Primitivo Americano, di Mary Oliver

di Mauro Ferrari

Mary Oliver, Primitivo americano, a cura e con traduzione di Paola Loreto, Einaudi 2023

Nella splendida traduzione di Paola Loreto (autrice anche di una interessante nota di apertura) è stata appena pubblicato Primitivo americano, l’ultima raccolta della poetessa americana Mary Oliver (1935-2019). Si tratta di poesia etichettabile, in senso molto limitativo però, come spesso accade anche per le etichette più significative, come “ecopoetry”, quindi inquadrabile in quel vasto movimento culturale che ha radici profonde nella cultura e nella poesia americana (ma non solo). Il manifesto della ecopoetry, anche reperibile in rete, enfatizza il lato ecologista, diciamo pure politico, e mette l’accento sulla salvaguardia del pianeta e un nuovo rapporto con gli altri esseri viventi, sui diritti fondamentali dell’Uomo, la pacifica coabitazione dei popoli e “le nuove e varie introspezioni dell’Io”: punta insomma su aspetti cruciali del pensiero contemporaneo, compreso il distanziamento dalle poetiche paludate e accademiche, “per aprirsi a una comunicazione poetica chiara e semplice, comprensibile per tutte le culture” e quindi anche facilmente traducibile, per diffondersi almeno negli intenti tra un pubblico più ampio.
Legami e apparentamenti poetici sono evidenti con autori come Walt Whitman e la sua poesia intrisa di oralità; l’American Renaissance, anche con i suoi risvolti misticheggianti: R. W. Emerson e H. David Thoreau, Robert Frost e il contemporaneo Gary Snyder. Ma, restando in ambito anglofono, è impossibile non citare Wordsworth e, nella poesia più o meno recente (e per motivi diversissimi) il Ted Hughes di Moortown, River e Wolfwatching

Nella sua ricchezza tematica e tonale della poetessa americana, nella sua maestria nel dominare il verso, non ci sono tuttavia cedimenti alla frenesia di comunicare semplicemente un messaggio, per quanto nobile. L’armonia fra i contenuti e le soluzioni espressive è ad altissimo livello, ed è un monito a quanti confondono la poesia con la semplice esternazione di sentimenti e stati d’animo.
La nota dominante della raccolta è non tanto la fusione panica con la natura, né un confronto dialettico fra essa e l’uomo, quanto l’immersione, il confronto e l’immedesimazione in essa. Tenendo conto di questo, il titolo della raccolta potrebbe anche essere reso con PrimitivA americana, perché questa immersione è una sorta di tensione verso lo strato naturale ed elementare dell’essere umani: la gioia e la felicità (termini che ricorrono spesso non solo esplicitamente, a livello di mood) nascono dalla liberazione dagli orpelli della modernità in quanto opposta allo stato di natura: si vedano Felicità (p. 139) o L’albero del miele (p. 159: “Che / frenesia! ma la gioia fa questo” . . . “mi amo). La poetessa stessa, del resto, vuole “essere assolutamente / selvaggia” (p. 123).

Certo, un’altra nota corre a contraltare, o meglio un basso continuo sotto la melodia precedente, ed è la vicinanza della morte, compresente alla vita ma non come opposto: “Nel libro della terra è scritto: / nulla muore” (p. 55). Ancora una volta, ad emergere mi pare il sostrato indigeno, la sacralità del vivente e l’armonia di un creato in cui la realtà è il ciclo incessante dell’essere. Questo permette un approccio alla natura (che non è il puro spettacolo del paesaggio) gioioso, persino ludico e infantile. La natura non è mai una foresta di simboli, ma solo puro essere non mediato: pensiamo a certi squarci limpidamente lirici, quasi yeatsiani, come l’attacco del testo a p. 63, o alla volpe di Assaggiando l’uva selvatica (p. 43), alla rivelazione della Prima neve (p. 49), all’apparizione delle egrette (p. 35), alla lince rossa (p. 29), le talpe (p. 17), ai serpenti (p. 93), alle megattere (p. 117). Sono occasioni di incontro: la poetessa non è una passeggiatrice solitaria in preda ai propri pensieri e fantasmi, ma si pone nella disposizione dell’ascolto, dell’osservazione di ciò che arriva o appare, come piccola concretissima epifania. 
Non occorre trarre conclusioni, balzare al significato simbolico o allegorico. La sua è una fame di com/prensione, che bene emerge dalla brama di mangiare, nel “paradiso dell’appetito” (L’albero del miele, p. 158); o possiamo citare ancora il miele in Miele sulla tavola (p. 111) e altro ancora.
Se si dovesse esprimere in modo sintetico questo approccio, il termine più indicato pare ‘contiguità’, per “avere cura di qualcosa” (p. 47); il senso della distanza e della separatezza, infatti, pare svanire. Se si analizza la splendida Clapp’s Pond, si nota proprio come i versi dichiarativi “il senso della distanza / . . . / svanisce” (p. 39) anticipino lo straordinario finale, in cui l’Io della poetessa osserva la cerva che beve “nel lago / tre miglia distante”. Mary Oliver non lancia proclami ambientalisti, non esplicita in modo non necessario l’urgenza dei temi ecologisti: il suo interesse è infatti la mediazione in uno spazio di incontro e convivenza, rispettoso del passato e caring del futuro.
Questi versi – tesi in uno spazio tra la compressione di immagini precise, fotografiche, e una tensione narrativa espressa non di rado in un verso a quattro stadi reminiscente di Williams, fra gli altri – hanno in realtà una costruzione attentissima. Si veda ad esempio il primo lungo verso di Fantasmi (p. 52):

Where so many millions of powerful bowling beasts
(Dove così tanti milioni di bestie possenti, urlanti)

Le “m” in allitterazione, con il suo suono labiale e nasale, prepara l’esplosione delle occlusive “p” e “b”, con ulteriore passaggio da sorda a sonora: la poetessa così rende con il suono la presenza fisica dei bisonti. In un testo tutto giocato sul contrasto presenza passata / assenza presente questo tratto dà ragione della grande coerenza e coesione a ogni livello del testo.

Primitivo americano è una importante acquisizione per la poesia italiana, a livello tematico e stilistico: in un panorama dominato da frantumazione dell’Io, orfismo d’accatto, post-(post) sperimentalismo, “pascolismo” degli stenterelli e linea lombarda in sedicesimo, questi versi risuonano forti, nuovi e perciò rivitalizzanti.

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