La parola ai poeti. Enrico Marià

Un luminoso massacro

«Mai stato un giorno senza paura, / senza la luminosa paura / di essere dimenticati» (Remo Pagnanelli).

Questo mio tentativo di osare la poesia è un cercare, in qualche modo, di chiamarmi a testimone del nostro breve esserci. E nel farlo usare un mezzo crudele. Un mezzo che ho scelto e non mi ha scelto. Lasciandomi, nell’incertezza, la certezza di non avere nulla da dire. Mi rimane, quindi, il cadere di e senza radici; uno scagliarmi, prima di tutto, contro me stesso in un non dove. Mi resta, altresì, lo scavare fino al silenzio l’abisso; il sottrarmi; il togliermi; l’eliminarmi pezzo dopo pezzo, nella vita e nella non vita, sognando la trascendenza nel mio non sapere se esista un compromesso tra espiazione e riconciliazione.
Io ho avuto l’immensa fortuna di essere pubblicato. Ogni giorno, più volte, ringrazio, per questa opportunità.
E sino a che avrò istanti lo farò.
«Dopo tanti bombardamenti a tappeto / rimase intatto soltanto un muro della grande chiesa / con l’alta finestra; intatta anche / la bella vetrata della finestra / con colori viola, arancioni, azzurri, rossi / e raffigurazioni di fiori, uccelli e santi. / Perciò confido ancora nella poesia». Così scrive Ghiannis Ritsos in Molto tardi nella notte.
Leggere una meraviglia simile, ogni volta, mi zittisce nel portarmi a credere al mistero che ci conduce oltre le parole. “Perciò confido nella poesia”. E spero che lei si affidi a me.
Anche solo per qualche attimo.
Nel senso di un respiro.

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