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Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Con la Legge oltre la Legge

 

«In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.» [Mc 12,28-34] Continua a leggere

Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

«Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove»

 

« In quel tempo, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».[Mc 4,35-41]

« …se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove»  [2Cor 5,17]

Fino a quando si resta in prossimità della riva, non si corrono grandi rischi. Tutto è garantito dalla vicinanza della terraferma, su cui è facile poggiare i piedi e sentirsi al sicuro. I problemi nascono quando si passa “all’altra riva”. Continua a leggere

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La pelle, il confine

[Mc  1,40-45]


?La tradizione rabbinica ha sempre considerato attentamente il simbolismo legato ai fenomeni osservabili in natura e, in particolar modo, nel corpo umano. Così, la malattia è sempre vista, non tanto come fenomeno scientificamente studiabile, ma soprattutto per l’alto valore simbolico attribuitole. In questo contesto religioso-culturale, la pelle ha assunto un forte significato legato alla sua funzione (per quanto si potesse cogliere) nel corpo umano.

È un confine, la pelle, fra dentro e fuori, fra sé e tutto il resto. Dunque, una malattia della pelle era vista innazitutto come alterazione di questo confine. Alterando il confine, si altera tutto il rapporto fra le parti segnate dal confine stesso. Si instaura una relazione fra le parti separate dal confine non più rispettosa delle alterità ma, appunto, alterata, confusa, in una parola, impura. Questo concetto (purità/impurità) è legato non alla natura o alla derivazione morale della malattia, ma alla confusione generata dal “non essere al proprio posto” proprio di ciò che avrebbe dovuto segnare un confine, una separazione che poteva permettere una relazione fra diversità. Continua a leggere

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Eccomi [1Sam3, 3-10]

“Eccomi”, è la risposta di Samuele.
Ecco-mi. È il modo di situarsi. Sono qui.
Nella Scrittura, sempre il situarsi è risposta ad una interpellanza. È a partire da questa che si rende possibile la risposta. Eccomi. Sono qui. E il qui è lo spazio fra domanda e risposta, fra un chi che chiama e un chi che risponde. In questo spazio trova consistenza l’Io del chiamato. Eccomi non è solo un proclama di disponibilità, è una affermazione di sé come essere in relazione. Eccomi vuol dire che Io sono Io a partire dalla mia risposta a qualcuno che chiama e chiama me. Questa relazione determina non solo i due soggetti ( il chiamante e il chiamato) ma anche la concretezza dello spazio fisico in cui collocarsi. Eccomi è la rilevazione che Io sono Io e che Io sono qui. Sentirsi chiamare è sempre un sentirsi nominare. Chi chiama chiama per nome. È a me che si rivolge. Proprio a me. Adamo nel giardino dell’Eden, Samuele nel buio della notte, Maria Maddalena nel giardino della nuova creazione, Simone a cui addirittura viene dato un nome nuovo. La mia vita si rivela in obbedienza ad una interpellanza. L’altro è il principio di realtà a partire dal quale esisto.
Da qui, l’autenticità della vita di ognuno risiede nella capacità di ascolto della parola dell’ altro. E non sarà parola vana, non sarà chiacchiera portata dal vento, sarà, invece, concretezza di fecondità tutta racchiusa in quell’ Eccomi che può cambiare la mia storia

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IV  d’Avvento Anno B

(2Sam 7,1-5.8b-12.14a.16; Rm 16,25-27; Lc1,26-38)

Dal deserto, una parola trova compimento. Dalla voce soffiata, urlata, al Logos, parola che si va compiendo, al “rema”, parola accaduta. “Accada di me secondo la tua parola accaduta”.

Quello Spirito che ha sovvertito l’architettura del deserto scompigliandone la sabbia e le rocce, che ci costituisce annunciatori di deserti fioriti, ora compie, e si compie compiendo, la sua parola.

Luca, nel passo del vangelo di oggi, usa sia il termine “logos” sia il termine “rema”. All’inizio del dialogo fra l’angelo e Maria, usa “logos”, poi, alla fine, usa “rema”.

La promessa si va compiendo. Continua a leggere

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Qual è il mio peso?

[Mt 25,31-46]

?Il grande affresco raccontato da Matteo parte da un termine: gloria.

In ebraico, gloria è kabod e kabod si può tradurre con peso.

Dunque siamo nel tempo in cui il peso si manifesta. È il tempo in cui viene presa in considerazione la consistenza, ciò che conta di ognuno, della realtà.

Subito appare chiaro che ciò che conta è il fare o il non fare.

Ciò che avete fatto..” e “ciò che non avete fatto…”

Questo è il peso che viene dato ad ognuno. Non conta come ci si è comportati verso Dio o verso il culto, conta solo ciò che abbiamo fatto o non fatto verso uno dei più piccoli.

Non si tratta di compiere una certa azione in se stessa, quanto piuttosto di vedere l’altro come termine del nostro agire o come mezzo per ottenere una ricompensa. Prova ne è la meraviglia con cui i due gruppi rispondono: “Quando ti abbiamo visto?” Chi non ha esitato ad avvicinarsi al povero, al nudo, al carcerato, non aveva la consapevolezza di avvicinarsi al re. Semplicemente ha visto qualcuno che aveva bisogno di lui o di lei in quel momento. L’altro era visto come fine del proprio agire, non si chiedeva nessun ritorno per questo.

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La lampada e l’olio

XXXII domenica

[Mt 25,1-13]

A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo.

Nel cuore della notte, quando il sonno incombe e tutto sembra sospeso, un grido squarcia il buio. È il momento atteso, il termine di ogni desiderio, il compimento della speranza. È per questo incontro che abbiamo speso ogni grammo delle nostre forze e adesso, rischiamo di non essere pronti perché non abbiamo olio a sufficienza per la nostra lampada?

Che cos’è questa lampada che ci ritroviamo fra le mani? E che cos’è l’olio che ci manca?

La lampada serve a fare luce, a illuminare una stanza, una via lungo il cammino. Qual è la lampada che illumina il nostro buio? Continua a leggere

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Tutti fratelli

[Mt 23,1-12]

 

“ La legge è preceduta da Tu sei amato e seguita da un Tu amerai.

Tu sei amato: fondamento della Legge.

Tu amerai: il suo superamento.

Chi astrae la Legge da tale fondamento e da tale fine amerà il contrario della vita, fondando la vita sulla Legge invece che la Legge sulla vita ricevuta” (P. Beauchamp)

In altri termini, al di fuori di una logica di amore, tutto, anche la Legge, diventa Idolo. Diventa, cioè, manipolazione, seduzione schiavizzante, illusione di giustizia, alienazione.
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Festa di Tutti i Santi 

Che cosa resta? Che resta dopo che ogni cosa sia passata? Che resta delle nostre vite? Gli affetti, le conquiste, i fallimenti?

 Ho sentito spesso, in questi giorni, parlare di crollo delle certezze. L’esperienza della guerra porta subito a questa sensazione di non avere più certezze. È un’esperienza destabilizzante. È uno spiazzamento. Più ci affanniamo ad abbarbicarci a scogli sicuri, più la presa diventa viscida e incerta. Più cerchiamo porti riparati, più la forza delle onde è invadente e distruttiva. Continua a leggere

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L’Immagine

[Is. 45,1.4-6; Mt. 22 15-21]

 E’ tutta in un verbo, la possibilità interpretativa di questo passo del vangelo di Matteo.

Il verbo di cui parliamo è apodìdomi (rendere, restituire) del verso 21.

Non si tratta di pagare o, anche semplicemente, di dare qualcosa a qualcuno. Si tratta di restituire. Si restituisce ciò che non è di proprietà di chi dispone di un bene, ma che appartiene ad un altro, il legittimo proprietario, a cui il bene va restituito. Continua a leggere

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