Qualche mese fa, poco dopo l’uscita del romanzo “Modus in rebus”, un lettore mi ha scritto per chiedermi: “Lei quando scrive un romanzo fa prima una scaletta?”.
Ho risposto: “Generalmente no” e non mi sono addentrato in una spiegazione. In realtà, la scaletta bisognerebbe farla per dare una risposta esaustiva a questa domanda. Ma quel lettore si aspettava probabilmente una risposta ampia e argomentata, e si sarà sentito defraudato.
Ora: l’ultima cosa che può permettersi uno che scrive e pubblica un romanzo è defraudare i suoi lettori. Sia che non risponda, sia che lo faccia rimasticando qualche chiacchiera da “scuola di scrittura”. Avevo il dovere di spiegare perché “generalmente” non faccio una scaletta, e dovevo farlo senza dare l’idea di disprezzare chi invece la scaletta la fa. Quindi dovevo pensarci su.
Credo che non ci sia bisogno di chiarire come mai, per scrivere un saggio, sia necessario partire dall’indice. E che cos’è l’indice se non una scaletta? Un saggio è, o dovrebbe essere, l’esposizione ordinata di un ragionamento articolato. Ciò che rende prezioso un saggio è proprio il tentativo (sperabilmente) riuscito di mettere ordine in un problema complesso.
Invece il romanzo è qualcosa di diverso. Non voglio rischiare di far imbizzarrire i poeti dicendo che la composizione di un romanzo è abbastanza simile alla composizione di una poesia, ma vorrei ricordare almeno le parole di Platone: (chi crea è una cosa nebulosa, alata e sacra). Il poietés è colui che crea, che fa dal nulla, non soltanto in poesia. Chi scrive un romanzo non può limitarsi a raccontare un ordinato svolgersi di fatti. Ciò che deve uscire dalla lettura è una visione della vita (e della morte), una ricerca di senso, una spiegazione del perché di certe scelte alle quali prima o poi tutti quanti siamo chiamati, e anche l’indicazione di come le scelte di vita dipendano dal carattere, dall’età in cui ci siamo trovati ad affrontarle, dagli obbiettivi che ci proponevamo, dai miti che coltivavamo, oltre che dalle circostanze con le quali avevamo a che fare.
Provate a scrivere una scaletta per una poesia di pochi versi. Vi accorgerete che non è possibile. In quel genere di liriche ciò che fa “poesia” è la concentrazione di significato in poche parole dal suono così miracolosamente evocativo da aggiungere colore, respiro, profumo al concetto (espresso o sottaciuto).
Oppure provate a scrivere una scaletta per un poema di dimensioni omeriche. Come pensate di riuscire a scrivere nella scaletta una nota come “Achille sulla sponda del mare soffre per amore” e partendo da lì scrivere lo straordinario verso 350 del I libro dell’Iliade? Dovete aver già sofferto per amore anche voi. Ma che ve ne fate della scaletta?
Insomma, un romanzo (almeno, secondo me) è qualcosa che va al di là di una pura e semplice narrazione. Quando Flaubert perdeva ore e ore alla ricerca del “mot juste” non lo faceva per una fisima da perfezionista: se non si usano “le parole giuste”, invece di un romanzo si scrive – nel migliore dei casi – una cronaca. E a che servirebbe scrivere su una scaletta “qui sta’ attento a usare le parole giuste”?
Poi, per amor del cielo: chi pubblica un romanzo all’anno deve avere i suoi trucchi, le sue ricette, i suoi “modi di fare”. Ma chi pubblica un romanzo all’anno non fa letteratura, non ci prova nemmeno. Qualcuno (pochissimi) riesce a far soldi, e poco altro.
Posso anche togliermi il cappello davanti ai confezionatori di best seller, ma la letteratura come business a me non interessa. Se scrivo un romanzo, voglio entrare nella testa dei personaggi – perché, come insegna Pirandello, sono loro che fanno il romanzo – voglio vivere le loro incoerenze, i loro errori, le considerazioni che traggono dai casi della loro vita. E queste non sono cose che potete mettere in una scaletta (sì, forse qualcuna, se vi viene in mente subito e avete paura di dimenticarla. Ma il 99 per cento sono pianti, gioie, palpitazioni, e anche osservazioni ciniche, che vi verranno in mente solo mentre descrivete situazioni che non avevate neanche immaginato e alle quali siete arrivati perché i personaggi vi ci hanno trascinato tenendovi per mano).
Per esempio, sono orgoglioso di molte considerazioni nate così, in “Modus in rebus”. Certi recensori ne hanno riportate alcune. A me piace soprattutto questa: “Legge e avventura sono due mostri dirimpettai, come Scilla e Cariddi, intransigenti fino alla crudeltà”.

