon segno, e non mi piaceva trastullarmi col nome di una persona, perché il nome è la persona: non lo si può strapazzare così. Le spiegai che quello di Renáta era tedesco e voleva dire “testa d’orso”, al che Anyuka rimase zitta per un momento, e poi aggiunse lentamente, come se fosse già semiaddormentata, ma pur sempre con chiarezza:

«Testa d’orso… Be’, sempre meglio che una testa di cane.»

Attesi qualche secondo, in caso avesse avuto altre domande, ma siccome non ne fece nessuna le augurai, com’era giusto e doveroso, la buona notte. Forse lo dissi così piano che Anyuka non riuscì a sentirlo, o magari aveva già preso sonno.

Quella fu la prima sera in cui non augurò la buonanotte alla sua pulcetta, magari perché non aveva più nessuna pulcetta, ma era già circondata da un oscuro e spaventoso esercito di creature dalla testa d’orso o di cane.

[1] Il conte Mihály Károlyi (1875-1955) fu proclamato presidente della prima Repubblica democratica ungherese e quindi Primo ministro dell’Ungheria, a seguito della cosiddetta Rivoluzione dei Crisantemi del 1918.

 

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Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

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