
Il 15 settembre alle ore 21 nel cortile interno di Palazzo Reale a Milano lettura di fiabe da Sogni del fiume (Einaudi 2022, con illustrazioni di Rossana Bassù) di Chandra Candiani in dialogo con i canti di Francesco Occhetto. Continua a leggere

Il 15 settembre alle ore 21 nel cortile interno di Palazzo Reale a Milano lettura di fiabe da Sogni del fiume (Einaudi 2022, con illustrazioni di Rossana Bassù) di Chandra Candiani in dialogo con i canti di Francesco Occhetto. Continua a leggere
E’ in libreria da oggi Sogni del fiume di Chandra Candiani. Quindici storie che formano un’educazione sentimentale e ci parlano di solitudine e fame d’amore. Di vita che scorre incessante. Con illustrazioni di Rossana Bossù. In attesa di parlarne diffusamente, propongo un brano dall’Introduzione dell’autrice e auguro buon viaggio a questi Sogni! Continua a leggere
Dopo il lavoro, il venerdì, Francis non si univa mai ai colleghi. Aveva un’unica voglia: far girare la chiave nella serratura e chiudersi la porta alle spalle.
Anche quella sera. Entrò in casa, si spogliò, portò la posta nello studio. Con le dita tamburellò sulla parete, per sentirne la diversa risonanza. Dietro al muro c’era un’intercapedine che lo faceva suonare a vuoto in alcuni punti. Lui e suo fratello, da piccoli, si inventavano storie sulle anime che sarebbero rimaste prigioniere in quell’interstizio e non sarebbero più uscite. “Promettimi che non mi lascerai mai da solo se un giorno mi dovessi perdere nel vuoto tra i muri!” gli aveva detto ridendo Dorian. Continua a leggere
di Kika Bohr
Ritratti femminili
Questa galleria di ritratti di ragazze e di donne che sono state assunte a servizio da mio nonno Paul a Ginevra, è il frutto di racconti che mi sono stati fatti da mia madre Chris. Per chiarezza vi dirò che la famiglia era così composta: Nonno Paul (separato, molto occupato col suo negozio, una parafarmacia), J.P. il figlio maggiore (fino alla maturità messo a studiare in collegio, poi diventato farmacista), mia zia Mo (poi diventata fisioterapista) e Chris. Mia nonna Al non era con loro perché separata, e in quegli anni le donne che avevano “abbandonato il tetto coniugale” non avevano pressoché nessun diritto. Ma torniamo a ricordare questa serie di persone che per quasi due decenni hanno svolto il ruolo di governanti, cuoche, donne-tutto-fare, a volte di sorelle maggiori. Come nella bella canzone di Stromae, Santé, in cui il famoso cantante belga brinda a tutte le persone che non possono farlo, io qui vorrei ringraziarle tutte e immaginarle con dei quadri che fanno parte del nostro immaginario collettivo. 
ÉMILIE era giovane e robusta. Quando, carponi, stendeva la cera sul pavimento, permetteva alle bambine di salirle in groppa. (La possiamo immaginare come una bellezza alla Renoir). Continua a leggere
di Abramo Matteoli
Plop!
Stappo una bottiglia, me ne verso un po’. Mentre le bollicine chiare iniziano a percorrere il calice penso che è proprio una bella occasione. Poi, tutto sommato, me lo merito proprio.
«Per cosa beviamo?» chiede, giustamente, la voce fuori campo.
«All’anno nuovo. Brindiamo all’anno nuovo» rispondo io; potrei sembrare in ritardo, ma non lo sono per niente. Gennaio è un mese di uggiosa nostalgia, troppa per esser considerato incipit di un nuovo tempo. Gennaio è la pagina bianca che si frappone tra i capitoli di un libro, quella che ci permette di respirare, mentre sbagliamo a scrivere la data e ci permettiamo una finestra di distrazione. Si, gennaio è proprio affollato, c’è troppo su cui riflettere, troppo da promettersi, un freddo cane, e il calciomercato – come se non bastasse.
Cari maestri, cari professori. Ricordi di scuola di un insegnante. [Puntata 2/2]
di Gustavo Micheletti
Al liceo
A liceo-ginnasio Niccolò Machiavelli di Lucca il primo ricordo va alla professoressa Ragone, che era simpatica, tutta ingioiellata e con bel sorriso sfolgorante di rossetto. Con il mio compagno di banco, proprio davanti a lei, in prima fila, parlavamo spesso di politica e d’imminenti rivoluzioni. Lei era abbastanza comprensiva e ogni tanto pareva ci ascoltasse anche mentre spiegava. Poi all’improvviso ci diceva un po’ spazientita di smettere, ma non sembrava troppo convinta, e infatti dopo un po’ si continuava.
Sempre al ginnasio un incontro importante fu quello con Don Mattioli, un vero teologo, profondo e dialogico, una persona di grande temperamento e con uno sguardo giovane e vivace, nonostante avesse già una certa età. Aveva fama d’essere stato molto bello e d’aver fatto innamorare in gioventù diverse ragazze. Un giorno ci spiegò che l’essere prete non era in contrasto con l’essere uomo e che anzi aveva un senso proprio in quanto uno non smetteva di essere uomo. Un’altra volta ci confessò che si commuoveva ascoltando le arie di Puccini. Aveva una voce calda e gesticolava bene, lanciando occhiate acute e remote verso la luce che entrava dalle finestre, e ogni tanto si rimaneva a parlare di Dio e del male fuori della scuola. Sapeva ascoltare. Un giorno, nell’atrio, durante la ricreazione, mi chiese all’improvviso perché sembrassi un ragazzo più grande della mia età, e non seppi rispondere, ma mi sentii più vecchio del solito.
Cari maestri, cari professori. Ricordi di scuola di un insegnante
di Gustavo Micheletti
Arriva l’1 lungo e secco, poi il 2 con le ciabatte, sembra il 3 un bel gobbetto, e il 4 una seggiolina, pare il 5 un’orecchietta, e il 6 ha un gran pancione… così recitava il sussidiario, e cosi appresi a scuola i primi numeri. Probabilmente tutti abbiamo dei ricordi della scuola: ricordi radi e irregolari, nitidi o vaghi, gioiosi e dolorosi. E tra questi ricordi ci sono quelli degli insegnanti, dato che certe impressioni legate ai più significativi ci accompagnano poi per tutta la vita.
Quel tipo di scuola che io ricordo non esiste più. In quella scuola erano davvero importanti poche cose, che solo in piccola parte si potevano insegnare: l’avere a cuore i propri studenti e amare le proprie discipline, non stancarsi di voler conoscere sempre meglio entrambi e il desiderio di riuscire a trasmettere ai primi il proprio amore per le seconde. Ma ancora oggi, nonostante i molti cambiamenti, tra le persone decisive che si possono incontrare nella vita ci sono i propri insegnanti. A volte maestri di vita, altre volte figure che turbano ancora i nostri sogni, educatori illuminanti o sadici diseducatori, talora ombre fluttuanti e sbiadite, non esiste probabilmente vita che non risenta più o meno marcatamente della loro influenza. Parlare di quelli che hanno inciso sulla nostra esistenza in maniera positiva è un modo di ricordarli, un modo per manifestare loro, anche a distanza di molti anni, una sincera gratitudine, e non parlare di altri una forma di pietà.
Era una notte chiara e l’aria di una canzone triste risuonava in una piazza affollata di Buenos Aires. Il pensiero era leggero e il cuore stava sospeso nel tepore dell’aria estiva. Come capita ai pensatori lievi, lasciava i suoi pensieri nella loro forma nascente, che rendeva più triste e sola ogni canzone. Anche il rumore delle stoviglie che risuonò durante un intervallo musicale gli parve più triste, nonostante il profumo di carne arrostita e di pietanze speziate che faceva venire un certo appetito.
Anche Jorge Luis Borges e Macedonio Fernández erano seduti lì fuori, al tavolino dello stesso bar, lo sguardo ogni tanto rivolto verso le stelle e i lampioni che ne nascondevano la luce. Ascoltavano quella stessa canzone, che ora assomigliava a una sconosciuta di Gardel, mentre lui ascoltava i loro discorsi, la malinconia sorridente delle loro voci.
Lo scandalo delle baby squillo del 2013
di Rebecca Giusti*
Inizia tutto nella capitale italiana circa otto anni fa. Piano piano, la storia viene fuori e diviene un fatto chiacchierato, discusso, su cui tutti riflettono, ma temo anche, terribilmente imitato da moltissime altre ragazze.
Lo scandalo dei Parioli è ancora oggi attualissimo, simboleggia una generazione cresciuta male, la gioventù bruciata del ventunesimo secolo. Sulla scia di “Bling Ring” e “I ragazzi dello zoo di Berlino”, queste due ragazze cresciute in un quartiere della Roma bene, che studiano rispettivamente al classico e ad un’altra scuola privata rinomata nella città, si spengono e decidono che la luce dell’infanzia ormai è da archiviare, non fa più per loro.
Prima della maggiore età, prima di sapere che cosa ne sarà della loro vita e del futuro che si prospetta davanti a loro, o di essere semplicemente anche solo più consce di sè stesse, cominciano a prostituirsi. Da marzo del 2013 (la più piccola delle due comincerà a svolgere lo stesso lavoro solo da maggio) fino all’inverno dello stesso anno, le due tirano su un impero basato su nomi fittizi e montagne di banconote, uno stipendio per un lavoro a tempo pieno.
Avevo già fatto una volta il giro dei giardini, tutt’intorno alle aiuole, lì dove quella mattina stessa ero stato con Marco, a spingerlo per quasi un’ora sull’altalena. Camminavo, sbattevo gli scarponi sulla neve ghiacciata, mi sfregavo le mani dentro e fuori le tasche del cappotto. Camminavo, ma la rabbia non mi sbolliva. Erano passate da un po’ le dieci e la vista mi si era ormai abituata al buio, riuscivo a distinguere le forme dei cespugli, l’ombra degli scivoli, le sagome delle panchine. Decisi di sedermi a fumare una sigaretta. Le punte delle dita erano così intorpidite che non riuscivo a liberare il pacchetto dal cellophane, e i fiammiferi mi si spegnevano subito. Finalmente aspirai la prima boccata, a fondo, con i pugni chiusi nelle tasche, le gambe dritte davanti a me, la schiena inarcata nel tentativo di tendere tutte le ossa, e i nervi. Continua a leggere
Ringraziamo Beatrice Fiaschi per averci concesso di pubblicare il suo racconto, con cui ha vinto il premio speciale della giuria al “Concorso internazionale città di Latina”, il premio speciale al concorso letterario nazionale “San Lorenzo 2021 poesie e racconti” e si è classificata seconda al premio letterario “Antica Pyrgos – profumi di poesia”. Beatrice Fiaschi è scrittrice, giornalista pubblicista, editor, insegnante di scrittura creativa e ricercatrice spirituale.
UNA TERRAZZA SULL’ALBANIA
“Dalla terrazza di casa, nelle giornate serene, si vedevano le coste dell’Albania”.
Lo dicevi col grigio tra i capelli, ma io fantasticavo fossero ancora neri: magicamente ti visualizzavo nel passato. Il tuo sguardo oltre, sempre severo. Le rughe d’espressione in mezzo alla fronte e la tua pelle, un tizzone sotto il sole del Salento. Continua a leggere

Il terzo giorno: comincia così il brano evangelico delle nozze di Cana. Ciò detto, è detto tutto. Sappiamo cosa succede il terzo giorno. Sappiamo quanta morte ci sia nelle cellule del nostro corpo, nei frammenti delle nostre storie. Il nostro è un racconto avvelenato, inevitabilmente, perché la vita trova sempre il modo di ferirci, e noi siamo esposti ai dolori più inutili: rancori, invidie, gelosie, complessi di ogni tipo. Le nozze di Cana ricordano che dimentichiamo la premessa: il terzo giorno. Di qualunque morte siamo vittime, la notizia è che, dopo tre giorni, si risorge. Il racconto comincia così, con una nota di ottimismo. Continua a leggere
Solo ora comprendo l’inizio del Decameron. Solo ora comprendo il presente. (f.s.)
[…] Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza, oltre a ogn’altra italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza: la quale, per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’inumerabile quantità de’ viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in uno altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata.
E in quella non valendo alcuno senno né umano provedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da oficiali sopra ciò ordinati e vietato l’entrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazion della sanità, né ancora umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni ordinate, in altre guise a Dio fatte dalle divote persone, quasi nel principio della primavera dell’anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare. E non come in Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso era manifesto segno di inevitabile morte: ma nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi e alle femine parimente o nella anguinaia o sotto le ditella certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come uno uovo, e alcune più e alcun’ altre meno, le quali i volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse. E come il gavocciolo primieramente era stato e ancora era certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno a cui venieno.

Massimo Parizzi, Io
di Giorgio Morale
Io di Massimo Parizzi (Manni 2021) si rivela una lettura sorprendente che rimette in gioco il modo di raccontare, e in particolare il modo di condurre un racconto di sé. Una precedente soluzione originale in questo campo è stata quella di Annie Ernaux, che con Gli anni, pubblicato in Francia nel 2008 e in Italia nel 2015, costruisce la storia personale senza dire ‘io’ ma facendo la storia di una generazione. Continua a leggere
Amore senza amore
Si sentiva nervoso, doveva combinare qualcosa, uscire di casa.
Decise per una passeggiata, una camminata lungo il fiume, attraversando infine il ponte che separava il centro storico dalla periferia, costituita da un miscuglio di antiche fattorie, per lo più abbandonate, nuovi condomini, supermercati e un enorme centro commerciale in vetro e cemento.
– Ciao John – lo salutò il suo omonimo in versione italica, Giovanni.
Lo chiamavano così per il suo amore infinito verso i film western con protagonista il mitico Wayne. Ordinò un caffè ginseng e si sedette in un tavolino all’aperto del bar, situato vicino a uno dei pochi parco giochi, sopravvissuto alla speculazione edilizia.
– Ti vedo pensieroso oggi, John – osservò il barista, servendolo.
– Niente di che, Giovanni – rispose lui, mentendo.
Era alle prese con un dilemma, altro che niente!

Capitolo 1
“Nuntio vobis gaudium magnum: habemus papam”. Laggiù in piazza san Pietro e come sentendo milioni incollati ai media di tutto il mondo, un silenzio inusuale. È palpabile nelle luci della tarda serata una preghiera intensissima, accorata, che dura da mesi. Poi una choccante sorpresa, non segue l’ormai da molti imparato a memoria emintissimum ac reverendissimum… ma semplicemente “Dominum” e improvvisa si diffonde l’attesa di un miracolo quasi insperato. Quei pochi secondi sembrano interminabili… il protodiacono riprende la parola: “Dominum Johannes Sanctae Romanae Ecclesiae presbiterum Lon Rong, qui sibi nomen imposuit Discipulum”. Si ode un brusio animatissimo, si percepisce chiaramente la domanda che rimbalza in ogni parte del globo terrestre: “Chi è? Who is he? Quien es el? Qui est-il?”. Anche il telecronista non sa cosa dire, solo traduce: “Si tratta di un sacerdote, il nome come percepite sembra orientale”. Subito dopo il commentatore riesce ad avere notizie: “È un prete della Corea del Sud. Dovrà venire ordinato vescovo. È giunto in gran segreto ieri a Roma. Ha or ora accettato l’elezione”.
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Scoprii di essere uno scherzo di natura il giorno del mio diciannovesimo compleanno. A dir la verità, non posso escludere di aver commesso qualche stranezza anche da bambino, magari per evitare uno scappellotto o un’indigestione o una caduta dal sesto piano; ma di queste eventuali esperienze non ho ricordi. Non so che dire: può darsi che la mia facoltà non fosse ancora sviluppata. Ciò che non dimentico è l’inizio di una strada che, ormai, ho percorso troppe volte avanti e indietro.
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di Raffaela Fazio
Era ancora buio. I suoi sensi intorpiditi. S’incamminò verso la curva e vide spuntare due fari.
“Sali, vieni!” Elaine, di buon umore come sempre, cominciò subito a chiacchierare del più e del meno.
Warren le guardò le mani sul volante. Spiccava una fede lucida, che probabilmente si sarebbe sfilata a fatica. Gli piaceva, gli piaceva passare un po’ di tempo con lei ogni mattina, forse anche perché gli ricordava per contrasto quanto sua madre fosse bella.
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