Il re travestito, di Claudio Magris

di Antonio Sparzani

Sopron, Ungheria occidentale, città vecchia


Nel 1986 Claudio Magris pubblica, con Garzanti, Danubio, la cronaca di un suo viaggio con amici, lungo e articolato lungo il grande fiume, dalle sue sorgenti (un po’ misteriose) alla foce nel Mar Nero. Forse molti l’avranno letto, io l’avevo letto a pezzi e ora lo sto rileggendo con più calma e ne apprezzo assai di più tutti i multiformi contenuti, che toccano tutta la letteratura mitteleuropea, fatta di nomi assai noti e di altri assai meno noti, ancorché, a dire di Magris, molto validi.
Il libro è organizzato in nove grosse sezioni, ognuna delle quali suddivisa in più o meno brevi capitoletti. Non voglio recensire il libro, che sarà appunto ormai assai noto, e che rivela una conoscenza vera della cultura, della storia e delle letteratura della Mitteleuropa del tutto eccezionali. Voglio semplicemente copiare qui per voi uno di questi brevi capitoletti (una pagina e mezza a stampa) che mi ha colpito particolarmente e che mi pare adatto a un blog come il nostro glorioso LPELS. Siamo nella sezione Pannonia, che significa poi Ungheria e la cittadina di Sopron, in cui si svolge la vicenda narrata, è vicinissima al confine con l’Austria e alla cittadina famosa austriaca di Eisenstadt. Sopron dista vari chilometri dal Danubio, ma poco importa. Ecco il testo:

Il re travestito

La malinconica e simmetrica dignità degli edifici absburgici
di Sopron fornisce una cornice di decoro e di stabilità a
quella lieve incertezza da autostoppisti in jeans. Al numero
11 di Templom Utca entro in un cortile, oltre il cancello che
reca una corona di ferro, e salgo qualche rampa di scale.

C’è poca luce e i passamani sono rugginosi, ma nell’ombra, ad
ogni piano, ci sono delle statue, maestose e banali, con quel
mistero che avvolge l’arte più convenzionalmente mimetica
e realistica, quella che crea figure assomiglianti alla scialba
ovvietà delle persone che si mettono in pose ufficiali. Gli
arabeschi dell’Alhambra o i Prigioni di Michelangelo stanno
nella loro eternità, mentre le malinconiche e imponenti statue
di queste scale, insignificanti come noi, invecchiano come
noi, arrugginiscono in questo semibuio fra la comprensibile
incuria generale; esibiscono inutilità e solitudine, l’incomprensibilità
della vecchiaia.
La città è poco appariscente, ma solida e impenetrabile,
come nascondesse qualcosa dietro il suo decoro un po’ sbriciolato.
Vicino al museo Liszt, da una finestra a pianoterra,
si sporge un uomo in camicia da notte. È giovane, con i capelli
neri, lisci e unti, un viso zingaresco storpiato da un’espressione
vuota e gentile. È gravemente minorato, il corpo
tende a cascare come un sacco vuoto e il suo torpore si scuote
solo per una convulsione ripetuta. Quando gli passiamo
davanti, si sporge dalla finestra e farfuglia, con fatica, qualche
suono strascicato, parole o mozziconi di parole ungheresi.
Gigi si ferma, lo ascolta, tenta di capirlo e di rispondergli
a gesti, arrabbiandosi con se stesso perché non ci riesce e
prendendo per le corna il creatore dell’opinabile universo.
Se avessimo capito ciò che quello sconosciuto voleva dirci,
forse avremmo capito tutto. Certo non si può attribuire a
quel giovane smunto, incapace di trattenere la saliva, un
proposito chiaro e deliberato, ma nello scatto che lo ha mosso
verso di noi c’era, nei modi e nelle forme proprie alla sua
persona e alle sue possibilità, l’urgenza di dire qualcosa e
dunque qualcosa da dire, in quel momento, a noi.
Della pietra rifiutata dagli uomini, sta scritto, ho fatto la
pietra angolare della mia casa. Forse lo sconosciuto che abbiamo
lasciato nel suo sudiciume era la pietra regale, il re
travestito da mendicante, il principe prigioniero. Ma forse è
lui il nostro liberatore, perché basterebbe riconoscerlo fratello
per liberarci della nostra paura, dei nostri isterici ribrezzi,
della nostra impotenza. Può darsi ch’egli sia uno dei trentasei
giusti, sconosciuti al mondo e ignari d’esser tali, grazie ai
quali, secondo la leggenda ebraica, il mondo continua a esistere.
Le finzioni della civiltà danubiana, le sue ironiche dissimulazioni,
aiutano a eludere l’intollerabile scandalo del dolore,
a tirare avanti. Bisogna esser loro grati, anche se questo
è il loro limite. Per fermarsi davanti a quella finestra con l’espressione
che c’era nel volto di Gigi, bisogna aver ascoltato
altre voci, altre grida. Musil non avrebbe mai potuto scrivere
il Vangelo, Dostoevskij lo ha quasi scritto. Da questa
mattina a Sopron l’imperatore kafkiano, col suo messaggio
che non arriva ma è per strada, sarà quel giovane olivastro.

Queste parole così incisive di Magris, mi hanno toccato e mi hannno fatto vergognare della mia superbia, della mia supposta cultura, di tanti miei atteggiamenti.
E tutti i mendicanti (sempre più numerosi) che incontro per strada ogni giorno? Eh?

2 pensieri su “Il re travestito, di Claudio Magris

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