di Fabrizio Centofanti
La prima volta. A tavola da solo, e così a celebrare. Però lo vedo ancora, sulla sedia a rotelle, vedo le sue dita battere sul notes, come se il pensiero richiedesse un gesto per sentirsi vero. Lui era così: intero. Ora che non c’è, non resta niente, solo ombre che si muovono su un palcoscenico sbiadito. Ma io non mollo: lo chiamo, gli parlo, vedo il suo sguardo dolce che indica la strada. Non so perché l’ho incontrato. Non fossi andato a cercarlo, esasperato da un suo collega insopportabile, la mia vita sarebbe evaporata, scivolata nel nulla. Tutto dipende dal momento irripetibile in cui decidi di andare da lui, o da lei. Credo nel destino. Il destino è un atto cui devi dare un contributo, due piedi che si muovono precisamente in quella direzione. Il resto viene da sé. Ti rubano tutto, ma il destino ti ha toccato, con la sua ala leggera. Voli. Anche se mangi, se celebri da solo, il destino brinda con te, prega con le tue parole. Ripenso a quel momento: e se avessi avuto un contrattempo? Se qualcuno mi avesse dissuaso? Se il primo approccio fosse fallito? Il destino è destino. Andiamo, Mario, ti faccio strada io, dico alla gente di spostarsi.
[da Pret(re) à porter]




















