
Massimo Parizzi, Io
di Giorgio Morale
Io di Massimo Parizzi (Manni 2021) si rivela una lettura sorprendente che rimette in gioco il modo di raccontare, e in particolare il modo di condurre un racconto di sé. Una precedente soluzione originale in questo campo è stata quella di Annie Ernaux, che con Gli anni, pubblicato in Francia nel 2008 e in Italia nel 2015, costruisce la storia personale senza dire ‘io’ ma facendo la storia di una generazione. Ne Gli anni i fatti storici e familiari, il cambiare dei discorsi, l’alternarsi delle canzoni, la scoperta di nuove merci da consumare che si ammassano in supermercati e frigoriferi, la descrizione delle foto della ‘protagonista’ in fasi diverse della propria vita disegnano quella che la stessa autrice ha definito una “autobiografia impersonale” basata sull’intreccio tra memoria privata e memoria collettiva.
Per Parizzi l’assunto è diverso, in Io il protagonista non si allontana dal primo piano per lasciarsi assorbire dal coro, come a ribadire il primato della persona e delle sue scelte sulla forza pure operante dei gruppi e dei condizionamenti sociali. La voce narrante di Io fa l’operazione inversa, porta ogni singola voce del coro in primo piano, in base alla scoperta, conseguente a una delle prime domande dell’infanzia – “Chi è io?” – che “tutti sono io”, così come ‘io’ per gli altri sono ‘gli altri’. Così la vicenda è narrata in una terza persona in cui si inseriscono brevi interventi in prima persona del protagonista ma anche di altri personaggi, come Mona che in piazza Tahrir al Cairo partecipa alla Primavera araba, il bambino che prende a calci la statua di Saddam, il sarto vicino di casa contento di abitare il proprio lavoro, il compagno di una associazione giovanile, e altri. In questo modo non viene effettuata una distinzione dei personaggi tra primari e comparse, poiché tutti contribuiscono a confermare con la loro voce la verità di quella scoperta fondamentale e tutti concorrono a fare il quadro dell’umanità e di un’epoca. Così la struttura diventa significante, come gli studi dei formalisti russi ci hanno insegnato, e porta un significato che emerge proprio dall’intrecciarsi delle voci, come viene dichiarato dalla voce di Mona: “Sento un legame profondo con tutti”. Perché, come dice la voce principale, “tutti insieme facciamo tutto”. Diventa perciò significativo il lungo elenco, da p. 86 a p. 92, degli ‘io’ incontrati nella vita, sia le persone determinanti per la propria vita sia sconosciuti incrociati a un angolo di strada e fissati nella memoria.
Questa visione sta alla base di attività precedenti di Massimo Parizzi e in particolare ha ispirato la rivista che egli ha fondato e diretto dal 1999 al 2011, Qui – appunti dal presente, dove vengono messe in dialogo voci tratte da scritture di tipo personale, come diari e testi tratti da blog, saggi e poesie, provenienti da vari luoghi del pianeta. E tutte le voci, viventi in uno stesso presente, formano una sorta di storia contemporanea, indipendentemente dalla rappresentatività ufficiale di chi le pronuncia, perché una è la Terra e “il centro è ognuno”.
Io narra l’approdo a questa consapevolezza secondo un’evoluzione che risponde non al cronos ma al logos ovvero non a un intreccio narrativo ma all’articolarsi della ricerca di significato. L’oggetto del desiderio non è la conquista di un bene socialmente approvato, come potrebbe essere “la brava ragazza, il posto fisso” che auspicano i genitori. È la consapevolezza del proprio essere al mondo, perciò il motore della ricerca sono le domande che sono parte fondamentale della struttura del libro. La ripetizione delle domande, la loro ripresa in fasi successive della vita e quindi il loro approfondirsi progressivo ci dicono che le domande di base sono le stesse, quelle che appaiono nell’infanzia e danno forma al presente. Talvolta la risposta a esse è fornita da brevi interventi in corsivo della voce principale, un altro elemento strutturale dell’opera, che risponde alle domande con riflessioni o con ricordi. Per tale motivo il libro è una sorta di dialogo con il passato a partire dal presente, che lo riassume, lo problematizza, lo rimette in discussione. Anzi, il presente con la sua quotidianità, la moglie Bianca, il nipote Leandro, l’attività di volontariato, i viaggi, occupa una parte consistente dell’opera e fornisce una indiretta conclusione ai vari fili che in essa s’intrecciano.
Le domande fondamentali sono “Chi è io?”, “Chi sono gli altri?”, “Che cos’è la verità?”, “Che cos’è la leggerezza?”, “Che cos’è il passato?”, “Che cosa ci sarebbe da fare, al mondo?”. Fino a quando cominciano ad apparire le risposte dell’adulto: “C’è un sacco da fare al mondo”, ad esempio “Al mondo c’è da raddrizzare i sorrisi”, “Al mondo c’è da proteggere i bambini”, perché “Siamo qui, sulla terra. Insieme per l’unica volta… nello stesso tempo”. La sensazione di vivere “tutti insieme” è così forte che acquista quasi una evidenza fisica, “Come se fosse lo stesso fiato, passando di bocca in bocca, ad aprirle”. Ma questa non è una sensazione pacifica, non c’è nulla di idilliaco in questo romanzo, e le domande ripetute, persistenti e pressanti stanno a dimostrarlo. Ogni acquisizione è raggiunta grazie a un percorso personale che ha comportato scelte dolorose, come il tradimento della famiglia di origine e dei principi professati da un padre fascista, il confronto con i condizionamenti sociali e culturali di un determinato momento storico, l’incontro con la povertà, il bisogno e il dolore che fa dire, come a Mitja Karamazov, “Ma perché, è così? Perché?”. E ancora: “Sì, capisco; e tuttavia: perché?”.
Così le risposte non esauriscono le domande, rimangono indietro rispetto alla vita, così come, nell’affermazione di un compagno del movimento giovanile a cui il protagonista ha aderito, “La società è indietro rispetto all’uomo”. E l’adulto è fedele a quella rivelazione giovanile, che si trasforma in un appello alla responsabilità personale e a una “reazione adeguata a quello che succede”, per la quale “C’è da immaginare, sì, ma non da aspettare. Non c’è più tempo”: “bisogna smetterla di parlare e parlare,… bisogna fare”. Per fare cosa? Prima “La rivoluzione” militando in un gruppo della sinistra extraparlamentare, poi la partecipazione ai movimenti per la pace, poi l’attività come volontario, nella convinzione che “La vita non è già destinata ad esser un peso per molti, e una festa per alcuni; ma per tutti un impiego”.
In conclusione, Io di Massimo Parizzi ha i suoi punti di forza in una struttura innovativa basata sulla forza organizzante delle domande e sul coro di ‘io’ che traducono in principi organizzativi i valori della solidarietà e della formazione perenne. Struttura e valori da essa significati rendono Io il romanzo di una generazione. Con il che si conferma essere il romanzo “un genere che eternamente cerca, eternamente indaga se stesso e rivede tutte le proprie forme costituite. Soltanto così può essere un genere che si costruisce nella zona del contatto immediato con la realtà in divenire” (Micheil Bachtin, Estetica e romanzo). Bisogna aggiungere tra i meriti di Io una scrittura sapiente e duttile, curata e asciutta, capace di cogliere un’istantanea: “Un poliziotto… ha sporto la testa da dietro l’angolo, e aveva un’espressione spaventata, ma così spaventata!”. Di creare tensione con semplici elementi naturali: “Erano impressionanti, questa mattina, gli stormi di uccelli che volavano neri sull’autostrada, attraversandola e gettandosi a volte nei campi, E la luminosità e i colori velati della pianura, dei fiumi, delle colline”. O di momenti estatici come questo: “preferisce guardarla da lontano. Circondata dall’aria. Nel sole”.

Interessante!