Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


La pelle, il confine

[Mc  1,40-45]


?La tradizione rabbinica ha sempre considerato attentamente il simbolismo legato ai fenomeni osservabili in natura e, in particolar modo, nel corpo umano. Così, la malattia è sempre vista, non tanto come fenomeno scientificamente studiabile, ma soprattutto per l’alto valore simbolico attribuitole. In questo contesto religioso-culturale, la pelle ha assunto un forte significato legato alla sua funzione (per quanto si potesse cogliere) nel corpo umano.

È un confine, la pelle, fra dentro e fuori, fra sé e tutto il resto. Dunque, una malattia della pelle era vista innazitutto come alterazione di questo confine. Alterando il confine, si altera tutto il rapporto fra le parti segnate dal confine stesso. Si instaura una relazione fra le parti separate dal confine non più rispettosa delle alterità ma, appunto, alterata, confusa, in una parola, impura. Questo concetto (purità/impurità) è legato non alla natura o alla derivazione morale della malattia, ma alla confusione generata dal “non essere al proprio posto” proprio di ciò che avrebbe dovuto segnare un confine, una separazione che poteva permettere una relazione fra diversità.

L’esempio più usato è quello della tartina con la marmellata. Se la tartina cade e  si rovescia, perde la sua purezza, non perché la marmellata ha sporcato i pantaloni, ma perché non è al suo posto, che è quello di stare sulla tartina.

La lebbra altera la pelle, altera il confine, altera la relazione, quindi, è impura e, per gli stessi motivi,  rende impuro chi ne è affetto. Lo sa il malato, lo sanno tutti gli altri. Questa consapevolezza comporta che anche la guarigione non sia un evento privato, ma comunitario, proprio come lo era stato la malattia. Per questo era necessario presentarsi al sacerdote che avrebbe riammesso la persona non più malata e guarita dall’impurità, nel consesso comunitario, che veniva così salvaguardato dalla falsa relazione che rendeva impuri. Il sacrificio offerto, nel contempo, ristabiliva la relazione pura anche con Dio.

Lo prevedeva la Legge (Levitico). Tutti ne erano consapevoli e nessuno, neanche Gesù, ha mai pensato di andare contro la Legge.

Qui c’è qualcosa di più.

Il lebbroso, consapevole di quanto detto, non chiede a Gesù la guarigione ma chiede di ristabilire la sua purità. Il verbo greco usato da Marco (katharìzo) esprime proprio il concetto di purificazione.

Dunque:”Se vuoi, puoi purificarmi”. Gesù avrebbe potuto inviare il lebbroso dal sacerdote, senza fare nulla, rispettando fino in findo la Legge; invece, “si sentì mosso nelle viscere” (il verbo usato è splanknìzo), proprio nel profondo delle viscere, e si muove d’ impulso. È una reazione viscerale, non pensata, mossa dal senso di solidarietà con il lebbroso. Davanti a Gesù non era un impuro, ma una persona malata bisognosa di accoglienza oltre che di cura. E così, “lo toccò”. In questo toccare è già il superamento della logica di impurità. La pelle è il luogo del tatto, del toccare, che usiamo per stabilire contatti di vicinanza. La percezione dell’altro passa anche dalla sua corporeità e dalla percezione che di essa abbiamo. Toccare l’ impuro è già andare al cuore di quella relazione malata e guarirla, ristabilirla nella sua integrità e purezza. “Lo voglio, sii purificato” e la differenza è ristabilita, la confusione è annullata e si apre la possibilità di una relazione con l’altro. Il confine torna ad essere quello che era e a svolgere la sua funzione a tutela dell’autenticità.

La preoccupazione, a questo punto, era per come sarebbe stato preso questo fatto da parte dei sacerdoti e del consesso religioso. Per questo, l’invito è di presentarsi al sacerdote senza dire nulla a nessuno. Si sarebbe presentata una guarigione spontanea, in totale osservanza delle regole stabilite, senza scandalo per nessuno. Non si può contenere la meraviglia, però, e il lebbroso, ormai guarito e restituito a se stesso e alla comunità, “proclama e divulga il fatto”.

È la meraviglia, lo stupore, che si genera quando un ricominciamento è prospettato. È incontenibile, è contagioso, parla con linguaggi nuovi. Compie meraviglie, lo stupore, e rende i deserti luoghi abitati. Neanche Gesù può sfuggire: “venivano a lui da ogi parte”. Ognuno vuole sentirsi dire “Lo voglio, guarisci, sii purificato”. Non è una nuova moralità di puri. È la libertà di chi, consapevole del proprio limite, vede restaurato il confine che gli permette di comprendere e di capire, di distinguere e di accogliere. Ognuno per quelo che è, lebbroso guarito, capacità di relazione, meraviglia di libertà ricevuta.

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Un pensiero su “Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

  1. Giuseppe Impastato

    Come commento provo ad inviare una preghiera di una ragazza lebbrosa del Madagascar scritta una cinquantina di anni fa.
    PREGHIERA DI SABINA, LA LEBBROSA
    Signore, tu sei venuto, e mi hai chiesto tutto, e io tutto ti ho donato.
    Io amavo leggere e tu mi hai preso gli occhi;
    amavo correre nei boschi e tu mi hai preso le gambe:
    amavo cogliere i fiori al sole primaverile e tu hai voluto le mie mani.
    Sai, io sono una donna, e mi piaceva
    ammirare la bellezza dei miei capelli, la finezza delle mie dita;
    e ora io sono calva e al posto delle dita belle e fini
    non mi restano che dei pezzi di legno rigidi.

    Guarda, Signore, come il mio corpo grazioso si è rovinato .
    Ma io non mi ribello, anzi, io ti ringrazio,
    e per tutta l’eternità ti dirò “Grazie”.
    Perché se io muoio stanotte,
    so che la mia vita è stata meravigliosamente riempita.
    Vivendo l’Amore, mi sento colmata
    molto al di là di ciò che il mio cuore desiderava.

    Padre mio, come sei stato buono per la tua piccola Sabina !

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