Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Con la Legge oltre la Legge

 

«In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.» [Mc 12,28-34]

 

Lo recitavano due volte al giorno, la mattina e la sera,  lo Shemà. “Ascolta”. Comincia così il primo precetto per Israele (Dt.6,2-6), che ogni buon israelita recitava due volte al giorno: “Ascolta, Israele”.

È il punto di partenza di ogni comprensione: “Ascolta”. Prima di tutto, fai spazio, poi lascia che questo sia riempito. Non c’è comprensione senza ascolto.

Sia lo scriba sia Gesù parlano lo stesso linguaggio, che è il linguaggio della Tradizione di Israele, ma Gesù sembra andare oltre.

La richiesta dello scriba non era tanto per redigere una graduatoria dei comandamenti, quanto piuttosto per dare valore all’essenziale. E la risposta segue questa logica. Gesù non cita uno dei dieci comandi ma quello che in Deuteronomio è l’essenza di tutta la Legge (Dt 6,2-6).

Si racconta che un pagano, volendo convertirsi all’ebraismo, si rivolse ai due Rabbini più saggi del tempo, Shammai e Hillel, chiedendo loro di recitare tutta la Torah su un piede solo. Rav Shammai lo scacciò. Rav Hillel, più anziano, rispose: «Non fare al tuo prossimo ciò che non vorresti fosse fatto a te: ecco tutta la Torah. Il resto è solo commento» (da Atelier Evangile Bruxelles).Per lo meno, si chiedeva di non fare agli altri quello che non si voleva fosse fatto a sé. È presente, comunque, nella Tradizione di Israele una associazione fra amore per Dio e amore per il prossimo. Già nel Levitico (19,18) si accostava all’amore per l’unico Signore, quello per chi ci è vicino.

Gesù, però, aggiunge qualcosa su come amare: la mente.

“Amerai Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutte le tue forze”. Nulla dell’essere umano è tenuto fuori. I sentimenti e le emozioni, il carattere, la razionalità e la fisicità.

Anche lo scriba, riprende, poi, lo stesso concetto. I termini usati, però sono differenti. Mentre Gesù parla di diànoia, lo scriba parla di sinèsis. Non è una sottigliezza linguistica. I due termini sono simili, ma non uguali. Il primo indica una intelligenza razionale che sappia indagare e astrarre; il secondo indica una intelligenza che sappia mettere insieme le conoscenze e comprendere. L’una e l’altra, insieme, ci pongono sulla strada verso il “Regno”.

Non basta il cuore e non basta l’anima. Ci si chiede di amare con intelligenza. E l’intelligenza deve imparare a cercare, ponendosi in ascolto e facendo domande. Non ci si limita a cercare una risposta che possa definitivamente mettere fine alla ricerca. L’amore non è un singolo atto, né un moto del cuore. Il verbo “amare”, infatti, è coniugato al futuro, cioè non è compiuto ma è continuativo; esprime una attitudine, un modo di essere, non un atto singolo o un insieme di atti. “Amerai” non è una risposta, ma un interrogativo, una realtà da indagare, su cui passare notti insonni, per cui avvertire tutta l’inquietudine che ci fa vivi. Non solo: il futuro esprime anche la non estinguibilità di questo amore. Non sarai mai soddisfatto del tuo amore, non lo sentirai mai compiuto, perché solo l’amore potrà rendere ragione dell’amore e l’amore è Dio, l’origine non immediatamente disponibile, che sempre si propone come oggetto mai raggiunto eppure sempre nel cuore e nell’anima di chi ama.

Che cos’è, dunque, l’amore per Dio?

«Dio è amore» dice s. Giovanni nella sua prima lettera. Come rispondere all’Amore se non con l’amore?

«Chi ama conosce Dio» aveva già affermato s. Giovanni. Ma poi, senza mezzi termini, conclude che chi dice di amare Dio che non vede e non ama il fratello che vede è un bugiardo e un mentitore.

Il secondo comando non viene dopo il primo, si pone sullo stesso piano che è la relazione con l’origine. Non c’è un prima (l’amore verso Dio) e un poi (l’amore verso gli altri); non c’è una teoria e una pratica. C’è piuttosto un’unica realtà che pone l’essere umano continuamente interrogante su se stesso in una dimensione relazionale, che, sola, può rappresentare l’ambito in cui cercare il senso di un’esistenza troppo grande per bastare a se stessa e troppo piccola per potersene saziare.

“Una parola ha detto Dio, due ne ho udite” (salmo 62): uno è l’amore, due le sue distinzioni che nulla tolgono all’unicità dello stesso amore.

“Con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua intelligenza, con tutta la tua forza”.

Non si dà uno standard applicabile sempre e comunque, per tutti, indistintamente. È il mio cuore, è la mia anima, è la mia intelligenza, è la mia forza ad essere messi in gioco. Ciò che conta è che sia tutto il mio cuore, tutta la mia anima, tutta la mia intelligenza e tutta la mia forza. Non ci sono zone grigie in cui non entri l’interpellanza di questo amore. Quel pronome possessivo, “tuo”, ripetuto più e più volte, deve obbligarci a riconoscere e ad amare la nostra propria condizione di oggi. È qui che l’amore si fa concretezza e desiderio.

Solo in questo senso è possibile intuire come l’amore sia verso l’origine e verso la realtà originata contemporaneamente. Anzi, è proprio a partire dalla concretezza del quotidiano, che ci è vicino, che si possono intuire le realtà prime ed ultime, il “da-dove” e il “verso-dove”, l’Alfa e l’Omega.

“Amore” è un itinerario, non una acquisizione. “Amerai Dio e amerai il prossimo” sono il programma di una vita intera. Vita incarnata in una quotidianità continuamente sollecitata e inquietata dalla vicinanza di un “prossimo” che si presenta come altro e come tale chiede di essere accolto. Vita che solo l’ascolto della Parola unica, ma anche delle tante parole, parte dell’unicità, può fecondare. Tutto il resto è solo un corollario.  

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