di Riccardo Ferrazzi
Pomiciarono anche alla stazione, incapaci di staccarsi uno dall’altra. Sul treno mostrarono i documenti ai doganieri continuando a guardarsi in viso, come se si scoprissero in ogni momento per la prima volta. Erano universitari che rientravano da una vacanza clandestina.
“Confessa: non ti sei mai divertito tanto.”
Baci, mani sotto le felpe, brevi pause per calmare i bollori. Tra Arnhem e Francoforte lei gli chiese sottovoce:
“Piaciuta l’erba? Valeva la spesa, no?”
Lui scosse la testa. Lei gli mostrò la lingua.
“Va’ là che tra dieci anni sarai uno stimato professionista.”
Lo pizzicò sulle maniglie dell’amore.
“E sarai ancora più grasso.”
A Basilea lui voleva comprare un hot dog. Scoprì di non avere neanche un quattrino. Era convinto di averne ancora, ma il portafogli era vuoto. Tornarono nello scompartimento e non si baciarono più.
“E dài, non è mica la fine del mondo.”
Lui non rispose. Lei si seccò.
“Sempre giudizioso, lui! Sempre previdente! Ma quando vuoi divertirti, a settant’anni?”
Lui fece un gesto di fastidio.
“Insomma, sei già pentito. Questo viaggio è stata un’idea idiota, vero?”
Lui guardò fuori dal finestrino.
“Be’ mi hai proprio rotto. Non hai un grammo di fantasia. Sei… clinicamente vivo!”
Lei prese il sacco e cambiò scompartimento. Lui fece per alzarsi e seguirla, ma ci rinunciò. A Milano scesero separati. E si persero di vista.
***
“… penserai che sono matta. No: sono umiliata. Dieci anni fa ero un’incosciente e non avevo idea dei prezzi che la vita pretende da quelli come me. Oggi ti scrivo per dirti che avevi ragione tu.
Lo so, è tanto tempo che ci siamo lasciati e io non ho il diritto di farmi viva adesso, così. E poi, tu sei una persona seria. Lo sei sempre stato. Solo una volta ti sei lasciato andare e forse sei ancora pentito. Io continuo a credere che sia stata una cosa bella, da non dimenticare. Oggi sono passata davanti all’università, mi sono seduta al bar e ho ripensato a quella settimana ad Amsterdam, ai soldi per l’erba, al litigio di Basilea. E a me, la stupida che ha rovinato tutto.
Insomma. Avevo paura di immalinconirmi, invece è stato come riascoltare una fiaba. Uno di questi giorni lo rifaccio.”
Lui ingoiò le pastiglie, fece una smorfia e uscì. Sul metro, tra una fermata e l’altra, si vide riflesso nel finestrino, dimagrito, curvo, senza più capelli.
Con la chemio c’è il sessanta per cento di esiti favorevoli. Ma sì, andrà tutto bene. Certo che andrà bene. Andrà bene senz’altro.
Oh Dio Dio Dio Dio.
La scala mobile lo riportò in superficie e fu come riemergere dagli inferi. Senza rendersene conto affrettò il passo. Arrivò correndo a un semaforo.
Si fermò di botto e si sentì ridicolo. Nei tavolini all’aperto c’erano pochi clienti e lui la vide subito. Era là, teneva fra le mani una rivista, i capelli non erano più sciolti sulle spalle: erano corti e le davano un’aria matura; ma il profilo era sempre quello di una ragazzina che sta per scoppiare a ridere.
La vide alzare la testa. Forse si sentiva osservata. Lui si bloccò per un lungo istante. Lei riabbassò gli occhi sulla rivista.
Non mi ha riconosciuto. E perché dovrebbe? Quasi non mi riconosco io.
Scelse un tavolino e chiamò il cameriere. Lei dovette sentirlo, ma tenne lo sguardo fisso nel vuoto.
Non riconosce neanche la mia voce. Eppure quella non è cambiata!
Lei sfogliò due pagine con impazienza. Lui rimase a guardarla indeciso, senza azzardare un gesto. Un tizio seduto a due tavolini di distanza mise in bocca una sigaretta e l’accese con un gesto esperto.
Che ci faccio qui, con un avvenire al sessanta per cento? Avrei dovuto rincorrerla dieci anni fa.
Ma non se ne andò. Lasciò passare il tempo. Forse lei avrebbe alzato lo sguardo, l’avrebbe fissato. In fin dei conti, gli aveva scritto. Poteva pure immaginare che si sarebbe fatto vivo. Ma se lei non lo riconosceva, perché farsi avanti? Per vederle sul viso una smorfia di ribrezzo? Per essere rifiutato?
La schiuma del caffè si rapprese sul bordo interno della tazzina. Il tizio che leggeva il giornale lo ripiegò, lo mise in tasca e spense la sigaretta nel portacenere. Lei guardò l’orologio, fece un cenno al cameriere e pagò. Aveva sul viso una strana espressione, e a lui tornò in mente la maestra delle elementari, la matita rossa e blu. Lei si avviò, girò l’angolo, e all’improvviso la piazza parve vuota come un cimitero.
Lui indugiò ancora. Poi scattò in piedi e la rincorse. Girò l’angolo con il cuore in gola e si bloccò.
Il tizio che al caffè fumava e leggeva adesso teneva in mano il giornale, arrotolato come un randello, con aria minacciosa. Lei alzò le mani e sbuffò, con l’aria di scusarsi:
“Te l’avevo detto: come si fa a tirare un bidone a uno che non ha neanche un briciolo di fantasia? Quello è clinicamente vivo!”

