Non riesco a smettere di guardare questa foto. Tu, su una specie di banchina, con la valigia, che guardi chissà dove. II mare è a circa un metro, attraversato dai riflessi delle case tipiche che colpivano la nostra fantasia. Sullo sfondo, la costa punteggiata dal bianco delle abitazioni e un cielo a macchie più blu man mano che vanno verso l’alto. Due imbarcazioni (una, poi, è sparita) si sfiorano: la prima si avvicina, l’altra – un motoscafo – sta prendendo il largo. Continua a leggere
Archivi tag: Don Mario Torregrossa
La prima volta
di Fabrizio Centofanti
La prima volta. A tavola da solo, e così a celebrare. Però lo vedo ancora, sulla sedia a rotelle, vedo le sue dita battere sul notes, come se il pensiero richiedesse un gesto per sentirsi vero. Lui era così: intero. Ora che non c’è, non resta niente, solo ombre che si muovono su un palcoscenico sbiadito. Ma io non mollo: lo chiamo, gli parlo, vedo il suo sguardo dolce che indica la strada. Non so perché l’ho incontrato. Non fossi andato a cercarlo, esasperato da un suo collega insopportabile, la mia vita sarebbe evaporata, scivolata nel nulla. Tutto dipende dal momento irripetibile in cui decidi di andare da lui, o da lei. Credo nel destino. Il destino è un atto cui devi dare un contributo, due piedi che si muovono precisamente in quella direzione. Il resto viene da sé. Ti rubano tutto, ma il destino ti ha toccato, con la sua ala leggera. Voli. Anche se mangi, se celebri da solo, il destino brinda con te, prega con le tue parole. Ripenso a quel momento: e se avessi avuto un contrattempo? Se qualcuno mi avesse dissuaso? Se il primo approccio fosse fallito? Il destino è destino. Andiamo, Mario, ti faccio strada io, dico alla gente di spostarsi.
[da Pret(re) à porter]
C’è un solo modo per essere felici
Era il Cardinale, che convocava don Davide tramite la sua segreteria. Il prete, come sempre in questi casi, ebbe un sussulto. Fece una rapida analisi per ricondurre alla memoria eventi che potessero risultare sgraditi alle gerarchie ecclesiastiche, ma gli parve di non trovare nulla. Quella mattina il caldo incollava la camicia alla pelle, come una pellicola vischiosa. Entrò nell’abitacolo dell’utilitaria da duecentomila chilometri suonati e partì alla volta della Curia. Il tragitto gli sembrò più lungo e il traffico più intenso, ma ormai era consapevole delle impennate spazio-temporali in corrispondenza dei rendez-vous ecclesiastici e provò a pensare ad altro. Il sole implacabile non impediva ai questuanti di rallentare il fiume già insopportabilmente lento delle macchine. Finalmente arrivò in prossimità del palazzo episcopale, ma fu costretto a un’ulteriore evoluzione per raggiungere il parcheggio, dove lasciò la mancia all’uomo di colore che gli assicurava un posto in qualsiasi condizione. Passò attraverso la galleria d’ingresso al Vicariato, ignorato dalle guardie. Percorso il lungo corridoio dall’altissimo soffitto, arrivò davanti all’usciere assorto, come sempre, in pensieri impenetrabili. Lo salutò con un cenno, e si avviò dal segretario del Cardinal vicario, che gli disse di aspettare: sua Eminenza era impegnato in un colloquio che stava per concludersi. Don Davide si accomodò nel salottino accanto, pieno di libri antichi e poltrone in sintonia con lo stile rinascimentale dell’insieme. Pensò all’avventura vissuta fino a quel momento: l’incarico, le prime indagini, il contatto con persone e situazioni che non avrebbe mai creduto di conoscere. Pensò a don ***, alla sua fedeltà ostinata e dolorosa, al suo votarsi a una causa difficile e incomprensibile per molti; pensò alle persone che a vario titolo lottavano a favore o contro di essa, alle ferite, alle gioie, all’investimento di energie, al coinvolgimento del cuore che tutto questo richiedeva e che don Mario aveva sempre auspicato, convinto che altrimenti nulla avesse senso. Si chiese chi fosse quel prete che lo aveva costretto a guardare più in profondità, a rischiare e a compromettersi. Aprì a caso il volumetto tascabile dei quattro vangeli e si ritrovò al capitolo diciannove di Giovanni:
“Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare. I soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, e gli misero addosso un manto di porpora; e s’accostavano a lui e dicevano: “Salve, re dei Giudei!”. E lo schiaffeggiavano. Pilato uscì di nuovo e disse loro: “Ecco, ve lo conduco fuori, affinché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa”. Gesù dunque uscì, portando la corona di spine e il manto di porpora. Pilato disse loro: “Ecco l’uomo!”.
Alzò gli occhi di scatto: ebbe la sensazione che don Mario fosse lì, vicino a lui.
Un pensiero gli attraversò la mente, all’improvviso, e non seppe spiegarne la ragione: «C’è un solo modo per essere felici». Una lacrima scese lentamente sulla guancia e precipitò in silenzio sul pavimento rossastro. Per un momento, sullo sfondo colorato, gli sembrò una macchia di sangue o di vernice.
[da Ecco l’uomo, di Fabrizio Centofanti]
Un libro
C’è un libro che tutti dovrebbero leggere. Non è la Divina Commedia, è un libro sconosciuto ai più, diciamo quasi a tutti. Perché, allora, è importante? Proverò a spiegarmi.
Viviamo ai bordi di un tempo che ha fatto di tutto per perdere vita: nichilismo, edonismo, manipolazione delle menti, pubblicità che invade ogni angolo dell’esperienza quotidiana. La perdita d’identità è il salario di chi lavora in ogni istante contro sé stesso, di chi è costretto a pensare e ad agire attraverso emozioni primitive, a un livello subumano. Dire che ci si guarda in cagnesco è fare torto ai cani, che sono sicuramente più gentili. Come ci siamo ridotti in questo modo?
Abbiamo dentro un sogno: tornare a essere noi stessi, al senso della vita. No, il libro non è “Uno psicologo nei lager”, di Viktor Frankl, che resta un’opera che cambia. Sbocciare ad Auschwitz non può che definirsi un miracolo.
Ma qui tutto è più a portata di mano. È l’io che torna alle origini, che ricomincia a credere. Ad avere fiducia. Se non ritornerete come bambini. La felicità è la loro, è di chi ha appreso a tornare come loro. In questo tempo di disperazione la felicità è di chi spera. Di chi avvista un fiore che sboccia nel deserto. In questo tempo di odio e di violenza la felicità è di chi ama. Di chi va oltre il primo impulso di rifiuto. Il libro, dunque, non può essere che questo: “Credo, Amo, Spero”. Per chiunque desideri scoprire perché siamo al mondo.
Spiragli
Per amore
Sei qui
Quel pianto
È il giorno: stessa data, stessa festa.
La tua voce risuona, come allora.
La corsa in ospedale, la paura,
il dubbio sulla fede, in quel momento
in cui tutto crollava. Il sentimento
è lo stesso: sei Tu, Signore mio,
che vuoi parlarmi? Donami l’amico,
come un tempo. Abbraccia la memoria
di quel pianto.
L’orma
È uscito
5 maggio
30 dicembre 2008

Il telo bianco è la veste dell’angelo
nella regione dei donatori di bene
dove un gesto amante
è il canto dei salvati
di coloro che trasmisero luce
come in circolo
in una rete infinita
di rimandi
sulla frequenza di un Dio
che è sempre nuovo
perché ama sul serio
– veglia in ogni istante –
come le madri di una volta.
Cristo Re

quando ti ho visto con la faccia grigia
amico
mi sono chiesto tutto in una volta
mi sono fatto tutte le domande
ho sognato di morire
da sveglio
di risorgere in un mondo
dove non bruciano la gente
paradiso dove l’odio si stempera
e l’ira e la follia sono ricordi sbiaditi
come vecchi film
né posso dire che mi manchi
perché sei qui più di tante persone
morte prima del tempo
sei diventato voce
suono
vento di novembre
Spirito Santo delle ore più comuni
Il nuovo libro su don Mario

È uscito il secondo volumetto della piccola biblioteca dedicata a un grande uomo, don Mario Torregrossa. Portare avanti la sua opera è la scelta che risuscita un concetto oggi smarrito: il bene comune. Leggere don Mario, parlarne, ragionarci sopra, lasciarsi fecondare dalla sua visione, è un passo in avanti verso la civiltà dell’amore, il sì a un Progetto che ha la forza di scongiurare ogni guerra.
Acquistabile qui:
https://www.youcanprint.it/una-nuova-visione-delluomo/b/cf1e329d-f02f-5214-bfc7-2be31d4c6f61
5 maggio

Sei ancora qui, presente, come allora:
mi chiedi come sto, mi accendi
il cuore, come la porta aperta
sul paesaggio dei colli, dove gente
come me cerca qualcosa,
e non riesce a immaginare che è vicino,
molto vicino il senso. A me lo dici,
perché continuo a essere il cuore
del tuo cuore e mai ti ho perso,
neanche per un attimo. Gli uccelli
cantano imperterriti, lo sanno
che c’è sempre una ragione, come quando
fumasti la prima sigaretta, in ospedale,
e la suora ti sorprese dietro l’angolo:
quanto riso rubato alla tristezza,
quanta sana rivolta a malattie
mortali che avrebbero stroncato
il più robusto degli esseri. Auguri, amico mio,
grazie d’esserci ancora, in barba al tempo,
caparra dell’eterno, che mi viene già incontro
col tuo volto.
Guarire dalla paura, incamminarsi nella libertà.
È il primo di una serie di volumi sugli scritti di don Mario Torregrossa, dai quali emerge un’antropologia rispondente alle esigenze più profonde dell’uomo e della donna contemporanei. Verità, amore e libertà convergono in un progetto di umanità aperta al divino, che Cristo ha incarnato una volta per sempre, aprendo la strada a una nuova visione dell’uomo. Un quadro geniale, tratteggiato da un artista dell’umano, a cui Dio ha voluto rivelare i Suoi segreti.
Eco

Lo so che sei lì dietro: quando avverto
un rumore indecifrabile, un sussurro
di vento nel deserto, un’eco strana
che non entra nelle orecchie, ma nel vetro dell’anima,
lo so, lo so che sei lì dentro, oltre l’ombra
del tempo, in quello spazio in cui è possibile toccarsi solo nel centro dei sentimenti veri.
Mi aspetti in paradiso, ma sai anche
che il cielo non è un luogo, ma uno stato
del cuore: da quell’angolo di luce
si trasforma in bellezza il mio dolore.
Di là

È il 5 maggio, il compleanno di don Mario. Ci sono presenze e ricorrenze da onorare, perché non solo hanno riempito la vita, ma sono la tua vita. Don Mario è qui, davanti a me, con Gesù e Maria. Insieme facciamo grandi cose, che nessuno vede. Perché le cose veramente grandi restano invisibili: il distillato dell’anima che solo Dio conosce. In questo giorno, per me così importante, auguro anche a voi di trovare qualcosa di vero e potente, che nemmeno impegnandovi allo stremo potreste contraddire. Per me è lo spirito che don Mario mi ha trasmesso, per cui non finirò di ringraziarlo. Neanche di là.
Un ricordo di don Mario Torregrossa, di Augusto Benemeglio

“Ciò che mi opprime non si può curare; è la mia croce e devo portarla da solo, …ma Dio sa quanto si è incurvata la mia schiena per lo sforzo”
(S. Freud)
“Ecco l’uomo” è un libro di Fabrizio Centofanti, Effatà , 2011, – dedicato a Don Mario Torregrossa, l’uomo del fuoco, del sole, l’uomo dell’insonnia, la faccia chiara del mondo, la goccia d’inchiostro di sangue e di miele, colui che non è più tra noi , e tuttavia continua ad essere freccia conficcata nell’altare, vetrata luminosa, croce di pietra e legno con nomi incisi tutt’intorno, memoria di memoria che si inventa una storia, cento, mille storie di mani tese , di voci e di gridi.
Continua a leggereNella gloria

Non ti vedo sul tavolo del Grassi, avvolto nel lenzuolo come un beduino. Neanche sulla sedia a rotelle, che annunciava la partenza col trillo inconfondibile. E nemmeno in via Prassilla, in quel su e giù interminabile delle nostre chiacchierate.
Ti vedo nella gloria, vicino al Cristo che hai amato, a Maria, che hai pregato ogni giorno, a Giuseppe, che hai invocato nei tempi della provvidenza. Per questo sei qui, nella povera stanza del Divino Amore, dal tuo amico di sempre: che ancora sente il trillo, ancora ti accarezza, nel lenzuolo del Grassi, che ancora passeggia accanto a te, parlando di giovani e crescita, annuncio e formazione, di fede, speranza e carità. Sei poesia e verità, il mistero dell’amore che mette tutto insieme, per miracolo.










