Cari maestri, cari professori. Ricordi di scuola di un insegnante
di Gustavo Micheletti
Arriva l’1 lungo e secco, poi il 2 con le ciabatte, sembra il 3 un bel gobbetto, e il 4 una seggiolina, pare il 5 un’orecchietta, e il 6 ha un gran pancione… così recitava il sussidiario, e cosi appresi a scuola i primi numeri. Probabilmente tutti abbiamo dei ricordi della scuola: ricordi radi e irregolari, nitidi o vaghi, gioiosi e dolorosi. E tra questi ricordi ci sono quelli degli insegnanti, dato che certe impressioni legate ai più significativi ci accompagnano poi per tutta la vita.
Quel tipo di scuola che io ricordo non esiste più. In quella scuola erano davvero importanti poche cose, che solo in piccola parte si potevano insegnare: l’avere a cuore i propri studenti e amare le proprie discipline, non stancarsi di voler conoscere sempre meglio entrambi e il desiderio di riuscire a trasmettere ai primi il proprio amore per le seconde. Ma ancora oggi, nonostante i molti cambiamenti, tra le persone decisive che si possono incontrare nella vita ci sono i propri insegnanti. A volte maestri di vita, altre volte figure che turbano ancora i nostri sogni, educatori illuminanti o sadici diseducatori, talora ombre fluttuanti e sbiadite, non esiste probabilmente vita che non risenta più o meno marcatamente della loro influenza. Parlare di quelli che hanno inciso sulla nostra esistenza in maniera positiva è un modo di ricordarli, un modo per manifestare loro, anche a distanza di molti anni, una sincera gratitudine, e non parlare di altri una forma di pietà.
Alle scuole elementari
I miei ricordi iniziano in una prima elementare di Viareggio, dove c’era il maestro Tommasi. La sua figura era massiccia e tarchiata, la sua voce energica e a tratti tonante. Un giorno d’autunno chiese a uno studente assai pallido e dall’aria stralunata di andare alla lavagna e scrivere la parola “mamma”. Mentre il maestro continuava a spiegarci qualcosa, quel ragazzo andò effettivamente alla lavagna, che si trovava alle spalle del maestro, e dopo qualche attimo di perplessa esitazione iniziò a disegnare col gesso una lunga linea torta, tutta ripiegata su se stessa, che arrivò in pratica ben presto a imbiancare quasi tutto il nero della superficie. Quando il maestro si voltò, probabilmente sollecitato anche dai nostri sguardi attoniti, domandò che cosa fosse ciò che aveva disegnato e candidamente il ragazzo spiegò così la sua opera: “non sapevo scrivere mamma, e allora ho fatto questo”.
Il maestro Tommasi rimase per qualche istante ammutolito; poi iniziò a emettere una serie di brontolii tra il costernato e l’indignato che si trasformarono dopo pochi istanti in altisonanti imprecazioni. Ma il ragazzo non si scompose più di tanto e disse che se non gli piaceva tanto valeva che tornasse al suo posto, cosa che fece prontamente, con uno sguardo basso, ma fiero. Il maestro non lo perse di vista in quel suo ritornare quasi offeso al banco, e sul suo viso potei intravedere qualche traccia di un’oscura e prima insospettabile ammirazione.
L’anno dopo cambiai scuola e venni a Lucca, all’Istituto Pillori, diretto dalla signorina Pia Pillori (una volta si chiamavano “signorine” le signore nubili). Era una donnina minuta, con i capelli argentati, un po’ di cipria sulle guance e il rossetto sulle labbra sottili. Il portamento era scattante e piuttosto nervoso. All’istituto privato Pillori, gestito da lei insieme alla sorella, insegnava solo alla classe quinta, ma vigilava su tutte le altre, dove in genere c’erano delle maestre piuttosto giovani. Era una maestra molto severa, ma voleva sinceramente bene ai suoi studenti. Quando in seconda morì di leucemia un mio compagno di classe ricordo che pianse ininterrottamente per tutto il tempo del funerale. Avrei avuto voglia di piangere anch’io, ma a un certo punto il Ghilardi, un mio compagno che faceva sempre battute, disse che se il carro funebre avesse accelerato tutti si sarebbero messi a corrergli dietro, e allora capii che potevo ridere, quindi sorrisi e non piansi.
Ma la signorina Pia era davvero severa. Se a qualcuno capitava di sbagliare l’analisi logica le s’infiammava lo sguardo, diventava una furia e gli lanciava il quaderno dalla cattedra. In genere riusciva a centrarlo in mezzo alla fronte anche da diversi metri di distanza. Per controllare come si svolgevano le lezioni nelle altre classi, si appostava dietro le porte a origliare. Appena sentiva il rumore superare i decibel consentiti dal suo tacito regolamento interno faceva irruzione nell’aula e redarguiva aspramente i malcapitati che si trovavano fuori posto a fare confusione.
Un giorno capitò anche a me. Nella classe quarta insieme ai miei compagni più cari da qualche tempo avevamo l’abitudine di prendere in giro un ragazzo spilungone, con il viso lentigginoso e slavato, che ogni tanto si dava un po’ d’arie e faceva il secchione. Ma un giorno ci rimase male e allora dissi ai miei amici che bisognava smettere. Non lo fecero, anzi insistettero in modo ancor più pesante, e così finimmo col litigare e prenderci a botte. La giovane maestra non sapeva che pesci prendere, ma dietro la porta, silenziosa e implacabile, stava nascosta la signorina Pia. Proprio mentre eravamo nel bel mezzo della litigata irruppe nella stanza e con la faccia tutta rossa sotto la corona di quei capelli d’argento ci intimò di tornare subito ai nostri posti e domandò alla maestra cosa stesse succedendo.
La maestra, quasi più spaventata di noi, le spiegò che stavamo litigando, principalmente per colpa mia. Allora la signorina Pia, dopo averci passato tutti in rassegna come un generale i suoi soldati prima di prendere una decisione severa, fissò il suo sguardo su di me e m’ingiunse di seguirla in quinta, ovvero nel luogo in cui venivano solitamente confinati i trasgressori impenitenti e rissosi, quelli che potevano essere meritevoli di una punizione esemplare.
A testa bassa, con gli occhi già un po’ pieni di lacrime, la seguii. La quinta era una stanza grande, i suoi studenti, quando mi videro entrare, mi accolsero con una qualche espressione di timorosa commiserazione. La signorina Pia, imperturbabile, mi disse di rimanere lì in piedi accanto alla cattedra, ordine che eseguii senza esitare, e continuò poi a fare tranquillamente la sua lezione. Dopo qualche minuto, mentre aspettava che gli studenti finissero un esercizio che aveva loro assegnato, mi chiese a bassa voce cosa fosse successo. Confusamente, balbettando, un po’ piangendo, glielo raccontai. Le dissi del Perticaroli, che lo stavamo prendendo in giro, e poi che ci eravamo messi a fare a pugni fra di noi. Dopo il mio racconto ci fu qualche lungo istante di silenzio: poi la signorina Pia pose la sua mano sulla mia, ripiegata sulla cattedra, accartocciata in un pugno malcerto, e la strinse forte, tenendola stretta nella sua e sussurrando semplicemente due parole: “ho capito”.
Tutto mi parve ritrovare subito un senso e la mia pena si trasformò in una gioiosa gratitudine. Mi tenne ancora un po’ lì con lei e poi, dopo due pacche sulla mia mano sempre accartocciata e un po’ bagnata per aver asciugato le lacrime mi rimandò in classe, dove venni accolto dal silenzio dei miei amici, che di certo non erano felici che si fosse arrivati a un esito così tremendo come il confino sugli attenti nell’austera classe della signorina Pia.
L’istituto Pillori era una scuola parificata e si trovava nella piazza antistante alla casa natale di Puccini. Alla fine della quinta, l’anno dopo, dovemmo fare l’esame finale. Ci dettero le pagelle con i bei voti, e in quel momento, leggendola, mi resi conto che non avrei più visto la signorina Pia. Allora mi misi a piangere (in effetti ero un po’ piagnone), e lei subito venne a chiedermi cosa fosse successo, e a rassicurarmi, che l’esame era andato bene. Dissi che non era per quello che piangevo. – E allora perché? – mi chiese stupita. Glielo spiegai, con la voce un po’ rotta e singhiozzante. Allora lei mi prese la testa tra le sue braccia e iniziò a piangere anche lei, mentre mi rassicurava che tanto ci saremmo rivisti e che sarei andato a trovarla, e così a poco a poco mi rasserenai e la salutai quasi contento, senza sapere che a rivederla non avrei fatto in tempo.
Alle scuole medie
I ricordi delle scuole medie sono costellati da tante figure significative e a loro modo esemplari. Il professor Maurizi era un giovane supplente che avemmo in prima media. Entrò il primo giorno in classe e si sedette alla cattedra, guardandoci senza dire una parola. Poi, quasi distrattamente, tirò fuori i gessi dalla scatola che era davanti a lui e iniziò, nel nostro silenzio interrogativo, a costruire una specie di piramide, o di cattedrale. Quando l’opera fu terminata, senza aver ancora proferito una parola, osservò: “vedete, ora, se sposto un gesso che sta qui in basso (e indicò quale) casca tutto”. Detto fatto, spostò quel gesso e cadde in effetti tutto, e nell’aula si udì per qualche istante solo l’eco del lieve rumore dei gessi sulla cattedra.
Il professor Maurizi aveva qualcosa di doloroso e amaro nello sguardo. Me ne accorsi un giorno che mi dette un passaggio in macchina per tornare a casa, perché fece un curioso accenno, senza gravità alcuna nella voce, ai dolori e alle disillusioni che ci aspettano nella vita, mentre guardava la strada davanti a sé come se fosse infinita.
In seconda media avemmo invece la professoressa De Luca: brava donna, intelligente, entusiasta del suo lavoro, sempre pronta a trasmettere fiducia ed entusiasmo a tutti noi. Era amica di un altro professore molto bravo, il professor Stefanelli, che aveva un sorriso sempre incoraggiante: con lui, al doposcuola, facevamo un giornale che s’intitolava Idee aperte. Una sera di primavera, insieme alla sua fidanzata e alla professoressa De Luca, mi portarono a visitare il castello di Nozzano illuminato, che visto dall’interno di notte sembrava più grande e misterioso, e mi sentii molto felice e fiero, perché mi parve molto bello avere dei professori che mi portavano a vedere dei castelli di notte.
Il professor Sartini era invece l’insegnante di scienze: entrava in classe e si metteva a disegnare alla lavagna, un po’ come faceva il maestro Manzi alla televisione. Incominciava da un disegno, molto ben fatto, e da lì poi partiva per spiegare qualsiasi cosa. Un giorno disegno un’aquila, un altro una grande rana. Non ricordo cosa ne venne fuori, quale argomento quelle figure servirono a introdurre, ma ricordo di essere rimasto a lungo a bocca aperta per la loro genesi misteriosa da poche tracce decise e bianche sullo sfondo nero della lavagna.
Poi in terza a italiano avemmo la professoressa Pellegrini, che era una signora molto buona e sembrava una nonna. Un giorno scrisse un commento a un mio tema più lungo del tema. Me lo scrisse in fondo all’ultima pagina, in una sottile e minuta grafia calcata con una penna rossa. Replicando a un certo pessimismo che traspariva dal mio svolgimento in quel commento concludeva che se lei poteva portare la sua piccola goccia d’amore nel mare della vita era felice. Poi ne parlammo anche a voce, e a ripensarci rivedo nei suoi occhi un po’ arrossati e languidi tante piccole scintille di quella sua luce buona. La tornai a trovare qualche volta dopo la fine delle medie, e conobbi anche suo marito, che era scrittore e poeta.
Con Don Brunicardi invece organizzammo un cineforum, e facemmo anche un documentario. Era un bravo prete molto attivo, con due guance rosse e una faccia da bambino. Ci fece vedere il Vangelo secondo Matteo di Pasolini e alcuni di noi ne rimasero molto colpiti. Nella sala scura le ragazze stavano davanti alla fila dei maschi. Io mi ero messo dietro a Gabriella, una ragazza molto carina, con gli occhi e i riccioli neri, che mi piaceva molto e di cui ero innamorato. Durante il film un mio compagno più esperto mi consigliò di provarci, di toccarle le tette, che ci sarebbe subito stata. Allora, nel buio, l’abbracciai piano piano alla vita, e poi più su, e lei non si oppose. Rimasi proteso in quel mezzo abbraccio pieno di carezze per un buon quarto d’ora, sospeso tra quella prima effusione erotica e le voci che giungevano da uno schermo d’ombre e di luci in cui ormai non distinguevo più nulla, respirando piano per non rovinare tutto e avvicinando con cautela le mie labbra al suo collo fino a sentirla per un attimo lievemente trasalire.
(Continua domani, 8 febbraio 2022)


Più che ricordi e ritratti a me sembrano strofe di una lunga e serena poesia, ricca di sentimenti e di vibrazioni che fanno di ogni parola un accordo di violino. Complimenti all’autore.