Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Tutti fratelli

[Mt 23,1-12]

 

“ La legge è preceduta da Tu sei amato e seguita da un Tu amerai.

Tu sei amato: fondamento della Legge.

Tu amerai: il suo superamento.

Chi astrae la Legge da tale fondamento e da tale fine amerà il contrario della vita, fondando la vita sulla Legge invece che la Legge sulla vita ricevuta” (P. Beauchamp)

In altri termini, al di fuori di una logica di amore, tutto, anche la Legge, diventa Idolo. Diventa, cioè, manipolazione, seduzione schiavizzante, illusione di giustizia, alienazione.

Ognuno ha responsabilità, in questo. Ognuno, proporzionalmente al proprio compito, è responsabile della sostituzione della Legge con un Idolo. E spesso, tutto ciò diventa insopportabile. Abbiamo riempito le nostre bocche di “valori inalienabili”, come se la nostra fedeltà a Cristo potesse risiedere in un comportamento, in una adesione valoriale, mentre l’unico valore inalienabile è l’amore incondizionato, che è, al contempo, atto di fede e di speranza.

Nessuno sarà mai maestro, in questo: l’amore non si insegna.

Nessuno sarà mai padre, in questo: solo l’amore è Padre a se stesso.

La paternità, intesa come origine, non è a portata di mano. Ed è proprio perché nessuno, sulla terra, può occupare quel posto – deve restare vuoto- che si apre per noi l’alternativa evangelica: essere fratelli in dialogo incessante.

Siamo chiamati ad evitare una inclinazione [clericale?] attiva e presente: produrre “padri”. Produrre, cioè, un’origine a portata di mano, fatta da noi, a nostra misura, per una affiliazione ingannatrice a causa della nostra ignoranza.

Qui è la responsabilità e la spinta delle nostre paure: non avere la possibilità di poter attingere all’origine, né di poter mettere alcuno come padre, che è celeste, e dunque, fuori della nostra portata.

Questa rinuncia sembra enorme. E può far dimenticare che essa stessa è la condizione della libertà dei “figli e delle figlie di Dio”. [tratto da Atelier Evangile- Bruxelles]

Da questa libertà, la nostra fraternità: voi siate tutti fratelli.

la fraternità è il luogo in cui e da cui si impara.

“E non ci si addebiti a presunzione se dico che eravamo l’uno all’altro norma e regola per distinguere il bene dal male”, afferma Gregorio di Nazianzo (IV sec.) a proposito della sua amicizia con Basilio il Grande.

Si instaura una circolarità che vede ognuno impegnato in una coeducazione alla relazionalità che apre al riconoscimento dell’altro come dimensione preziosa e insostituibile di discernimento.

Che ruolo ha dunque, nella comunità, l’autorità? Qual è il suo compito se non è quello di insegnare e di fare da padre?

Compito primo dell’autorità è quello di tenere fede al proprio nome. Autorità deriva dal latino àugeo, crescere. Auctoritas è la figura che mi fa crescere. che mi “aumenta”. Da quanto detto, non potrà esserci crescita se non in una dimensione di fraternità, cioè di ascolto, di accettazione dell’altro nella dimensione sua propria. Autorità è tale se coglie la preziosità della differenza, della profezia, se, per dirla con s. Paolo, non spegne lo Spirito.

In questo senso, l’autorità svolge anche il suo compito di docente. Insegna la fedeltà allo stesso amore a cui essa stessa obbedisce. Cammina insieme al discepolo, ne condivide “le speranze e le angosce” [Gaudium et Spes], ne ascolta il desiderio, che è lo stesso suo medesimo, di crescere nella fedeltà all’amore. Così, dal basso, l’autorità fa crescere e insegna.

Fraternità è parola di infinita dolcezza e di infinita inquietudine.

Siate tutti fratelli. Non è un invito alla superficialità che tralascia le differenze senza costruire altro che luoghi di falsa consolazione, in cui non si cresce, ma ci si crogiola nei piagnistei e nelle pacche sulla spalla. La fraternità è accettazione del dono che ci incontra e che ci abita inquietando le nostre pigre tranquillità e provocandoci  a camminare. Fraternità è ricerca, è studio, è accompagnamento, è “portare i pesi gli uni degli altri”, è “ridere con chi ride e piangere con chi piange”. Fraternità è perdono, richiesto e donato.

Qui è il luogo del riconoscimento dell’origine.  Qui è possibile far coincidere la maggior grandezza con il  servizio. E riconoscere, alla fine, di essere “servi inutili”.

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