Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


L’Immagine

[Is. 45,1.4-6; Mt. 22 15-21]

 E’ tutta in un verbo, la possibilità interpretativa di questo passo del vangelo di Matteo.

Il verbo di cui parliamo è apodìdomi (rendere, restituire) del verso 21.

Non si tratta di pagare o, anche semplicemente, di dare qualcosa a qualcuno. Si tratta di restituire. Si restituisce ciò che non è di proprietà di chi dispone di un bene, ma che appartiene ad un altro, il legittimo proprietario, a cui il bene va restituito.

“Di chi è l’immagine impressa?”

Ed ecco stabilito il legittimo proprietario. Dunque, “restituite a Cesare ciò che è di Cesare”.

La questione potrebbe essere chiusa qui. Per stabilire se sia lecito o meno pagare le tasse a Roma,  non è necessario un approccio politico, ma basta ristabilire le appartenenze. Il denaro e il potere ad esso connesso appartengono a Cesare, che ha impresso la propria immagine sulla moneta, quale sigillo di proprietà. Non tutti hanno il diritto di conio, solo il potere politico ce l’ha. Dunque, si renda a questo potere il suo tributo.

Non è sufficiente, però, stabilire delle orbite di influenza o ripartire il potere per garantire l’autenticità delle nostre azioni. Lalibera Chiesa in libero Stato” di Montalembert e di Cavour non trova posto in questa discussione. Quasi che si possano stabilire i confini di potenza di Cesare e di Dio. Questo ragionamento appartiene a chi fa di Dio un oggetto politico (quindi di potere) di cui servirsi per fini altri che non la relazione con lui.

Nel portare l’attenzione sull’immagine impressa, risiede lo spostamento di orizzonte, conoscitivo e relazionale, che vuole operare Gesù. Che cosa, propriamente, si deve rendere a Dio? Nel racconto evangelico non è detto. Mentre è chiaro ciò che si deve rendere a Cesare, non è immediatamente evidente ciò che si deve rendere a Dio.

“A sua immagine lo creò”.  Non è possibile non avvertire prepotente l’eco di Genesi 1, 26-27. Nella creazione, è costitutiva la relazione, fra le creature e fra queste e il creatore. Questa è l’area di pertinenza di Dio. L’essere umano, inteso come essere relazionale (“uomo e donna li creò”) appartiene ad una dimensione altra che non il denaro o il potere (di cui il denaro è segno e strumento). “Io ti ho chiamato per nome” dice Dio in Isaia. Ho stabilito, cioè, una relazione con te dandoti una identità che sarà sempre dono e mai possesso, relazione sempre aperta, mai escludente.  Non si può spartire ciò che appartiene a Cesare e ciò che appartiene a Dio, come se si dovesse compiere un’operazione di distinzione e di rispetto delle aree di competenza altrui. Così come non si può confondere la rivendicazione di appartenenza a Dio come un atto semplicemente alternativo a qualunque altra appartenenza, come se tutto fosse sullo stesso piano.  Quella immagine che ci portiamo impressa è un sigillo di appartenenza che stabilisce una finalità oltre che un’origine. (“Ci hai fatti per Te” di s. Agostino). Il denaro è puro strumento, mai potrà assurgere al ruolo di fine, pena la inautenticazione e l’alienazione di tutta la vicenda umana.

Confondere il fine con il mezzo è come confondere il sole con una lucerna. Pretendere che quest’ultima possa fare luce in pieno giorno è pura follia, alienazione o divertimento.

Dare a Dio ciò che è di Dio è restare fedele all’immagine che il creatore aveva di te nel crearti. (Abba Evagrio Pontico IV sec.).

E qui è tutta la nostra rivoluzione. E la nostra pace.

10

Un pensiero su “Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

  1. Giuliana Rocchi

    L effige sulla moneta e l’altra immagine: Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, un parallelo che crea distanza infinita: possesso e proprietà l’una, relazione , desiderio di cojnvolgimento di amore e misericordia l’altra. Tutto qui ….ma incredibilmente nasce il desiderio di lode

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *