Duemila. La tribù delle storie
Il Silenzio 2. Traduco, dunque sono
Ipotizzare, e poi magari individuare un territorio dove il Silenzio regni sovrano, indisturbato, autosufficiente, è indubbiamente un’ipotesi ardita. Non però se l’ipotesi è annidata nel cuore stesso della parola, nel divenire dell’esistenza, nella memoria di chi narra: “Vivere, esistere, forse raccontare. Tradurre vuol dire trascrivere i silenzi del vissuto e i suoi rumori, traslare le sue voci e forme in un piano che sfugge; perché vita e biografia sono un libro con testo a fronte, ma a separarle c’è un candido vuoto”.
Enrico Terrinoni, docente e traduttore, di Joyce in particolare, pone la traduzione al centro: al centro della letteratura come della vita. Che si inseguono e si giustappongono, si respingono e si imitano. La scrittura stessa, per lui, “è una specie del genere traduzione”, mentre la traduzione, e si rifà ad Umberto Eco, sarebbe una specie appartenente al ‘genere’ interpretazione, “…poiché se tradurre è quel che siamo, ciò accade perché cambiare continuamente, e dunque divenire altri e al contempo altro da noi stessi, è l’inesorabile destino della nostra natura umana condivisa”. Un destino che peraltro nasce nel territorio del silenzio, terreno germinante su cui fioriscono le architetture linguistiche, le più semplici e le più complesse, quelle tradizionali e quelle apertamente, spudoratamente sperimentali, capaci di torcere e avvolgere il linguaggio in ramificazioni che vogliono (debbono?) essere contorte, così da poter esprimere un altro suono, altri sensi, prospettive diverse in grado di cogliere, di tradurre la complessità di un reale in perpetuo movimento.
Traduzione, per rimanere in campo letterario, che diviene multipla e forse infinita quando avviene non solo tra lingue differenti, ma tra gerghi e dialetti contenuti e variati già nella versione originale. Massimo esempio novecentesco l’Ulisse di Joyce, laddove l’autore si pone come demiurgo nascosto ma proteiforme di una moltitudine di individui, ciascuno calcificato nel proprio dire, ciascuno riprodotto nella propria irriducibile espressività, nonché prigioniero di una trama, di una tessitura modellata su un mito primigenio, l’omerica Odissea, mito ripercorso e spalmato nella contemporaneità, la più dotta come la più umile; quest’unica giornata dublinese, dove quasi nulla accade ma tutto assume un importanza enorme, viene poi sminuzzata linguisticamente inventando parole nuove, suoni puramente grammaticali, accelerazioni e pause di senso, pervasiva o assoluta mancanza di punteggiatura. E siamo ancora nell’ambito della scrittura originale. Poi viene la traduzione vera e propria, con il compito di ricreare nella propria lingua quel babelico insieme, tuttavia strutturato e sorretto da una ferrea logica – nel caso di Joyce una logica ‘d’autore’ quant’altre mai – che necessita ora per germogliare nuovamente, per sperare di essere almeno in parte trasmessa e recepita, di un’altra logica, quella del traduttore/autore, maturata sotto altri climi, piegata giocoforza ad altre esigenze. Ed infine, anello ultimo della catena, ecco finalmente comparire il lettore, anzi: i lettori. Sono loro non solo i destinatari finali ma anche i traduttori ultimi dell’opera, coi propri sensi, col proprio livello culturale, con la propria anima.
Confessa Terrinoni: “Ero alle prese con la traduzione italiana di Ullysses, e momenti di sconforto, causati da quella che oggi so essere l’illusione dell’intraducibilità, mi capitavano non di rado”. Ed è lì, nella caduta verticale della creatività, nel vuoto beffardo, “costretto per mesi a fissare l’horror vacui della pagina non tradotta”, che il silenzio s’annida. In attesa dell’ispirazione, della parola giusta capace di contenere quella parte di senso e doppio senso che connota quasi ad ogni riga l’opera di Joyce, il traduttore vaga in una terra di nessuno dove tutto è possibile ma nulla si offre da sé. E per uscirne, per venirne fuori, di là dal consumato mestiere, deve far appello a qualcos’altro: alla propria umana, singolare, unica esperienza. Perché “Vivere è tradurre; e lo è anche morire. Oltre abita il silenzio; ma è un silenzio fatto di parole. E sono parole che paiono piume”.
Enrico Terrinoni, Oltre abita il silenzio, il Saggiatore 2019

La caduta della creatività, il vuoto, l’attesa…l’arresto della propria attività è il varco per accedere ad una dimensione “altra”, dove il silenzio è una voce sottile, che canta una melodia immortale.
Grazie!