Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Silenzio. 3

Duemila. La tribù delle storie

Il Silenzio 3.   Quel tasto invisibile, muto

 

   Quando la cura e la malattia coincidono. Quando per esprimersi non ci si accomoda nel territorio ufficiale della conoscenza, non si individua una nicchia prestigiosa da esplorare fino in fondo e da cui emettere argute sentenze; quando invece, rimanendo in bilico tra arte e vita, si sceglie di rappresentare il proprio Io, di confessare il proprio essere al mondo misurandosi di continuo con l’indicibile, senza pretendere vittorie definitive, ben sapendo che comunque, sfrontato o di soppiatto, lentissimo o fulmineo, “fra poco arriverà il silenzio”. 

   Ne è consapevole, lo evoca, lo sottintende, lo decanta Adam Zagajewski, poeta e saggista polacco. Il suo percorso, fra secondo Novecento e Duemila, raccolto in antologia a cura di Marco Bruno, si dipana al riparo di un’insegna emblematica, Guarire dal silenzio, che è tanto giusta quanto ingannevolmente terapeutica. Giusta perché segnala e racchiude una sensazione, un sentimento, un’idea su cui il poeta ritorna e ricama, con sobrio puntiglio, lungo tutto l’arco della sua produzione; ingannevole – o forse ironica – perché dichiara una guarigione in realtà impossibile, come del resto testimoniano i versi. Che senza ermetismi, anzi con estrema ‘chiarità’, si espongono, ci coinvolgono: “Sappiamo cos’è l’arte, conosciamo bene il sentimento / di felicità che ci offre, a volte arduo, amaro, dolceamaro, / e a volte solo dolce, come una leccornia turca. Apprezziamo l’arte / perché vorremmo sapere cos’è la nostra vita”. Limpido, diretto, Zagajewski prosegue rievocando varie estasi: davanti ad un quadro, leggendo un libro, osservando le nuvole, ascoltando una suite di Bach. “Eppure non capiamo perché a volte / al concerto ci avvolge l’indifferenza. Non capiamo / perché alcuni libri sembrano offrirci perdono, remissione / mentre altri non nascondono la rabbia”. E si chiede che rapporto ci sia, se c’è, tra l’arte e l’orrore, “perché l’arte taccia, quando accade l’orrore”. E conclude, rovesciando l’inizio: “Non sappiamo cos’è l’arte”. 

   Un ragionamento, in poesia, non ha il dovere di essere coerente. Ma questo lo è, malgrado la netta divergenza tra inizio e fine. Lo è perché entrambe le affermazioni sono vere: noi sappiamo e non sappiamo cos’è l’arte. E ci giriamo attorno, né potremmo fare altro, gustando deprecando restituendo quella sensazione, quel sentimento, quell’idea raffigurata nell’insegna emblematica. I poeti stessi “A lungo tacciono, e poi cantano e cantano, / finché non scoppia la gola”; quando la maratona di Chicago si conclude e gli eroi per un giorno, felici, si dileguano, “Il mondo nuovamente tace”; la musica ascoltata assieme, quel trasporto irresistibile che entra nel sangue, ti spinge anche a ringraziare qualcuno “prima che sia troppo tardi / e che il silenzio sia troppo”; i poeti, ancora loro, sono fotografati in ogni posa, casuale o studiata, in ogni atteggiamento che possa apparire minimamente significativo, eppure “mai nell’oscurità / mai nel tacere”. 

   Difficile guarire quando è la malattia che ti tiene in vita. Quando ciò che metti su carta, ogni volta andando a capo, la musica che è tua, solo tua, che t’appartiene e che non puoi non offrire, batte e ribatte su quel tasto invisibile, muto. Non basta allora rivolgersi direttamente a Nietzsche, “Illustrissimo signor Friedrich: / mi sembra di vederla, sì, / sulla terrazza del sanatorio, all’alba, / quando cala la nebbia e il canto fa esplodere / le gole degli uccelli”, non basta interrogare le cose sondando la loro umanità, tentando un’identificazione impossibile: “Avete mai amato? Siete mai state vicino alla morte, / di notte, quando il vento apre le finestre e penetra / nel cuore fattosi freddo? Avete mai capito, vissuto / la vecchiaia, il tempo, l’effimero? E il lutto?”. Non basta; ma occorre farlo. Circuire il Silenzio diviene allora la medicina adatta, il balsamo ambiguo che rinnova il dolore, la gioia, ed illumina la ricerca, per un attimo almeno, l’attimo necessario ad esprimere quel qualcosa che ti porti dentro, che intuisci, che devi comunicare ad ogni costo. Dopotutto, “Se non si tacesse non ci sarebbe la musica”. 

Adam Zagajewski, Guarire dal silenzio, Mondadori 2020

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Un pensiero su “Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. Il Silenzio. 3

  1. S&R

    C’è un silenzio che va curato -il diavolo è muto, diceva qualcuno- e un silenzio che cura: “Esiste un senso che resta nascosto nella quotidianità, ma diventa accessibile negli istanti di maggiore concentrazione, negli attimi in cui la coscienza ama il mondo”, scriveva lo stesso Zagajewski.

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