La parola ai poeti. Luca Bresciani

Scrivo in versi da venti anni e ho pubblicato sei libri di poesia, troppi. In Italia si produce un numero spropositato di libri perché quasi nessuno confessa, per profitto o ipocrisia, che quello che scrivi non vale assolutamente niente. Per molti anni ho utilizzato la poesia come esercizio intellettuale per dare voce alle mie frustrazioni e per lungo tempo mi sono considerato un essere umano dotato di una sensibilità superiore, un uomo migliore degli altri. Finalmente rileggendo le mie opere, un giorno mi sono ritrovato ridicolo e inutile, soffocato da tutto quel personalismo e da quella visione claustrofobica che traeva nutrimento dalle mie misere vicende di giovane uomo arrabbiato con il mondo. Infatti in quel periodo ho incominciato a realizzare che la poesia non poteva limitarsi a un’analisi sterile delle proprie disgrazie ma che poteva e doveva diventare un luogo d’incontro dove svestire i propri egoismi alla ricerca di una giustizia che potesse risuonare in tutti gli esseri viventi. Così ho deciso di continuare a scrivere solo con l’impegno e l’obbligo di non usare più la parola io e ho avuto enormi difficoltà a portare a termine un testo perché da troppi anni cercavo la poesia non più lontano della distanza tra il mio corpo e la mia ombra. Chi davvero insegue una nuova strada con impegno e sincerità viene sempre accolto dalla provvidenza e in quel periodo di sperimentazione mi è giunto in lettura il libro “Sulla poesia” di Giorgio Caproni che è per me l’opera di riferimento a cui devo tutto il mio scrivere attuale.

“L’esercizio della poesia rimane puro narcisismo finché il poeta si ferma ai singoli fatti esterni della propria persona o biografia. Ma ogni narcisismo cessa non appena il poeta riesce a chiudersi e inabissarsi talmente in se stesso da scoprirvi e portare al giorno quei nodi di luce che non sono soltanto dell’io ma di tutta la tribù. Quei nodi di luce che tutti i membri della tribù possiedono ma che non tutti sanno di possedere o riescono a individuare.” 

Così in ogni testo che scrivo, tento oggi di raccogliere dalla profondità del vivere una verità universale capace di accomunare tutti, perché è questo l’unico potere che attribuisco alla poesia: condurre chi scrive e forse il lettore, nello slancio di pace dove l’io diventa noi.

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Se la polvere ci parlasse
di sé non racconterebbe niente
ma ci direbbe delle crepe e dei ragni
e dell’infelicità dei pavimenti.
Svelerebbe l’ambizione dell’armadio
di non vivere con un fianco cieco
e la pena del chiodo nel sostenere
ciò che gli è impedito di ammirare.
Infine ci chiarirebbe la morte
dopo l’appello delle sveglie
quando dalla tenda alla trapunta
un nugolo d’oro ci circonda.

(Testo tratto da Ogni giorno un cielo diverso, Ronzani Editore, 2022)

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Luca Bresciani (Pietrasanta, 1978) ha pubblicato le seguenti raccolte di versi: Lucertola (Edizioni del Leone, 2011), Modigliani (Lietocolle, 2015), L’elaborazione del tutto (Interno Poesia, 2017), Canzone del padre (Lietocolle, 2018), Linea di galleggiamento (Collana Gialla Lietocolle – Pordenonelegge, 2020) e Ogni giorno un cielo diverso (Ronzani Editore, 2022). È il direttore del lit-blog Poeti Oggi.

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Un pensiero su “La parola ai poeti. Luca Bresciani

  1. S&R

    Bellissimo ed emblematico questo percorso junghiano che va dalla maschera alla profondità del Sé, dove “l’io diventa noi”, e scopre che l’autoreferenzialità non porta né verità né felicità.

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