Il fantastico poetico nei Sogni del fiume di Chandra Candiani
di Giorgio Morale
Sogni del fiume è il titolo della raccolta di quindici racconti di Chandra Candiani appena pubblicata da Einaudi, con una bellissima copertina e bellissimi disegni di Rossana Bossù. Per chi conosce la poesia di Chandra Candiani (Io con vestito leggero, Campanotto 2005; La bambina pugile, Einaudi 2014; Bevendo il tè con i morti, Interlinea 2015; Fatti vivo, Einaudi 2017; Vista dalla luna, Salani 2019; La domanda della sete, Einaudi 2020), questi racconti presentano attraverso figure e azioni le stesse emozioni e lo stesso mondo della sua poesia. E la bambina poeta protagonista di uno dei racconti, Leilui, ha le caratteristiche delle bambine e del poeta che abbiamo incontrato nelle poesie di Chandra Candiani:
Leilui, cosí si chiamava, sapeva solo che era nato senza pelle, con sottili antenne simili a capelli sulla testa (che in mezzo aveva una fontana), finestre a cui affacciarsi al posto degli occhi e due gatti in agguato al posto degli orecchi. Aveva anche un vuoto che tremava al posto del cuore e una pancia di carta velina, i piedi erano di sottili gusci di noce, le mani di edera, strettamente avvinte a una piccola penna stilografica. Nella fronte c’era un vasto cielo aperto, un orizzonte.
Nel vestibolo fra l’introduzione al libro della stessa autrice e il corpo della raccolta ci aspetta una epigrafe che dà ragione del titolo: “Si narra che il fiume / correndo verso il mare / racconti a se stesso delle fiabe / per farsi compagnia / e per avere meno paura / di quell’attimo in cui / diventerà immenso”. Animali, cose e luoghi che vivono nelle quindici storie sono quindi sogni del fiume, che a sua volta, anche se non sa di esserlo, è sognato dall’autrice, la quale anche lei “racconta a se stessa delle fiabe / per farsi compagnia / e per avere meno paura”. È come nella storia di Zhuang Zhou, che non sapeva se era Zhou che sognava di essere una farfalla o una farfalla che sognava di essere Zhou. Ma come leggiamo in uno dei quindici racconti, non è necessario rispondere a tutto, “per ogni domanda c’è un’eco, una risonanza, che assomiglia quasi, certe volte, a una risposta”. Anzi, aggiungerei, le dà ampiezza e profondità. Allora lasciamo risuonare il quesito su chi sogna e chi è sognato, e nel frattanto ricordiamo quanto dice lo Zhuang-zi, che comunque “tra lui [Zhou] e la farfalla vi era una differenza”, la stessa che esiste fra il fiume e la bambina che ne è innamorata del primo racconto del libro, La bambina del fiume.
Il fiume, secondo una consolidata simbologia, è il flusso dell’energia vitale che scorre incessante. La bambina protagonista de La bambina del fiume si innamora del fiume, corre con esso e infine si abbandona alla sua corrente. Obbedisce così a una legge antica che troviamo già nelle parole dell’Ecclesiaste: “Non opporti alla corrente del fiume”, ed è così che “capì di essere fatta di ogni cosa, persona, attimo, incontrati prima, durante e dopo la corsa”. La mia mente corre ancora all’apologo di Zhuang Zhou, che, come avverte lo Zhuang-zi, ha a che fare con la metamorfosi degli esseri. La fiaba ci dice quindi che l’amore e il buttarsi nelle cose apre la bambina al vasto mondo, dove nessuna cosa è chiusa in sé, ma tutto è in tutto, nella metamorfosi che si crea in una relazione di interdipendenza che rivela gli esseri quali sono in se stessi e nel loro essere insieme gli uni con gli altri. Consapevolezza che ritorna come una ripresa musicale nell’ultimo racconto, Rondò:
C’era una volta un fiume e c’era una volta un uomo. Entrambi amavano un pesce. Il fiume per il suo abbandono alla corsa, l’uomo per avergli resa visibile l’argentea corrente.
Questa consapevolezza è radicata nell’esperienza biografica di Chandra Candiani e ha trovato una figura iconica nella “bambina pugile“; nello stesso tempo corrisponde alla prerogativa della poesia di riflettere, come scrive Anton Machado, “la radicale eterogeneità dell’essere”. Come il silenzio di Milano del racconto omonimo, che contiene la molteplicità dei rumori, anche se è inavvertito dai più. E il libro comunica l’interdipendenza fra le cose con la sua ragione poetica che si fa struttura compositiva, un mosaico in cui ogni racconto è una tessera che dice una parte dell’insieme. “E ognuna è assolutamente speciale, ognuna è unica”.
Tanti sono i modi di uscire da un sé che rende isolati e manchevoli, uno è quello de La bambina del fiume, un altro è quello della Storia di una rosa, di cui si dice che “Questo per la rosa era l’amore: aspettare qualcuno”, con il risultato che “aspettava aspettava e aspettando non cresceva”. L’attesa costituisce una fissazione, forma una chiusura in un sé prestabilito, un progetto posto dinanzi a sé che vuole imprimere la sua direzione agli eventi in un modo che impedisce alla rosa di vedere quanto ha intorno. Al contrario, “quando smise di aspettare… [la rosa] imparò perfino a chiacchierare con l’erba… Non sognò cavalieri… sognò… essere una rosa qualunque, non aspettare che piccole cure, non sognare l’inventore dell’amore”. Ma dimenticare il sé significa essere illuminati da tutte le cose, ed è allora, quando meno ce lo aspettiamo, che il desiderio della rosa si avvera ed essa viene rapita dal vento.
Se in Storia di una rosa a chiudere in sé l’io è l’attesa, ne L’uccello senza casa è il sogno. Sempre a rincorrere il luogo ideale, d’estate in Europa e d’inverno in Africa, in qualsiasi luogo si trovi l’uccello non si sente mai a casa perché ovunque sogna la destinazione del suo prossimo emigrare. È ancora la mente a edificargli attorno un cerchio chiuso da lui stesso. Solo quando rompe il ciclo prestabilito e inverte la rotta conoscendo il freddo dell’inverno europeo e il caldo dell’estate africana, solo allora l’uccello sente di avere una casa, “in un luogo sconosciuto, senza correnti e senza nidi”. E mentre assaporo la sapienza di questo apologo ne gusto perfino la verità della percezione fisica che è stata già di Sei Shonagon (Note del guanciale), quando scrive che “per essere suggestivi, gli inverni dovrebbero essere freddissimi, e le estati di un caldo senza uguali”.
Occorre abbandonarsi al tutto, ci dicono questi racconti, ma senza abdicare al proprio esserci e alle proprie responsabilità. Chandra Candiani non ha mai condiviso l’ebbrezza postmoderna per il trionfo dell’irresponsabilità che ha accompagnato la messa in discussione della soggettività della tradizione occidentale. Senza identità e differenza non esiste l’abbraccio. Lo scoprono i suoi personaggi e lo pratica la stessa Chandra Candiani, che racconta di corsa, buttandosi a capofitto nelle storie e nella scrittura, perché, come dichiara lei stessa, “quando ci preme il destino di qualcuno, non si perde tempo in particolari, ci si precipita subito nella sua vita”. Il contenuto tematico diventa principio formale, la scrittura diventa un fiume impetuoso che scorre e intanto guarda “con limpida meraviglia”, raccoglie, dà evidenza a tutte le cose che incontra con il solo nominarle. Le frasi sono gremite di cose trasportate dal discorso, in un intrecciarsi di elenchi e anafore, identità e differenza, acqua che scorre ed eterno ritorno. Le parole, come Josif Brodskij dice che avviene nella poesia, non esprimono tanto un’emozione, come fa la prosa, ma l’assorbono linguisticamente per consegnarla al lettore. È il compito che Leilui riceve da una margherita:
corri a casa, e sfoglia un quaderno, sfoglia senza strappare i suoi petali, solo scrivi di noi, dei tuoi amici, delle creature.
– Le creature? – chiese Leilui. – E con cosa e come scrivere?
– Con il silenzio; chiudilo nelle lettere della maestra, ringrazia la penna e corri sul foglio, fai che la tua corsa lasci tracce di riconoscenza per chi hai amato, sulla pianura del foglio.
Per questo le parole di queste “fiabe di educazione sentimentale”, come le definisce la stessa autrice, hanno la forza di un contagio amorevole e, come ogni libro di Chandra Candiani, sono un evento atteso.
In questi racconti c’è l’accettazione dell’impermanenza, questo terrore e scandalo del pensiero e dell’umano bisogno di sicurezza, ma c’è anche la rilevazione che nell’impermanenza occorre stare, occorre abitarla e farvi casa. È questo che ci racconta L’uccello senza casa, l’importanza di sentirsi a casa, il che avviene “passo passo”, superando la gravità e le distrazioni del sogno e della nostalgia che ci impediscono di essere qui e ora nella “pienezza dell’incontro che non lascia tracce”. Stando dove “tutto è amico e tutto è pericolo” l’uccello scopre un ordine nelle cose e una legge anche nell’impermanenza:
E l’uccello seppe che solo risalendo la corrente, solo spogliandosi in inverno e correndo incontro al deserto in estate, si incontra l’amore e che anche l’amore ha una sua legge ed è la piú ingiusta e la piú insensata delle leggi e seppe che solo questa legge fa sentire a casa.
C’è la consapevolezza della natura umana e del suo destino, che La pattumiera Gemma, altra figura di questi Sogni, illustra ai suoi ospiti:
…finirete in un posto che ancora piú fratelli e sorelle contiene, fino all’ultimo luogo, quello a cui tutti noi tendiamo, anche gli esseri umani, anche le stelle e le montagne, i ferri da stiro, gli amori, i libri, i sogni, i mondi, le biciclette e i vulcani: la polvere.
– E cos’è la polvere? – chiedeva ogni sera qualcuno.
– Oh la polvere, – bisbigliava Gemma un po’ intimidita, – è il tuo sogno piú segreto…
Con la stessa consapevolezza che abbiamo trovato ne La domanda della sete, la morte è inserita nel ciclo della vita e pensata come un compimento dell’umana esistenza:
Sarà meraviglioso
non tornare più
fare la conta degli elementi
e restituirli uno a uno
alle fonti
terra alla terra
acqua all’acqua
fuoco al fuoco
aria all’aria
essere spazio.
Sarà meraviglioso
ascoltare i suoni
del disfarsi, del precipitare…
Attraverso fiabe e apologhi, come negli ultimi anni attraverso la scrittura saggistica (Il silenzio è cosa viva, Einaudi 2018; Questo immenso non sapere, Einaudi 2021), Chandra Candiani prosegue la stessa ricerca che conduce da sempre attraverso la poesia, e d’altra parte anche la fiaba è già stata da lei frequentata in passato: nel 1984 Aelia Laelia aveva pubblicato le sue Fiabe vegetali ormai introvabili. Ma il motore e la sintassi di questa scrittura è la poesia. Come scrive Leopardi, “Il poeta non imita la natura: ben è vero che la natura parla dentro di lui e per la sua bocca”. Chandra Candiani esegue questo alla lettera proseguendo un pensare poetico che per dire l’essere dell’uomo mostra l’intimità con la cosa e l’animale. Realizza così un tipo di fantastico che non ha nulla di meraviglioso o di straordinario, e che seguendo una suggestione di Tzvetan Todorov (La letteratura fantastica) potremmo chiamare un “fantastico poetico”, il fantastico tipico della poesia, che non è un testo rappresentativo e non è un volo, ma un essere toccati dall’essenza delle cose che dice come “abita l’uomo su questa terra”.
Chandra Candiani fa questo in Sogni del fiume con il fiume, la rosa, l’uccello, il cavallo, la formica, la pattumiera. Lo ha fatto nella sezione Il sonno della casa di Fatti vivo dando voce a portone, scalini, maniglia, pavimento e altri oggetti e spazi della casa. Lo ha fatto ne La domanda della sete dando voce al cuore e al ciliegio. Lo ha fatto in Questo immenso non sapere, che nel sottotitolo recita Conversazioni con alberi, animali e il cuore umano, dove queste conversazioni assumono il significato anche politico di una “percezione degli altri esseri, della loro vita, dei loro diritti, della nostra interdipendenza”. Per fare questo la poesia inclina talvolta anche verso l’ironia e l’umorismo, come avviene ad esempio ne La formica inutile, che si trova spaesata di fronte a un censimento:
Le chiesero: – Sei una formica lavoratrice?
– Un pochino, – rispose la formica.
– No, no, un pochino non va bene, qual è il tuo posto di lavoro?
– Mmm, – rispose la formica, – quando è sporca pulisco la casa, se ho fame vado in cerca di briciole, se piove resto nella stanza, se c’è il sole canto un pochino dalla finestra oppure esco.
– Ho capito, – dissero in coro le altre formiche, – sei una casalinga!
– Un pochino…
Perché, mentre segue il “filo illogico di stare al mondo”, Chandra Candiani è poeta coltissima e consapevole anche dei fili che legano i soffi di gioia all’inferno che è il mondo, il vedere all’avere cura. Ed è questo che fa alta la sua scrittura e ci rende caro questo libro.
