(2Sam 7,1-5.8b-12.14a.16; Rm 16,25-27; Lc1,26-38)
Dal deserto, una parola trova compimento. Dalla voce soffiata, urlata, al Logos, parola che si va compiendo, al “rema”, parola accaduta. “Accada di me secondo la tua parola accaduta”.
Quello Spirito che ha sovvertito l’architettura del deserto scompigliandone la sabbia e le rocce, che ci costituisce annunciatori di deserti fioriti, ora compie, e si compie compiendo, la sua parola.
Luca, nel passo del vangelo di oggi, usa sia il termine “logos” sia il termine “rema”. All’inizio del dialogo fra l’angelo e Maria, usa “logos”, poi, alla fine, usa “rema”.
La promessa si va compiendo.
Il Logos, parola di dialogo, di accadimenti promessi nello spazio concesso dalla non appartenenza dell’uno all’altro, diventa “rema”, parola compiuta in un concepimento, in un inizio, in un incominciamento, in cui lo spazio della non appartenenza appena si attenua in un adombramento. Solo di fronte all’abisso di Dio, Maria può accettare di diventare abisso. “Un abisso chiama l’abisso”. Impossibile non avere paura. Impossibile non chiedersi quale senso abbia questo accadimento. Qui inizia il concepimento da parte di Maria. Nel farsi domanda, nel farsi spazio ruminante, spazio recipiente (che riceve e che contiene). È sconvolta Maria, dal coinvolgimento, dalla parola interrogante, che non fa a meno dell’interlocutore, ma lo pone come coprotagonista. La parola interrogante è rivolta sempre a qualcuno e questo qualcuno diventa inter-locutore. In questa inter-locuzione si apre l’abisso di grazia che chiede a Maria di farsi abisso di accoglienza. Prima ancora di aver capito, prima che le rincorse del pensiero potessero anche solo avvicinarsi al bordo dell’abisso, Maria era già abisso, vuoto riempito da puro dono, che provocava a svuotarsi ancora. Aveva “trovato grazia presso Dio”, senza cercarla, senza ingordigia dello spirito, senza la pretesa di avanzare qualche merito. È Dio che si costruisce la sua casa. Non c’è architetto capace di progettarla, non c’è muratore capace di realizzarla una casa capace di contenere l’incontenibile. È Dio l’unico costruttore di tale architettura. Nessuna parola, presso Dio è senza forza. Nessuna parola, presso Dio, non diventerà fatto. Secondo questa parola, accada a me la realtà che Dio compie. Non si tratta, qui, di un compimento esterno, di un fare secondario ad un pensare. Non è una decisione messa in atto. È il coimplicarsi di Dio con l’umanità, di cui Maria è segno. “Come è possibile?” La risposta dell’angelo non segue la logica della domanda. Non dà una spiegazione sul come sia possibile, semplicemente si riallaccia a quanto già detto. Si rifa ad una storia di cui Maria è parte, e che Maria ben conosce. Tutto Israele è nella risposta dell’angelo, tutte le promesse, tutti i cammini di liberazione: “Lo Spirito scenderà su di te. La forza dell’altissimo ti coprirà con la sua ombra”. Perché “nessuna parola sarà senza forza presso Dio”. Solo a questo punto Maria si abbandona, diventando prima di un popolo dell’Avvento, e di tutta la Chiesa: “accada di me secondo ciò che la sua parola compie”.
Non è una promessa, è un compimento. Non è una parola che interroga, è una parola che compie, che si lega al fatto, all’accadimento. Ed è tutto in quel nome, l’accadimento: “Il Signore Salva”, Gesù. Termine di ogni Avvento, sostanza di ogni attesa, allegria di ogni speranza, luce di ogni notte insonne. Il Signore salva. In questo nome tutto sarà compiuto.

