«Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove»
« In quel tempo, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».[Mc 4,35-41]
« …se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» [2Cor 5,17]
Fino a quando si resta in prossimità della riva, non si corrono grandi rischi. Tutto è garantito dalla vicinanza della terraferma, su cui è facile poggiare i piedi e sentirsi al sicuro. I problemi nascono quando si passa “all’altra riva”.
Alla fine del giorno, verso sera, quando le forze scarseggiano per la fatica quotidiana, passare all’altra riva può non essere un’impresa facile.
Ma è necessario passare all’altra riva, per aprire orizzonti nuovi, per incontrare realtà nuove, per non togliere nulla a chi è lontano, dall’altra parte del noto e del familiare.
È qui che si rischia la tempesta ed è qui che si rischia di affogare.
Il vento leggero e piacevole di Tiberiade può trasformasi in un vortice che trascina con sé aria e acqua e tutto ciò che tra aria e acqua annaspa. L’accoglienza della barca sembra non esser più sufficiente a garantire la sicurezza. L’acqua non sta più al suo posto, sta entrando dove non dovrebbe entrare. Chi è con Cristo non è garantito dalle strutture. Chiamati sempre ad andare all’altra riva, non sempre la barca garantisce la traversata.
«Non t’importa che moriamo?» La difesa di sé sembra essere l’unica preoccupazione. La ricerca di garanzie fa perdere di vista il verso dove. L’altra riva può aspettare: adesso devo difendermi, devo sapere a che cosa posso aggrapparmi. Si cerca un mezzo sicuro, una struttura capace di difendermi e di garantirmi la traversata, ma non si considera ciò che più conta: la traversata è stata richiesta da qualcuno ed è questo qualcuno che adesso deve fare qualcosa.
È quando tutto vacilla, quando tutto sembra perduto che intervengono i fattori portanti della nostra esistenza: le relazioni. Non è la barca che può darci sicurezza, è solo la relazione con Cristo che può portarci all’altra riva. In fondo, i discepoli non chiedono nulla a Gesù; non vogliono miracoli: neanche li immaginano possibili. Non sanno neanche perché lo svegliano; forse vogliono soltanto che lui condivida la loro sorte come essi hanno condiviso la sua richiesta di passare all’altra riva.
Se il mare è morte, lo svegliarsi di Gesù è resurrezione (in greco si usa lo stesso verbo usato per la resurrezione).
Non è la barca che salva, ma la relazione con lui. Non è l’affidarsi all’assicurazione delle nostre garanzie che ci garantisce la traversata del mare, ma l’affidarsi all’Altro che ci invita a passare all’altra riva. Affidarsi non è rinuncia alla comprensione, è rinuncia alla codardia che ci inchioda sulla riva nota e rassicurante. Il rimprovero di Gesù non è per la paura. Il termine greco (deilòs) indica piuttosto la mancanza di coraggio. Ciò che viene contrapposto alla fede non è la paura, ma la mancanza di coraggio. L’affidarsi rende capaci di attraversare la tempesta. La fede ci associa alla resurrezione. Ciò che prima era impossibile, adesso va visto con occhi nuovi, che fanno vedere anche quello che non era immediatamente visibile. Da qui, non scaturisce una certezza, ma una domanda: Chi è costui?
Non è la domanda della gente che assiste al miracolo: Che cosa è mai questo? Ma Chi è costui? L’attenzione si sposta dal fatto sensazionale alla relazione fra persone. Non solo con l’Altro ma anche con gli altri, perché la domanda è reciproca: «si chiedevano l’un l’altro». La ricerca non è frutto di titaniche imprese individuali o eroiche prese di posizione, ma di un domandarsi reciproco, che fa la comunità, sempre in ricerca, mai del tutto compiuta. È questo il vero miracolo: novità di comprensione nella relazione con Gesù, l’Altro, così vicino e pure così lontano.
«Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove»
Chi crede non è chi riesce a darsi delle regole e fondare la propria esistenza su queste. Il credente è colui che, accogliendo l’invito a “passare all’altra riva”, lascia che il proprio vivere non sia più per se stesso ma per colui che è morto e resuscitato.
Il credente, cioè, non è colui che sa e che conosce (fondando la sua vita sulla sicurezza delle cose note e depositate in forzieri sicuri) ma è colui che continuamente, vacillando sulle onde, si chiede e chiede: Chi è costui? «La fede non è sapere, ma è una relazione in cui il desiderio di conoscere l’Altro è attratto sempre più lontano» (Atelier Evangile, Bruxelles)
