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da Ecco l’uomo
LXXXI
Sentì sopra di sé il peso del tempo. Si percepì incapace; affiorarono immagini, ricordi, per esempio il ragazzo al Cottolengo, cui avevano affidato il compito d’innaffiare il giardino. Lo aveva preso seriamente, non mancava mai di procurarsi l’innaffiatoio di plastica e attaccava sempre alla stessa ora, dallo stesso punto. Un giorno venne giù il diluvio universale; gli ospiti dell’istituto e gli assistenti si affacciarono alla finestra per godersi lo spettacolo della pioggia che si rovesciava a ondate, schiaffeggiando tutto ciò che capitava a tiro. In un angolo scorsero un’ombra, alla stessa ora, nello stesso punto del giardino: era lui, con l’innaffiatoio che sgocciolava in mezzo alla tempesta.
Oppure quella volta che una donna, madre di cinque figli, di cui quattro disabili, abbracciava disperata la bara di una delle sue creature e non poteva staccarsene; le si avvicinò un ragazzo handicappato dallo sguardo smarrito che la strinse a sé discretamente e le sussurrò in un orecchio: «Suo figlio è fortunato ad avere una madre che gli vuole bene e piange per lui». Il figlio era una specie di mostro che aveva finito di campare per insufficienza generale di risorse. Eppure sì, oggettivamente si poteva ritenere fortunato, perché aveva una madre che piangeva disperata sulla bara ricoperta di fiori, mentre il ragazzo handicappato dallo sguardo smarrito era stato dimenticato o abbandonato da tempo immemorabile. La donna avrebbe voluto abbracciarlo, ma non ne ebbe la forza, e continuò a disperarsi, abbarbicata al feretro.
I ricordi lacerarono don Davide, lo precipitarono in un vortice in cui si dissolveva ogni confine tra salute e malattia: era lui l’uomo della pioggia, incollato al suo posto di innaffiatore ufficiale, era lui il ragazzo handicappato che sapeva cogliere la felicità nascosta nelle piaghe del mondo, era lui la madre divisa tra opposti sentimenti e per un istante comprese che Dio è un ragazzo dallo sguardo smarrito, abbandonato al Cottolengo, dimenticato da tutti, eppure ancora capace di abbracciare.
C’è un solo modo per essere felici
Era il Cardinale, che convocava don Davide tramite la sua segreteria. Il prete, come sempre in questi casi, ebbe un sussulto. Fece una rapida analisi per ricondurre alla memoria eventi che potessero risultare sgraditi alle gerarchie ecclesiastiche, ma gli parve di non trovare nulla. Quella mattina il caldo incollava la camicia alla pelle, come una pellicola vischiosa. Entrò nell’abitacolo dell’utilitaria da duecentomila chilometri suonati e partì alla volta della Curia. Il tragitto gli sembrò più lungo e il traffico più intenso, ma ormai era consapevole delle impennate spazio-temporali in corrispondenza dei rendez-vous ecclesiastici e provò a pensare ad altro. Il sole implacabile non impediva ai questuanti di rallentare il fiume già insopportabilmente lento delle macchine. Finalmente arrivò in prossimità del palazzo episcopale, ma fu costretto a un’ulteriore evoluzione per raggiungere il parcheggio, dove lasciò la mancia all’uomo di colore che gli assicurava un posto in qualsiasi condizione. Passò attraverso la galleria d’ingresso al Vicariato, ignorato dalle guardie. Percorso il lungo corridoio dall’altissimo soffitto, arrivò davanti all’usciere assorto, come sempre, in pensieri impenetrabili. Lo salutò con un cenno, e si avviò dal segretario del Cardinal vicario, che gli disse di aspettare: sua Eminenza era impegnato in un colloquio che stava per concludersi. Don Davide si accomodò nel salottino accanto, pieno di libri antichi e poltrone in sintonia con lo stile rinascimentale dell’insieme. Pensò all’avventura vissuta fino a quel momento: l’incarico, le prime indagini, il contatto con persone e situazioni che non avrebbe mai creduto di conoscere. Pensò a don ***, alla sua fedeltà ostinata e dolorosa, al suo votarsi a una causa difficile e incomprensibile per molti; pensò alle persone che a vario titolo lottavano a favore o contro di essa, alle ferite, alle gioie, all’investimento di energie, al coinvolgimento del cuore che tutto questo richiedeva e che don Mario aveva sempre auspicato, convinto che altrimenti nulla avesse senso. Si chiese chi fosse quel prete che lo aveva costretto a guardare più in profondità, a rischiare e a compromettersi. Aprì a caso il volumetto tascabile dei quattro vangeli e si ritrovò al capitolo diciannove di Giovanni:
“Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare. I soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, e gli misero addosso un manto di porpora; e s’accostavano a lui e dicevano: “Salve, re dei Giudei!”. E lo schiaffeggiavano. Pilato uscì di nuovo e disse loro: “Ecco, ve lo conduco fuori, affinché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa”. Gesù dunque uscì, portando la corona di spine e il manto di porpora. Pilato disse loro: “Ecco l’uomo!”.
Alzò gli occhi di scatto: ebbe la sensazione che don Mario fosse lì, vicino a lui.
Un pensiero gli attraversò la mente, all’improvviso, e non seppe spiegarne la ragione: «C’è un solo modo per essere felici». Una lacrima scese lentamente sulla guancia e precipitò in silenzio sul pavimento rossastro. Per un momento, sullo sfondo colorato, gli sembrò una macchia di sangue o di vernice.
[da Ecco l’uomo, di Fabrizio Centofanti]
C’è un solo modo per essere felici
C’è un libro a cui tengo più degli altri. Il titolo salta sùbito agli occhi, e non necessita di sottolineature; è il sottotitolo che va valorizzato: “C’è un solo modo per essere felici”. Fu una sorta di illuminazione, d’intuizione profetica. Ho sperimentato lo spirito in un modo molto intenso, e ho scoperto, in séguito a questo, la mia vera identità. È lì che trovo la mia vita, nel ricordare progredendo, come ha detto qualcuno. Tutto il resto è sviamento, dispersione. Cerchiamo sempre la via. In Calabria, vicino a un faro, c’è un santuario dedicato a Santa Maria Odigitria, Colei che indica il cammino. E il cammino è unico per ogni singola persona. C’è un solo modo per essere felici. Mi raccomando: non perderlo per strada.
“Ecco l’uomo”, di Fabrizio Centofanti
“ECCO L’UOMO” DI FABRIZIO CENTOFANTI
C’è un solo modo per essere felici
DI AUGUSTO BENEMEGLIO (*)
“Ciò che mi opprime non si può curare; è la mia croce e devo portarla da solo, ma Dio sa quanto si è incurvata la mia schiena per lo sforzo” (S. Freud)
1.Vivere l’istante.
Ecco l’uomo, di Fabrizio Centofanti (Effatà Editrice, 2011), è un romanzo dedicato all’uomo del fuoco, del sole, dell’insonnia, della faccia chiara del mondo, la goccia d’inchiostro di sangue e di miele, colui che non è più tra noi , e tuttavia continua ad essere freccia conficcata nell’altare , vetrata luminosa , croce di pietra e legno con nomi incisi tutt’intorno, memoria di memoria che si inventa una storia, cento , mille storie di mani tese , di voci e di gridi. Ecco l’uomo è dedicato a don Mario Torregrossa , il santo bruciato , memoria viva che si fa coscienza per sciogliere il nodo del tempo dei nostri egoismi/classismi/razzismi che non mutano ,nonostante tutto; lui è sempre lì, sopra il cielo della parrocchia , aquila e colomba , bosco pensante , lampada, lapis, coltello zampillo, benzina, rosso e nero , labbra annerite , il corpo che è uno straccio avvolto nel suo enigma nudo. Continua a leggere


