La parola ai poeti. Eugenio Griffoni

“L’opinione comune che fugge l’ignoto / e non conosce di quanto si possa sopravanzare la profondità della luce / attraverso la disciplina del buio.”

Versi di Franco Ferrara, questi, che tuonano dai fondali del sogno. Un sogno (il mio) che attende assopito nell’incavo dell’ombra dove soffiano le grave, e la goccia, precipitando, rende forma all’ignoto riempiendone di vita l’implacabile silenzio.

E’ l’incontro con questo autore, per cui ringrazio il lavoro editoriale di Argolibri, a fecondare il mio presente di piccolo poeta alla ricerca di una verità ancora perlopiù ignota: ricerca a tratti spasmodica, strizzata nel sudore di corde nell’abisso, e a tratti nembosa, sperduta nell’olezzo di luoghi comuni, che ancora fa a pugni con un ego che mai davvero muore.

Credo che sulla superficie molto oramai, se non tutto, sia stato detto e ad essere sincero fatico a collocarmi nel baccanale di voci presente. Così mi sono rintanato ancora una volta nelle Terre della Notte (quanto avrei voluto chiaccherare con te, Giovanni Badino!) a seguire il richiamo fascinoso ed intraducibile della grotta.

I versi di Ferrara, che sopra cito, sono stati per me folgoranti, una pioggia di meteore scagliata nel mio presente per scuotermi dal torpore, una scintillante cometa da seguire per nuove rotte. Perché si, come Ferrara, son anche io Esploratore, non di deserti, ma del mondo ipogeo, il sottosuolo inconosciuto dove si riversano le acque del mondo e fermentano ancora i primissimi miracoli, un mondo alieno e oltretempo, un luogo nei sotterranei del sogno.

L’incontro fra simili è l’innesco di grandi imprese, penso (dando un tocco di mito al viaggio), specialmente se accade in un tempo di silenzio maggese.

Riallacciandomi a Matteo Galluzzo (molto piacere, non ci conosciamo) che recentemente, su questo blog, ci ricordava come il poeta è chi sosta su molteplici soglie, uno sciamano posto fra questo mondo e l’altro, pongo la mia esperienza speleologica come innovativo terreno di esplorazione poetica, una soglia tesa oltre il percepibile fino alla dimenticanza dello stesso, fino alla trascendenza:

“E’ l’innesco a mancare.
Primordio celato – come all’ingresso in cattedrale
vagano pupille sui riflessi del rosone.

Ma non ci sarà alcun Sole.

Ad accendere l’abside
il fascio di una torcia – io l’incensiere,
e la preghiera – si farà goccia.”

Porte del Paradiso è una mia poesia tratta da Fernweh, edito nel 2023 da Italic Pequod, che vuole porre le basi di questa ricerca. C’è un origine impenetrabile (appena percepibile nei riflessi del rosone) dietro l’estasi infinita di ogni presenza, e non v’è alcun Dio, o costrutto, o feticcio divino ad abbagliare – fino allo sfinimento – i sensi del poeta, perché nel sottosuolo ha con se solamente l’essenza, la fiamma del suo spirito, per accendere il buio e dare nuova vita – sacralità – all’abside vuoto (come un trono) dell’ignoto. Laggiù, nell’estatico isolamento di condizioni primigenie, dove tutto è ridotto all’essenziale, ai primordi, abbandonato l’antropomorfo ed abbracciata una nuova dimensione, il dilavamento di una semplice goccia (costruendo così tesori impensabili, fuori geometria) si tramuta in preghiera. Ed è quella preghiera che io cerco di afferrare e quella la goccia che tento di stillare dal silenzio dell’anima.

La soglia che abito sembra quindi essere fuori misura: è questa la libertà a cui agogna il mio spirito? E che cos’è la poesia se non uno slancio dello spirito? Un fascio di luce che rivela l’oscurità? Quindi la preghiera non è altro che il canto che abita il silenzio posto fra noi e dio.

Fernweh, lavoro di cui sono particolarmente felice, è il preludio di suddette intuizioni, lo scuotimento sanguigno che precede l’eremitaggio. Nella poesia Silentium concludo con questi versi:

“Io sono
chi naviga la zona d’ombra
e l’interstizio fra i mondi,
l’ambasciatore dell’orlo,
il sognatore sulla porta,
colui che ha visto la fessura
          la fessura si
          la fessura io l’ho vista
la fessura da cui sgorga la luce.”

Temevo di aver perso la rotta per quei confini dove ancora, con i sogni, è possibile modellare il presente nella disperata ricerca di una o molte, moltissime risposte. Franco Ferrara, con la sua ineguagliabile sensibilità e l’occhio arguto dell’esploratore, mi ha ricordato la via, riconducendomi in quell’ombra (così ricca di vita!) dove i miei versi possono acquisire, finalmente, un suono:

“Plumbeo lo sguardo
si srotola di vigna
in vigna, intrecciate – le viti
scendono adagio nel grano:
ti ricopre il sonno dei padri.
Svariopinti filamenti
diramano, un residuo di luce
a capofitto nel fosso:
                     ti cerca.

Tu nascondi il respiro. Hai la mano
sul muro antico del casolare
e preghi (?). L’indice
ti spalanca traiettorie
lungo il confine del visibile,
lasci annegare le montagne,
sospiri una parola.

È la lacrima che ricami
la genesi dell’orizzonte.”

Eugenio Griffoni, sviluppatore informatico, gemelli, classe 1992, tiene alto l’umore vivendo la montagna e tutto ciò che di vago e sperduto la Terra possa offrirgli. È uno speleologo e sogna gli abissi nascosti sotto all’Appennino che guarda dalla finestra. A 25 anni si trasferisce a Cesena dove conosce il mondo del Poetry Slam, partecipa nel collettivo VoceVersa e in vari tornei italiani. Nel 2020, tornato in Ancona, sua città, comincia ad organizzare spettacoli di poesia orale e performativa nel centro sociale Casa delle Culture Ancona. Nel dicembre dello stesso anno autoproduce la sua prima raccolta di poesie, «Fuori dalla tana». Inediti e altre parole compaiono su «Poesia del nostro tempo», «Crunched», «L’Altrove», «Atelier», «Inverso», «Inutile», «La Rivisteria», «ParolaPoesia», «Carte sensibili». Nel 2022 alcune poesie presenti in questa raccolta hanno vinto il primo premio sezione poesia inedita del Concorso Sinestetica, Pagine Marchigiane (Associazione Versante), Dittico Poetico per il concorso Arte in Versi (Euterpe) e menzione al merito nel premio Paesaggio Interiore (Euterpe). Ad Aprile 2023 pubblica la sua seconda raccolta di poesie con la casa editrice Italic Pequod dal titolo «Fernweh», collana Rive. Ora l’autore vive a Jesi ed è piuttosto felice.

Un pensiero su “La parola ai poeti. Eugenio Griffoni

  1. S&R

    Ed è quella preghiera che io cerco di afferrare e quella la goccia che tento di stillare dal silenzio dell’anima

    E la bellezza di questi diafani versi riesce perfettamente in questo intento.

    Rispondi

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