La signora Flaminia

di Kika Bohr

Un’apparizione nel corridoio piuttosto buio del nostro terzo piano di via Cirillo: la nostra vicina Flaminia. Il suono strascicato delle pantofole e i movimenti lenti di una persona molto robusta che camminava a fatica aiutandosi con un bastone. E improvvisamente nella luce del pianerottolo un viso tondeggiante con un sorrisetto un po’ malizioso dietro occhiali neri assai spessi. Poi, dopo essersi fermata per un istante, ci salutava con la voce roca e con un bel sorriso in gran parte sdentato. Le sue passeggiate giornaliere si erano ridotte a quel corridoio che portava da casa sua al servizio igienico comune dove vuotava il suo pitale. Le mie figlie all’inizio ne avevano una gran paura e anche anni dopo non riuscirono mai a entrare completamente in confidenza con lei, sembrava troppo una strega, molto di più della signora Adele che a volte portava foulard e chignon di capelli bianchi. Lei i capelli, li portava corti, ricci e nerissimi. Sicuramente era abbastanza anziana: aveva una figlia che veniva spesso a prendere il the con lei e un nipote già al lavoro. I componenti di quella famiglia erano allegri, ogni tanto sentivo belle risate venire dal loro bilocale in fondo al corridoio. Usavano metafore popolari come “vado a fare una telefonata” per dire che andavano ai servizi.

A poco a poco grazie ai nostri mini-incontri sul pianerottolo scopriamo che Flaminia Alemanni era sarta. E nonostante gli occhiali spessi e le mani malferme le piaceva ancora molto cucire, tanto che sua figlia ogni settimana le preparava una quantità di aghi già pronti col filo infilato nei colori più vari. E un giorno ci chiese timidamente se le bambine avessero bambole. Al mio sguardo stupito lei subito aggiunse “Vestiti per le bambole?” e ci spiegò come le sarebbe piaciuto cucire per noi vestiti per bambole, che si realizzano presto e poi dànno la stessa soddisfazione di un vero abito! Un guardaroba completo in due giorni di lavoro…
Come resisterle… Così, visto che le mie figlie ne avevano quella sacrosanta paura, sono andata io nell’antro della strega, portandomi una bambina alla volta. Sulla sua finestra crescevano i gerani come sulla mia, anzi, meglio, perché li curava di più. Non faceva intrugli magici ma ci preparava un the leggero e raccontava le storie del caseggiato e della guerra. Di quando Milano veniva bombardata giorno e notte e scoppiò un incendio nella casa a fianco. Mandarono i ragazzi sul tetto a scoperchiare le tegole e a segare a tutta velocità le travi di legno che congiungevano una casa all’altra. Si passavano i secchi d’acqua dal lavatoio del cortile fin su, sul tetto e così salvarono la casa. Il proprietario Ceschina però, invece di essere contento e riconoscente, disse che sarebbe stato meglio se fosse bruciata!
Facendomi un caffè un giorno mi spiegò che durante la guerra il caffè, quando ce n’era, lo facevano a metà con i fondi già utilizzati, e sembrava buonissimo, e il grasso del pollo o della gallina – ora nessuno lo vuole più – era considerato alimento prezioso per evitare i geloni alle dita che capitavano proprio per mancanza di grassi, e anche per il freddo delle case.
Quando è andata ad abitare con sua figlia, i padroni di casa hanno divelto le porte e le finestre, rotto il soffitto e portato via tutto in modo che non abitasse più nessuno. Ma hanno lasciato lì il suo bollitore di alluminio che ho raccolto e usato per molti anni.

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