Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La giustizia. 4

La Giustizia 4.   Un tiro alla fune

Giustizia e poesia: opposte squadre impegnate in un combattuto tiro alla fune, che non prevede vincitori né vinti, avendo piuttosto l’obiettivo, nell’ininterrotta tensione, di render conto del potenziale umano così com’è, non solo come dovrebbe essere. 
Sto visualizzando, attraverso quest’immagine agonistica, l’idea portante di un volume che sin dal titolo, Giustizia poetica, mette a confronto due mondi apparentemente non conciliabili, due mondi conchiusi in sé, autosufficienti, ciascuno in grado di evolversi e di espandersi, di convincere e spiazzare, di suscitare rifiuto o rispetto. La scommessa di Martha C. Nussbaum, filosofa statunitense, è viceversa quella di avvicinare i due mondi, di compenetrarli quasi, attraverso uno scambio di prospettive capace di riscattare l’aridità troppo spesso accettata della vita civile, che si traduce poi nel dettato e nell’osservanza di norme giuridiche le quali altrettanto spesso giungono a configure un essere umano incompleto, riducibile e riconducibile al solo raziocinio. 

È nel campo delle emozioni che si gioca questa partita, secondo la Nussbaum. E per dimostrarlo, per darne dettagliato conto, si serve di uno dei grandi romanzi di Dickens, Tempi difficili, narrazione dove giganteggia in negativo la figura di un insegnante, il signor Gradgrind (e questo cognome digrignante già la dice lunga), che si presenta così: “Thomas Gradgrind, signore. Un uomo concreto. Un uomo che bada ai fatti e ai calcoli esatti. Un uomo che si basa sul principio che due più due fa quattro e niente di più e che non si lascia convincere ad ammettere niente di più. Thomas Gradgrind, signore – perentoriamente Thomas Gradgrind. Con una riga, una bilancia e la tavola pitagorica sempre in tasca, signore, pronto a pesare e a misurare qualunque particella della natura umana e a dirvi esattamente a quanto ammonta. È una pura questione di cifre, un caso di matematica elementare”. E infatti non c’è posto per nulla che non sia utile e dimostrabile  negli insegnamenti impartiti da Gradgrind, anche ai figli: “Nessun piccolo Gradgrind aveva mai visto un volto nella luna […] Nessun piccolo Gradgrind aveva mai imparato la sciocca canzoncina ‘Stella, stellina, la notte s’avvicina’, ma anzi, a cinque anni, ciascun piccolo Gradgrind aveva cominciato ad esaminare l’Orsa maggiore, come un piccolo professor Owen, ed aveva guidato il Grande Carro con la perizia di un macchinista ferroviario”. 
Naturalmente questa sicumerica bolla è destinata a scoppiare a contatto con altre dimensioni: come quella del lavoro in fabbrica, con gli operai che finito il massacrante turno si rilassano concedendosi letture amene e non approfondendo problemi matematici; o come quella circense, con gli artisti che si educano attraverso una disciplina ferrea ma non punitiva. Sono tanti gli ambienti, sia antipatici che simpatici, descritti da Dickens, che in qualità di voce narrante non manca di esprimersi, com’è ovvio, a favore della fantasia.
Una fantasia ed una simpatia che la filosofa statunitense ritiene indispensabili nella formazione giuridica, formazione da coltivare non in una comoda torre d’avorio ma in spazi assai più ampi, dove l’immaginazione letteraria, e segnatamente quella del romanzo – “la forma narrativa più importante della nostra cultura per la sua capacità di esprimere una posizione morale e al tempo stesso far presa sulla gente comune” –, un’immaginazione viva e reale, dunque, giunga a bilanciare l’astrattismo indispensabile ma inevitabilmente asettico delle norme.
Le emozioni, quindi, come parte fondante della vita civile, emozioni nella cui sacca poetica dovrebbe essere custodito il corredo legale di ogni giurista che intenda comprendere l’uomo nella sua interezza, e per difenderlo e per accusarlo e per esprimere un giudizio. Ed è ad un uomo di legge, capace di recepire e rendere in aforisma la lezione d’un filosofo, che la Nussbaum, nella prefazione, lascia l’ultima parola: “Il giudice Oliver Wendell Holmes scrisse una volta che lo studio di Aristotele può farci comprendere come ‘la vita [sia] dipingere un quadro, non fare una somma’ ”.

Nussbaum, Giustizia poetica, Mimesis 2012

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