
di Pasquale Vitagliano
Ci sono due colonne di confine del cinema spaziale. 2001: Odissea nello spazio (1968) prodotto e diretto da Stanley Kubrick (con il suo prototipo Ikarie XB 1 diretto nel 1963 dal ceco Jindrich Polák) e Solaris (1972) di Andrej Tarkovskij. Ogni altro film ha puntato al loro vertice di qualità senza mai superarlo. Hanno fornito un canone oscillante tra profezia tecnologica e simbolismo etico. Chi lo ha abbandonato è scivolato verso uno scontato e prevedibile prodotto di genere. Il capolavoro russo è stato seguito dal remake di Steven Soderbergh del 2002 con George Clooney, dandone una versione psicanalitica e bergmaniana. Dieci anni, nel 1977, dopo l’Odissea di Kubrick, Peter Hyams ci racconta con Capricorn One la dietrologia del (presunto) falso allunaggio.
È curiosa la familiarità di George Clooney con lo spazio. Vi ritorna con Gravity nel 2013 accanto a Sandra Bullock, diretti da Alfonso Cuaròn. E nel 2020 con The Midnighr Sky, nel quale è anche regista. Entrambi ci fanno vedere lo spazio come un luogo straniato e straniante in cui, tuttavia, si può riuscire a cogliere per un solo istante il sentimento esistenzialista del “dasein”, dell’esserci qui e ora. Può considerarsi satellite di questa rotta, Moon (2009) di Duncan Jones con protagonista Sam Rockwell, qui infatti lo spazio incommensurabile si incrocia con l’ordine del tempo. Un discorso a parte, merita Interstellar (2014) di Cristopher Nolan, in quanto ci offre la perfetta sintesi di Kubrick e Tarkovskij, insieme esperienza visiva e apologo filosofico. Infine, due film raccontano l’esperienza spaziale prima e dopo l’evento. Nel 2018 con First Man – Il primo uomo (First Man) Damien Chazelle racconta l’apprendisato alla Luna di Neil Armstrong. Un anno dopo Lucy in the Sky di Noah Hawley racconta lo smarrimento psicologico post-spaziale dell’austonauta Lisa Nowak.
Il cinema fantascientifico per sua natura si classifica come film di genere. Il rischio di restare legato ad un format commerciale è incombente. Lo dimostra, ad esempio, la saga di Alien, che conta addirittura dieci produzioni, compreso un apocrifo italiano. A inaugurarla, con grandi ambizioni, fu nel 1979 Ridley Scott, che firma anche l’ultimo sfornato, Alien: Covenant (2017). In Contact (1997) di Robert Zemeckis il messaggio degli extraterrestri viene criptato addirittura con le immagini storiche di un discorso di Adolf Hitler. Quasi 20 anni dopo, nel 2016, anche Denis Villeneuve si cimenta con la sfida spaziale ed extraterrestre con Arrival. Dovrebbe essere la sua consacrazione definitiva ed invece il film non decolla.
